Amic*, amante, compagn*…le parole che importano

C’è una cosa che mi fa imbestialire (tipo bava alla bocca, proprio) ed è l’eccessivo uso di eufemismi a cui la nostra società ci ha abituati. L’eufemismo -parlar bene per non nominare un cosa- può essere utile, può essere una strategia di cortesia, ma, di fatto, nasconde la realtà (per es. quando si parla di ‘brutto male’ invece che di ‘cancro’).

In certi casi nascondere la realtà è deleterio, è sintomo di una rimozione soggettiva e collettiva di ciò che destabilizza, che fa paura, che è ritenuto fuori dalla norma. Quando si parla di omosessualità succede spesso, soprattutto quando si parla di relazioni omosessuali.

Sfatiamo qualche mito.

1. La relazione omosessuale fa di me un omosessuale? Non sempre. Non è condizione sufficiente. La cosa importante è come ti auto-definisci tu. L’orientamento non è qualcosa fissato alla nascita (poche sono le persone che non hanno mai avuto dubbi riguardo alla propria sessualità). Di più l’orientamento non si esaurisce nella polarità eterosessuale-omosessuale, mettiamocelo bene in testa.

2.  A volte capita di innamorarsi di una persona non del tuo stesso orientamento (chi di noi LGB non ha mai avuto un’infatuazione per una persona eterosessuale?). Al cuor non si comanda, poi uno può decidere di non seguire le proprie emozioni, ma sono cose che succedono. A volte le cose si complicano, perché magari quell’altra persona non è proprio neutrale. Capita anche questo, perché uno magari è confuso, perché a volte il confine tra amicizia, desiderio e amore non è così netto come si vorrebbe. Perché, in fondo, ci si innamora sempre di una persona perché è quella persona lì (con questo non metto in discussione gli orientamenti, ma, insomma, io che son lesbica non è che mi innamoro di tutte le donne. Amo la Piccina perché è la Piccina.).

Ecco, io ho avuto una relazione con una ragazza che non era lesbica. E questa era una relazione a tutti gli effetti. Per più di un anno è stata la mia compagna. Non è solo una questione di sesso, è una questione di affetto, di fare di quella persona il centro della tua vita, di non riuscire a stare separati per più di un’ora senza avere il panico, di andare ovunque insieme, di voler condividere tutto. É difficile? Beh, a volte sì, a volte no. Dipende dalla persona, dipende dalla pressione sociale che ti senti addosso, dipende dall’ambiente in cui vivi. I suoi genitori, per esempio, forse non avevano gli strumenti per capire o non hanno voluto, ma non ci hanno mai ostacolato. Anzi, erano contenti che stessimo tanto tempo insieme, mi adoravano.
La storia poi è finita, è finita male (ma anche lì, quanto male finisca una storia dipende dalle persone, dalla loro capacità di essere oneste con se stesse e con l’altro). Lei ha preferito un uomo perché ‘comunque mi dà più futuro, comunque mi manca il cazzo, comunque…mi sono innamorata.’ Fa male? Prendete il dolore e moltiplicatelo per mille. Quando finisce un amore ti lascia ferite, ti comprime i polmoni come se non potessi più respirare. Pensi anche di morire, ti senti sol*, abbandonat*, anche un po’ tradit*. Ma non è quella la cosa che ti fa più male. É quando poi quella parte della tua vita e dei tuoi sentimenti viene negata. Quando tu diventi solo ‘un’amica che non sento più così spesso’ oppure ‘l’amica del cuore’. Quando non si parla di ‘relazione’, ma di ‘amicizia profonda’. E allora sì che è una coltellata ogni volta. Come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da nascondere.

L’obiezione tipica ‘eh, ma la società/ la famiglia non capisce’. Cosa c’è da capire? Che l’omosessualità non è una vergogna? Ogni discorso di questo tipo rivela solo una nascosta omofobia. Così ogni volta che un conoscente, un* amic* (di quelli che sanno, per cui non c’è presunzione di innocenza) si riferiscono a due persone che sono state insieme come ‘ex-amici’, a una relazione d’amore come a ‘un’intensa amicizia’. Magari nemmeno lo pensano che questa cosa qui ferisce come una coltellata. Che continuare a usare eufemismi, a parlare per figure, è un insulto. Come se l’amore fosse qualcosa da tenere nascosto, qualcosa che, ancora, ‘non osa pronunciare il suo nome’.

p.s. Non ho parlato volutamente della situazione (purtroppo in Italia molto frequente) della censura, per così dire, ‘mediatica’ (quando cioè si sa, ma non si vuol dire). Lì mi sembra che non ci sia molto da dire sull’imbecillità e l’omofobia di chi adopera eufemismi per indicare una coppia non eterosessuale.

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One thought on “Amic*, amante, compagn*…le parole che importano

  1. se questa persona è convinta (sbagliando) che l’amore che provava verso di te sminuisca l’amore che ora prova verso il suo uomo, è un problema solo suo

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