Sgorbi che danno dipendenza

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Quando ero bambina scrivevo i miei sgorbi su fogli colorati di carta riciclata, quelli coi buchi, formato quadernino piccolo, senza rigatura. Poi li inserivo nei raccoglitori e sopra ogni foglio appiccicavo disegni o collage. La mia parola mi sembrava troppo piccolina per sprecare un foglio intero, però ho sempre avuto la mania di dedicare una facciata (o due o tre, a seconda della lunghezza), per una poesia sola. Perché nei libri si fa così. Ho passato anni a scrivere solo e soltanto in blu. Urlavo se per caso prendevo una penna nera. Oddio, ‘urlavo’. Urlavo nella mia testa, non sono mai stata capace di urlare, devo aver le corde vocali troppo corte. Ma che ne so. Non è che mi manchi il fiato. Però, ecco, l’inchiostro nero mi terrorizzava, non mi ricordo più neppure perché.

Fino ai ventitre-ventiquattro anni scrivevo tutte le sere, anche solo qualche verso, riempivo pagine su pagine. Poi mi sono imposta di smettere, perché tanto era inutile e il mondo ne può fare pure a meno delle mie poesie che non legge nessuno. Al mondo la poesia è inutile.

Sono arrivata a convincermi di non sentirla proprio più la poesia.

Mi raccontavo che ero diventata sorda, che il mondo aveva finalmente smesso di parlarmi. Ero anche un po’ sollevata, quasi una liberazione! “Rimango matta,” mi dicevo contenta “ma un po’ meno matta. Nel senso che si vede un po’ meno. Ci se ne accorge al secondo sguardo e non al primo.” Mi dicevo che se proprio non volevo togliermi il vizio, dovevo concentrarmi solo e soltanto sulla prosa, che almeno forse qualche buon’anima se la legge.

È durata meno di un anno, la mia disintossicazione. Non stavo bene. Avete qualche amico che ha tentato di smettere di fumare? Quello che è ingrassato, che magari si è dedicato alle gomme allo xilitolo,  si mangia le unghie oppure si mangia voi per una frase mezza storta. Ecco. Uguale.

E allora ho ricominciato a scrivere, sempre, almeno un verso. Poi magari ne butto via mille e mi vergogno pure di averli scritti, ma tanto mi consolo col fatto che stanno fra me e il mio quaderno. È che se te la tieni dentro, la metrica, la poesia, che ne so cos’è, poi ti fa infezione agli occhi e il mondo ti bombarda. Davvero, eh.

Non uso più fogli colorati e penne blu. Scrivo dove capita, con quello che capita. E ora preferisco l’inchiostro nero: forse è l’unica cosa che è cambiata.

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