Di malattie della psiche e scuse

Ci sono modi diversi in cui si parla delle cosiddette ‘malattie psichiatriche’, un termine-ombrello che ricopre condizioni diversissime tra loro, tra le quali le manifestazioni più comuni sono ansia e depressione. Queste malattie portano con sé una dose altissima di pregiudizi e di vergogna, che molto spesso è interiorizzata dall’ammalato stesso (anche per un concetto molto radicato nella nostra cultura cattolica che le malattie siano una sorta di ‘punizione’). É giustissimo combattere questi pregiudizi e far entrare in testa alla gente che una depressione non è né più nemmeno di un’altra malattia, che ha in ultima stanza cause chimiche e organiche, che non è un vezzo né una scusa per la pigrizia. Ci sono miriadi di risorse su questo in rete.
Non è di questo che vi voglio parlare, vorrei raccontarvi l’altra faccia del pregiudizio, altrettanto pericolosa. Quella che giustifica qualsiasi comportamento con ‘ha dei (non meglio precisati) problemi’. Se ci pensate è un po’ la logica sottesa alla narrazione degli omicidi (molto spesso di un uomo contro la sua compagna/moglie/fidanzata/amica) dicendo che ‘è stato un raptus di follia’ (cosa in realtà molto rara). É stato un raptus, quindi la persona colpevole non è poi così colpevole.

Stessa cosa quando una persona affetta da qualche disturbo (ansia, fobia, depressione) diventa aggressiva contro gli altri. La scusa “ma ha dei problemi” non lava i danni che vengono fatti e non può essere usata come scusa. Prima di tutto è anch’essa un pregiudizio: specialmente nei casi di depressione o ansia, la malattia non attacca le capacità cognitive di una persona, non la rende ‘incapace di intendere’. Ne accentua, questo sì, i tratti manipolativi, che mischiati all’intelligenza ne fanno una bomba esplosiva, capace di colpire dove fa più male. Ma malattia psichiatrica e violenza non vanno di pari passo così spesso, anzi raramente.

Sento già la famosa obiezione ‘ma non lo fanno di proposito, è la malattia’. In questo c’è un problema: il primo è che questo attenua molto poco (per non dire nulla) il dolore inflitto alla persona oggetto di violenza fisica o verbale (molto banalmente non è che il fatto che uno sia, mettiamo, bipolare, attenua il dolore di uno schiaffo); secondo è che non per forza chi soffre di una malattia di questo genere è una persona gentile e buona che diventa ‘Mr Hyde’, molto spesso se una persona è aggressiva, manipolatrice, prevaricatrice e irrispettosa degli altri lo è già di suo e la malattia può accentuare alcuni di questi tratti (corollario: no, è uno stereotipo dire che il depresso è solo quello che se ne sta in chiuso al buio a piangersi addosso; le forme che assume la depressione sono tantissime).

Una persona violenta è violenta, con o senza ‘problemi’.

Accanto a questo, bisogna stare molto attenti ad affibbiare queste etichette -che diventano vere e proprie scusanti- se non siamo psichiatri noi stessi o siamo a conoscenza di una diagnosi fatta da un professionista, perché altrimenti sono solo discorsi che non hanno alcun senso (ognuno affronta ogni giorno le proprie battaglie, ma non è una giustificazione per sfogarsi sugli altri) e anzi sono potenzialmente dannose. Infatti un atteggiamento del genere non solo porta alla giustificazione di qualsiasi comportamento scorretto (più o meno grave, a volte gravissimo) nei confronti di qualcun altro, ma banalizza la sofferenza di chi davvero soffre di una malattia e cerca di combatterla senza nuocere ad altri, livellando tutti i comportamenti sullo stesso piano e contribuendo a giustificare una cultura della prevaricazione, dove chi esercita violenza alla fine ha sempre ragione.

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