Cultura democratica e libertà di espressione.

Il massacro compiuto ieri nella redazione di Charlie Hebdo è un fatto gravissimo, disumano, allucinante.

Lo è innanzitutto perché non c’è nessuna offesa, nessuna risata, nessun disegno, nessuna parola che possa giustificare l’omicidio.

Lo è perché quanto accaduto avrà delle ripercussioni fortissime su una società europea dove i valori della democrazia (in senso illuministico) sono sotto attacco a causa di una crisi economica e sociale che si trascina da troppo tempo senza soluzione.

Lo è perché aumenterà la caccia alle streghe, il razzismo, la diffidenza e la paura nei confronti di tutti i musulmani, più in generale di tutte le persone di origine non-europea, dando ulteriori armi ai partiti fascio-xenofobi che sono già fin troppo forti, come hanno dimostrato le ultime elezioni europee.

Mi fanno paura tutti quelli che, da destra e da sinistra, invocano una più stretta vigilanza sulla libertà d’espressione e d’opinione, che vogliono porre limiti all’espressione artistica in nome di un ragionamento che ha il sapore del victim-blaming, se non quasi strizza l’occhi alla giustificazione dell’eccidio.

Mi fanno paura allo stesso modo quelli che, da destra e da sinistra, in nome di un’interpretazione assoluta e malevola della libertà di parola e d’espressione, piegano la tragedia per dire che anche in Italia abbiamo terroristi di tal fatta, chi lotta per i diritti delle donne, chi lotta per i diritti LGBTQI, chi si indigna per le uscite sessiste, razziste, omofobe.

Eppure c’è una differenza abissale fra manifestare pacificamente il proprio dissenso (e sì, sì può farlo tanto con l’ironia, col sarcasmo quanto con la serietà delle argomentazioni) e non abbassare la guardia verso fenomeni che istigano alla violenza e invece imbracciare un’arma (o una spranga o anche solo un pugno) per punire chi non la pensa come noi, chi ci offende o fosse anche chi limita i nostri diritti.

Trovo un sintomo molto preoccupante che troppi non colgano la distinzione e si trincerino inoltre dietro un andreottiano “se l’andava cercando” o stride alla propria libertà lesa perché qualcuno si è arrabbiato per quanto ha detto.

La libertà d’opinione è legata, certamente, al concetto di responsabilità, ma secondo quanto dispongono le leggi e i tribunali. “Se mi offendi, è mio diritto tirarti un pugno” è una posizione che ho letto spesso a commento della tragedia. Trovo gravissimo un pensiero del genere, che mina alla base la dinamica democratica e il concetto moderno di giustizia.

Se qualcuno dice qualcosa che non ti piace, puoi contrabbattere, puoi ignorarlo; se ti senti offeso, puoi ricorrere alla legge e al tribunale. Ma niente nella nostra società giustifica il ricorso alla violenza fisica.

Dovrebbe essere così elementare da essere scontato, invece non è così. Non è così perché la nostra società democratica è malata, ma la malattia più pericolosa non viene dall’esterno: siamo noi, che dovremmo essere i suoi anticorpi, ad avere abbassato la guardia e a essere impazziti.

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