Non dimentichiamoci i ragazz* che eravamo

Alzi la mano chi da bambino o da ragazzo, tornando a casa arrabbiato o piangente perché dei compagni lo/la avevano preso in giro, non si è sentito rispondere:

“Lasciali perdere. Fregatene.” Cose come:

“Mi chiamano quattrocchi!”

“Fregatene, poi fra qualche anno metterai le lenti”;

“Mi chiamano cicciona!”

“Rispondigli ‘bella grassa si dice, bella magra no'”;

“Mi chiamano secchion*”

“È tutta invidia”.

Ecco, dopo l’ennesimo drammatico suicidio di un giovane omosessuale, è tutto un fiorire di lettere, di testimonianze emotive, di ‘tenete duro, le cose andranno meglio’. Ce lo ricordiamo come ci sentivamo quando ci dicevano così? Magari dopo essere tornati a casa, dopo cinque ore di inferno a scuola, dove neppure gli insegnanti dicono niente quando ti chiamano ‘frocio’; quando la compagna di banco non vuole toccare la tua roba ‘se no mi attacchi la lesbichite’; quando non c’è intervallo senza che il solito gruppo di bulletti ti prenda a insulti, a sputi o a botte e se provi a denunciare ti senti rispondere ‘sono ragazzi…e poi qualcosa devi aver fatto anche tu.’.

Già da adulto è difficile scherzare su certe cose, non arrabbiarsi, figuriamoci quando sei in quella fase di uragano fisico e psicologico che è l’adolescenza.

Mi sembra che noi queer adulti ci siamo dimenticati com’era a quell’età, forse perché è passato del tempo, forse perché il nostro modo di guarire è stato dimenticare cosa abbiamo provato. A questi adolescenti, a questi giovani adulti più che un contentino di ‘come siamo belli’, più che dire ‘domani andrà meglio’ dovremmo raccontare come ci si arriva al momento in cui tu dici ‘sei tu nel torto, ne sono sicuro, per questo non mi fa del male’. Non basta dare speranza per lavarsi la coscienza. Diamogli i mezzi (l’ascolto, l’aiuto, la presenza, il conforto, l’esempio e anche le leggi) perché quella speranza diventi certezza e sicurezza di sé.

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One thought on “Non dimentichiamoci i ragazz* che eravamo

  1. Figurati, che io sono stata “bullizzata” da un compagno perché mi chiamavo con un nome strano ed ero nata in Brasile. Non tutti sanno reagire come reagii io. E questo va tenuto presente.

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