Autoregali

Ogni tanto ci vuole, specie nei periodi decisamente orribili (eufemismo, eufemismo). Ognuno ha qualcosa di specifico e un po’ frivolo che lo tira su: cioccolata, vestiti, scarpe, borse, oggetti per la cucina…

Io ho gli occhiali (lo so che lo sapete). Era da un po’ che volevo mandare in pensione i miei, perché purtroppo si sono rovinati (la polarizzaione se n’è andata) e adesso fanno uno strano effetto comico. Insomma così:

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Notare come l’effetto “occhio a civetta spippata” faccia coppia col vetro sudicio.

(Utile, per una che già di suo ci vede poco. E sì che porto le lenti).

E mi sono detta che, visti i saldi e il pagamento di alcuni lavori, potevo farmi un autoregalo. E stavolta potevo ‘osare’… dal nero al marrone (chi mi conosce sa che equivale a tingermi i capelli di fucsia). E magari cambiare modello (più o meno un evento, considerato che ho sempre portato la stessa forma).

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E sì, è un post sostanzialmente inutile. Per quelli seri, potete leggere il mio canto su Pasionaria.it.

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Cultura democratica e libertà di espressione.

Il massacro compiuto ieri nella redazione di Charlie Hebdo è un fatto gravissimo, disumano, allucinante.

Lo è innanzitutto perché non c’è nessuna offesa, nessuna risata, nessun disegno, nessuna parola che possa giustificare l’omicidio.

Lo è perché quanto accaduto avrà delle ripercussioni fortissime su una società europea dove i valori della democrazia (in senso illuministico) sono sotto attacco a causa di una crisi economica e sociale che si trascina da troppo tempo senza soluzione.

Lo è perché aumenterà la caccia alle streghe, il razzismo, la diffidenza e la paura nei confronti di tutti i musulmani, più in generale di tutte le persone di origine non-europea, dando ulteriori armi ai partiti fascio-xenofobi che sono già fin troppo forti, come hanno dimostrato le ultime elezioni europee.

Mi fanno paura tutti quelli che, da destra e da sinistra, invocano una più stretta vigilanza sulla libertà d’espressione e d’opinione, che vogliono porre limiti all’espressione artistica in nome di un ragionamento che ha il sapore del victim-blaming, se non quasi strizza l’occhi alla giustificazione dell’eccidio.

Mi fanno paura allo stesso modo quelli che, da destra e da sinistra, in nome di un’interpretazione assoluta e malevola della libertà di parola e d’espressione, piegano la tragedia per dire che anche in Italia abbiamo terroristi di tal fatta, chi lotta per i diritti delle donne, chi lotta per i diritti LGBTQI, chi si indigna per le uscite sessiste, razziste, omofobe.

Eppure c’è una differenza abissale fra manifestare pacificamente il proprio dissenso (e sì, sì può farlo tanto con l’ironia, col sarcasmo quanto con la serietà delle argomentazioni) e non abbassare la guardia verso fenomeni che istigano alla violenza e invece imbracciare un’arma (o una spranga o anche solo un pugno) per punire chi non la pensa come noi, chi ci offende o fosse anche chi limita i nostri diritti.

Trovo un sintomo molto preoccupante che troppi non colgano la distinzione e si trincerino inoltre dietro un andreottiano “se l’andava cercando” o stride alla propria libertà lesa perché qualcuno si è arrabbiato per quanto ha detto.

La libertà d’opinione è legata, certamente, al concetto di responsabilità, ma secondo quanto dispongono le leggi e i tribunali. “Se mi offendi, è mio diritto tirarti un pugno” è una posizione che ho letto spesso a commento della tragedia. Trovo gravissimo un pensiero del genere, che mina alla base la dinamica democratica e il concetto moderno di giustizia.

Se qualcuno dice qualcosa che non ti piace, puoi contrabbattere, puoi ignorarlo; se ti senti offeso, puoi ricorrere alla legge e al tribunale. Ma niente nella nostra società giustifica il ricorso alla violenza fisica.

Dovrebbe essere così elementare da essere scontato, invece non è così. Non è così perché la nostra società democratica è malata, ma la malattia più pericolosa non viene dall’esterno: siamo noi, che dovremmo essere i suoi anticorpi, ad avere abbassato la guardia e a essere impazziti.

Piccoli piaceri…

Un piccolo piacere è passare il sabato a cucinare per le persone alle quali vuoi bene. In questo caso, vengono a cena le due amiche che eroicamente sono venute con me a vedere il Pasolini di Ferrara, mi sa che si meritano manicaretti speciali.

A me cucinare piace (molto più di quanto mi piaccia mangiare), mi piace provare ricette nuove, indovinare cosa potrebbe essere adatto per quella persona o quell’altra. E poi volete mettere la soddisfazione di stare tutti insieme a tavola, a mangiare, bere e chiacchierare? Andare a cena fuori non è la stessa cosa.

