Il Pride: un dialogo

Oggi è il giorno del Pride di Londra, il pride ‘nazionale’ inglese (anche se non è il più politico). Tradizionalmente è il primo che apre la stagione dei Pride e come ogni anno io e la Piccina ci andremo.

Ogni anno qualcuno mi fa obiezioni. Ve le metto qua, in un dialogo fittizio, ma più reale di quanto pensiate.

 

‘Perché il Pride? perché è dovete essere orgogliosi?’

Perché l’orgoglio è un sentimento positivo, che rafforza l’autostima. Perché l’orgoglio è dire ‘ehy, noi ci siamo, anche se non ci volete vedere!’. Perché ‘l’orgoglio manda un messaggio a tutti quelli che in Uk o nel mondo si vergognano perché la società dice loro che sono ‘diversi’, perché hanno scoperto che la loro sessualità non è quella che ti raccontano da bambin*, perché il tuo cervello non corrisponde al corpo che i geni hanno determinato per te. E allora noi gridiamo ‘siamo orgogliosi, siamo belli, abbiamo diritto a esistere, come tutti gli altri!’. Penso ai/alle ragazz* bullizzat* nella scuola, penso alle persone transgender che devono subire un iter umiliante per cambiare nome e genere, penso a chi è discriminat* sul lavoro. Penso a chi, per la sola colpa d’amare, ancora rischia la vita. Per tutto questo bisogna gridare forte ‘ci siamo, siamo orgogliosi di esserci, non ci stroncherete, anzi dovrete starci a sentire!’.

 

Sì, ma io non vado in giro a dire che sono orgoglios* di essere etero. I Gay pride offendono gli etero.

Tu non sei orgoglios* di essere etero perché non ne hai bisogno: sei la classe dominante, che si impone sugli altri chiamandosi ‘norma’, che pretende di interpretare la realtà sociale solo attraverso i vostri schemi, che ci respinge ai margini, a volte con violenza, a volte con la cultura (pensa un po’ se dire ‘etero’ a un uomo meno conforme all’idea sociale di virilità fosse un’offesa, com’è dargli del frocio. Come ti sentiresti?). E poi tu i diritti ce li hai. Nessuno dice che la tua famiglia non esiste perché non è etero (‘tradizionale’, la chiamate, come fosse un punto di vanto), o qualcuno dice che sei sbagliat*, che ti devi curare.

A questo reagiamo. Sei offes*? E perché? Reclamare diritti per una minoranza che non ne ha, di certo non lede i tuoi, anzi, è un progresso di civiltà per tutti. Allora dovresti sentirti offeso dagli studenti che lottano per il diritto allo studio, dalla FIOM che protesta per le chiusure in FIAT.
Sì, ma i Pride sono violenti.

Il Pride nasce, come tutti i movimenti di liberazione, con una rivolta, quella di Stonewall (iniziata il 27-8/6/69), quando le persone LGBTI (T soprattutto) si ribellarono contro una retata della polizia, che le stava picchiando e arrestando per la sola colpa di essere persone LGBTI. Erano persone che reagivano a una violenza. Dopo, i Pride sono diventati mano a mano dimostrazioni pacifiche, colorate, dove il massimo della violenza è negli slogan (in Italia, ad es., contro la chiesa o una classe politica che non fa niente). Non c’è più violenza che in qualsiasi altro corteo, non ho mai visto gente in passamontagna e bastone menare i poliziotti.

Anzi, di solito accade il contrario. Come nei paesi baltici, dove i manifestanti vanno protetti dai nazisti che vogliono sfondare il corteo o dove i fondamentalisti religiosi ti sputano addosso. Qualcuno dice che i Pride sono ‘carnevalate prive di senso’, in tanti paesi ancora queste manifestazioni sono violente.

 

Sì, ma al Pride c’è gente nuda, ci sono i leather, ci sono le drag queen con i glitter e i boa di struzzo. Loro mi fanno paura.

I media concentrano l’attenzione sempre e solo sul dettaglio curioso, stravagante, in una parola su ciò che vende. Di tutte le persone -e sono la stragrande maggioranza, che vanno ai Pride come a una qualsiasi manifestazione difficilmente si parla. Delle coppie che vanno mano nella mano, delle famiglie coi bambini, dei nostri cartelli e dei nostri volantini. Perché? Perché non vende, perché la drag colorata è più telegenica, dà in pasto allo spettatore medio quello che vuole, così come il tipo vestito di pelle o col collare da schiavo. Ma a tutti quelli che pensano che il Pride sia solo questo dico: scendete in piazza anche voi. Guardate coi vostri occhi: vi racconteranno una storia molto diversa. Capirete che la vostra paura deriva solo dall’ignoranza (nel senso etimologico ‘mancanza di conoscenza’).

