Un affare di famiglia.

Stamani è la mia mattinata di riposo, niente lavoro né per me né per Margi, che non vedeva l’ora di poltrire tipo gatto fino a mezzogiorno.

A me piace alzarmi presto, invece, specie di sabato e domenica, all’ora in cui il traffico è sparito o quasi e mi fanno compagnia, il vento, qualche coraggioso colombo che sfida il freddo e la poca luce che filtra dal grigio. Sono le ore migliori per scrivere, perché sono sola; solo che io ho problemi di concentrazione e mi resta difficile fare un’attività sola (correggere Sabbia e Ceneri). E allora mi metto a fare il ragù.

Nella mia famiglia il ragù è un affare maschile, che si tramanda da padre in figlio (specie per il battuto, la manovalanza può essere anche femminile). Me le ricordo le litigate tra nonno Vinicio e la nonna per il battuto, che va calibrato giusto e fatto assolutamente a mano, perché il robottino scalda e cambia i sapori (ed è vero). Poi mio padre ha cambiato di nuovo la tradizione (da quando lavora al CFP da ‘cuoco’ di famiglia è diventato lo chef) e quindi il battuto si fa a mano, col coltello.
Poi, per cause di forza maggiore (non mi ricordo se Riccardo avesse imparato, a lui piaceva cucinare i dolci), la tradizione l’ho presa io e portata in Inghilterra (anche se l’ingrediente segreto me lo porto dalla Val d’Elsa).

L’odore del ragù che bolle piano, per me, è proprio l’odore della nostra famiglia.

p.s. e visto che fa freddo, stasera ci facciamo la pattona.

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