Ecco, un desiderio per il nuovo anno sarebbe proprio questo. Continuare a cucinare per le persone per cui l’ho già fatto e magari farlo per quegli amici per cui non ho avuto ancora occasione.

Compagni, relax!

Questa cosa ce l’avevo da un po’ incastrata in gola. Enjoy.

Noi di sinistra siamo tendenzialmente proni a spaccare il capello in dodici, abituati a problematizzare, a riflettere (presente le riunioni di sezione di dodici ore sugli addobbi per la festa del 25 aprile nella sezione di Monculi-sopra-Empoli, frazione ri Ripafratta?). E va benissimo, è il nostro bello (anche se un po’ di pragmaticità non guasterebbe, soprattutto perché i bei principi, senza farli diventare azioni, rimangono appesi come addobbi dopo il 6 gennaio**).
Però ci sono alcuni tipi che portano l’arte dello smaronamento a livello di campionato olimpionico. Eccovene una simpatica galleria:
1. Il murista: quello che ragiona ancora come se Putin fosse Lenin, che ‘tutti ce l’hanno contro la Russia, vera patria del Comunismo’ e che non si sono accorti che dal 1989 viene molto più difficile dividere il mondo tra buoni di qua (russi e filorossi) e cattivi di là (ammerikkani);
2. il moralizzatore: forse la specie più folkloristica. Quell* che si erge a Comitato centrale supremo sulla moralità. Per intendersi, è quell* che controlla ogni parola, ogni post su FB, ogni tweet. Quello che ‘la doccia è di sinistra, la vasca è di destra, se puzzi sei qualunquista e comunque se ti fai il bagno con te non ci parlo più perché sei un criptofascista.’
3. il relativista:quello che bisogna vedere sempre il contesto, che per esempio, se un* extracomunitari* compie un crimine, bisogna capirlo, perché se no si diventa razzisti, oppure ‘è la loro cultura’. Mai che si possa dire che una persona ha commesso un crimine perché quella persona si è comportata male o è semplicemente una stronza. No, bisogna capire.

4. il populista: quello che il popolo è sempre ‘puro e buono, dolce e gentile’ e tu sei classista che non apprezzi chi non ha potuto studiare. Solo che quando gli domandi che cosa sia questo ‘popolo’ (i lumpen? le popolazioni del terzo mondo? tutti quelli che non hanno una laurea?), si incartano nemmeno ti stessero descrivendo gli Sciapodi dell’Indo.

7. il benaltrista: ovvio, quello che dice che il problema è sempre un altro. La disoccupazione? Il problema è ben altro, la riforma del senato. La violenza sulle donne? Il problema è ben altro, c’è la crisi economica. L’erosione dei diritti dei lavoratori? Il problema è ben altro, c’è la corruzione. La scuola? Il problema è ben altro, c’è l’immigrazione.
Sono quelli per cui un partito o un governo non può pensare a più di una cosa insieme. Meglio se quella cosa riguarda il giardino del benaltrista.
6. il tollerante: questo è il mio personaggio preferito (si fa per dire). Quello che è ‘tanto aperto e tollera tutti’, però ‘due donne che si baciano mi piacciono, ma due uomini mi fanno ribrezzo’. Che le donne devono avere tutti i diritti, ma l’aborto è un crimine. Che sì, il gaypride, ma perché c’è bisogno di dire che siete orgogliosi di essere gay? E perché non potete manifestare in silenzio? E tu l* guardi e ti chiedi: “non è che ti sei sedut* a sinistra perché è il primo posto vuoto che hai visto?

7. l’alleato: è quello che alle cause, specie a quelle dei diritti civili, ci tiene davvero tanto, ci sente e sputerebbe nel viso al tollerante (magari dicendo che la ‘tolleranza è uno schifo, è come l’intolleranza’). È informatissimo sulla causa delle minoranze linguistiche, degli immigrati, dei carcerati, delle persone LGBTI, delle donne; pubblica tonnellate di link sui suoi social network. Insomma, è l’alleato che tutti vorremmo. Peccato che poi da alleato, scivola verso il moralizzatore “io supporto la viostra causa, ma dovreste manifestare così e cosà’; ‘sarebbe meglio se non foste così radicali‘. E tu sei lì che pensi che è facile, come si dice da queste parte, fare i finocchi col culo degli altri.

E voi che altri tipi conoscete?

