Paradiso Coniugale -Alice Ferney

Titolo: Paradiso Coniugale
Titolo originale: Chaînes Conjugales
Prima edizione: 2013
Pagine: 336
Traduzione di: M. Bonomo
Editore: Bompiani (coll. Narratori stranieri)
ISBN: 8845275108
Prezzo di copertina: € 18,50

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Stile: <o> <o> <o>
Contenuti: <o> <o> e mezzo
Voto generale: <o> <o> <o>

Recensione:
Paradiso coniugale è un libro strano, un po’ diseguale.
L’idea di base è intrigante: descrivere la crisi (di mezz’età e coniugale) della protagonista, Elsa Platte, un’ex ballerina e madre di tra figli, attraverso la corrispondenza dei suoi sentimenti con un film in bianco e nero degli anni ’40, Le Tre Mogli, che Elsa guarda ogni sera.
La struttura della narrazione si gioca dunque sui binari di una doppia realtà, quella di Elsa e quella del film. Anche Le Tre Mogli, che, pur essendo un film americano, è trasposto nel libro in modo da farlo assomigliare più al cinema francese degli anni ’60 e ‘70, si gioca su tre storie di matrimoni in crisi. Le tre protagoniste ricevono durante una gita lontane da casa, un misterioso biglietto in cui si comunica che uno dei loro mariti ha lasciato la propria casa per seguire la bella e seducente Addie Ross, il sogno erotico proibito del gruppo di uomini (e della cui presenza vengono fatti percepire solo dei dettagli, senza mai mostrarcela davvero).
Il concetto di fusione tra due realtà narrative parallele, il gioco, quasi filosofico, di identificazione (il lettore stesso entra dentro il film insieme a Elsa) gettano le basi per un romanzo di riflessione, dai ritmi pacati, ma che pone questioni molto intriganti.
Lo stile è molto curato, quasi da prosa d’arte, uno stile, insomma, molto francese (mi sono venuti in mente, pur nella loro estrema diversità, Les Onze di Pierre Michon e Dans les mains de l’ange di Dominique Fernandez). Pur rinunciando a vette auliche, è uno stile ampio e ricco, il più delle volte ben condotto dall’autrice. Purtroppo, però, non tutte le parti del romanzo funzionano bene come l’impianto prometterebbe. Le prime cento pagine sono lente, si fatica a entrare nel mondo di Elsa prima dell’inizio del film, anche perché l’autrice indugia in riflessioni filosofiche piuttosto banali, in netto contrasto con l’emotività irrazionale della protagonista, l’autrice reitera più volte l’anticipazione di quanto avverrà, procrastinandola e rendendo la lettura faticosa. Quando finalmente il film comincia e si entra nel vivo del gioco, la vicenda assume un buon ritmo (non aspettatevi, però, un romanzo d’avventura denso di suspense), con una risoluzione molto interessante della linea narrativa cinematografica. Non avendo visto il film, però, non so quanto la trovata narrativa sia debitrice della sceneggiatura originale (da quanto capisco, molto) né quanto l’efficacia delle parti che raccontano il film (senza dubbio le più scorrevoli e con una migliore caratterizzazione dei personaggi) dipendano dall’opera originale.
Il romanzo sarebbe potuto finire dopo poche pagine dagli immaginari titoli di coda, invece sorge il secondo punto negativo: la fine. Non vi anticipo la risoluzione dell’intreccio, ma questa è ostentata, protratta troppo a lungo e, per mantenere il tono dello stile, si ricorre a metafore ripetute e abusate che dovrebbero trasportare emotivamente il lettore e invece scivolano senza pietà nel ridicolo. L’impressione è quella di un ultimo capitolo scritto in un secondo tempo e congiunto al libro in modo pretestuoso (forse per ragioni di mercato).
Consigliato a: chi ama la narrativa francese contemporanea più tradizionale, agli amanti del cinema e a chi ama il gioco di interazione fra diverse arti. Consigliato a chi ha apprezzato Les Onze, tenendo conto che, pur partendo da presupposti molto simili, il primo è superiore.
Post originale su PescePirata, lo trovate qui.
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