Io sono LGBTI, ma al Pride non ci vado perché la gente nuda, coi boa di struzzo, i leather, i bears and chasers etc. non mi rappresentano.

Per lo stesso motivo, allora, dovrei smettere di andare a qualsiasi manifestazione di sinistra perché ci sono quelli con la kefia palestinese e le magliette ‘Israele stato nazista’. Quelli non mi rappresentano, ma non per questo smetto di manifestare.
I Pride, come qualsiasi manifestazione, esprimono le anime diverse del movimento e delle persone LGBTI, tanto più variegate quanto è variegata la sessualità umana. Se tu non scendi in piazza, non ci metti la tua faccia e il tuo corpo, certo che non sarai mai rappresentato: non c’eri.

In più mi spaventa questa leggenda ‘se il pride fosse in giacca e cravatta, otterrebbe di più’. È un’illusione: cercando di confonderti alla maggioranza, quello che otterrai è solo una falsa tolleranza, un’illusione dei diritti. Intanto avranno condizionato il tuo corpo, il tuo modo di esprimerti, la tua libertà, poi diranno ‘non ho nulla contro i gay, purché non siano visibili’. Così si dà una mano all’intolleranza. Essere lgbti ancora oggi in molte società significa essere radicali, essere scandalo per il solo fatto di esistere.

In più non mi piace la ‘polizia del buoncostume’: può darsi che a me chi se ne va a giro nudo per il Pride non piaccia, non sembra una mossa politicamente efficace, ma chi sono io per dire a quella persona che non è giusto che si esprima così? E soprattutto, davvero un culo, una tetta e un cazzo scandalizzano così tanto? Siamo ancora così indietro dal dire che il corpo, il naturale corpo umano, è scandaloso e quindi va coperto? Cosa ci può essere di più conformista?

Quanto a chi esprime determinate sub-culture: capisco che ci sia un dibattito se siano o no orientamenti a sé. Personalmente, credo di no. Ma so anche che sono sub-culture sviluppatesi o comunque facenti parte della cultura omosessuale. Possono non piacere, ma finché rispettano i diritti di base (consenso tra persone adulte, sano e sicuro -il famoso mantra safe, sane, and consensual) non sarò io a dire che queste persone in un Pride non ci debbano stare. La sessualità esibita con un laccio di pelle o una borchia è così spaventosa? Personalmente può o non può essere gradita, ma non vedo perché qualcuno dall’alto di una supposta normalità debba disciplinare l’erotismo degli altri (non è proprio questo che la società ha fatto e continua a fare a noi per tanto tempo?).

In più il Pride è una festa, una grande gioiosa festa. Vi piacciono sempre tutti i vestiti degli invitati? Sbattete la porta se qualcuno si presenta con un vestito che proprio trovare disgustoso?

 

Concludo dicendo che io credo fermamente nella radicalità della lotta, nel chiedere 100 per ottenere magari 70. Sempre. Dalla storia dei Pride c’è molto da imparare anche per la nostra sinistra: non si possono cambiare le cose, pensando di non scontentare nessuno. Questo i primi attivisti LGBTI l’avevano capito benissimo. In omaggio al FUORI, in omaggio a Mario Mieli e alle altre grandi figure pioneristiche del movimento LGBTI italiano, abbiamo deciso di produrre un volantino vintage, che riprende quello riportato da Mario Mieli in Elementi di critica omosessuale (p. 146).

Flyerdefinitvo

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2 thoughts on “Il Pride: un dialogo

  1. l’ideale sarebbe che, usando definizioni semplicistiche, “il gay in boa” ha diritto di esistere e manifestare quanto quello “in giacca e cravatta” che ha diritto di non essere etichettato come “omologato”.

    • e certamente non si può pretendere che ciò che è legittimamente “maggioritario” possa essere imposto con la forza a chiunque, insomma vivi e lascia vivere, credo che il senso del Pride sia anche questo assieme alle battaglie per i diritti civili quindi è una manifestazione benemerita

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