**sì, io appartengo al tipo Logorrea (o come disse una volta un compagno di Radio Londra, Compagna 70. Polemica e fuori tempo massimo. No, è una malattia che non si cura, mi spiace, mi tenete così come sono),

Segni dalla Piana

Sono viva (più o meno), appassionata (più di sempre) e in modalità Bianconiglio (niente di nuovo).
Vorrei aggiornare con più regolarità, ma poi mi blocco davanti alla pagina bianca, alla stanchezza, alla paura del vuoto. La Piccina dice che ho una certa tendenza a farmi troppe domande, che puntualmente rimangono senza risposta. Forse non le voglio davvero, certe risposte.
Mi sono buttata anima e corpo in un nuovo progetto, che mi dia modo di continuare a fare politica, anche se in questo momento non ho un partito dal quale mi senta rappresentata.
Si chiama Pasionaria. Sì, in onore di Dolores Ibárruri. Parliamo di donne, di femminismi, di giustizia sociale. Ci diamo una voce. Se vi mancano i miei sproloqui politici, mi trovate di là. Oggi, ad esempio, vi parlo della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Veniteci a trovare, vi aspetto!
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Armadio delle personalità

Momento vanità: finalmente abbiamo un armadio. Grande, con ben due ante a specchio su sei (io non le volevo, ma la Piccina ha deciso che era così, e quindi…). Ho un’anta tutta per me e quindi inizia il walzer del ‘rimetti a posto i vestiti’ (chiamasi attacco di ossessione-compulsione). In realtà dai vestiti delle persone si capisce molto. Di sicuro dal mio che mi piace giocare e inventare.

E allora ci sono i vestiti proprio miei miei, cioè quelli che metto più spesso e che mi piacciono proprio (comprati, regalati o  ereditati con la scusa ‘felice te che c’entri’): jeans a zampa di elefante, camicie di colori neutri (ma mai nere, mi viene l’orticaria!), canottiere ‘da muratore’ (bianco-nero-verde militare, se vedo rosa vomito), giacche da donna e giacche da uomo, tante cravatte veramente vintage (ereditate da nonno o da amici di mio padre andati in pensione), felpe con la zip o maglioni; qualche capo vistoso per quando mi va di scherzare (una camicia coi jabot che mi ha comprato la Piccina, un cinturone rosso con le borchie dorate che mi ha regalato un’amica) e le coperte di Linus, quei capi lisi che non mi stanco mai di portare e che di solito mi ha regalato qualcuno che amo.

Ho anche tanti cappelli, da uomo e da donna (c’è un’amica di famiglia che ne fa di bellissimi e me ne regala tanti ogni anno) e sciarpe

Poi ci sono i vestiti (proprio vestiti) occasionali, per quelle dieci volte l’anno in cui mi voglio sentire più vulnerabile: un monospalla lungo à la grecque, due vestiti stile impero (blu di prussia e viola pervinca), due vestiti anni Cinquanta con la gonna a ruota, scollo a spacco e colletto (uno bianco e uno verde zaffiro). Ho messo tutto in ordine per colore (si inizia col nero, si finisce col bianco).

Infine i vestiti ‘degli altri’, quelli che ‘dovresti vestirti così, ti sta tanto bene!’, che puntualmente finiscono in un angolo (finché non ho il coraggio di regalarli a qualcuno che li porti davvero, sperando che il donatore si sia dimenticato): di solito vestiti a tubino, corti anzi cortissimi, che non metterei nemmeno sotto tortura.

Ecco lo apro e mi vedo, avvolta nel mio kimono-vestaglia, di fronte a tutte le mie personalità.

Notte

Ho passato una bella serata, con una delle persone che tutti dovrebbero avere nella vita, gli amici quelli veri, di quelli che se li conti su tutta una mano, vuol dire che sei una delle persone più ricche del mondo. Di quelle che ti permettono di non nasconderti.
Ho preso la macchina per riaccompagnarla. Adoro guidare la notte, quando non devo preoccuparmi del traffico, quando i rumori sono pochi e la nebbia comincia a salire dai campi. C’è una mezza luna di sghimbescio che assomiglia a un sorriso, là fuori, in un cielo tersissimo e luminoso. É una di quelle notti in cui le stelle sono così chiare e vicine che le senti sulla pelle e nelle vene.
Si vede Orione, il guerriero con la spada; è curioso come ci raccontiamo che le stelle sono gialle come piccoli soli, quando sono argento e blu. Come occhi, come capelli.
È una notte per sentire, per pensare, coi sensi pronti e un libro prezioso (magari un’orma) sul comodino.

Raggi d’autunno [Appunti]

A me l’autunno è una stagione che fa allegria. Sarà la luce stupenda, ancora calda, che illumina la tavolozza della campagna. Sarà che ho il pallino dell’incompiuto, perché nasconde sempre il potenziale di un divenire, perché è metamorfosi o trasformazione.
Non riesco a essere mai troppo triste di fronte alla nebbia che sale sulla campagna e ammanta tutto come un plaid, oppure quando il sole brilla alto -neppure una nuvola in cielo-, ma non arrostisce più la pelle. L’orizzonte diventa chiaro, definiti i contorni delle torri e delle cupole sullo sfondo. E poi l’aria, sempre un po’ umida, profuma di olive mature e di mosto. Il primo freddo ti sveglia, ti costringe a coprirti (e a me piace vestire un po’ di più).

L’autunno è la stagione giusta per rinascere.

 

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