[Recensione] Nerolio: per uccidere i padri prima bisogna esserne all’altezza .

Titolo: Nerolio. Sputerò su mio padre

Regia: Aurelio Grimaldi

Anno: 1996

Giudizio complessivo: 4/10

Recensione

Ero curiosa di vederlo da un po’ di tempo, dopo aver apprezzato “Un mondo d’amore”, soprattutto per la splendida fotografia.

Un film che prometteva irriverenza, scandalo e ‘parricidio’, finisce per rimanere soprattutto nelle intenzioni del regista e di sfiorare (a volte finendoci fino al ginocchio) nel character assassination da rotocalco scandalistico (quindi piuttosto noioso). Il film si divide in tre sequenze, due corte e una più lunga, dove il comune denominatore è dimostrare la consumata abiezione del Poeta protagonista attraverso la sua ossessione per i corpi maschili. Fin qui lo spunto, ancorché poco originale, poteva dar vita a esperimenti interessanti, ma pecca di meccanicismo e di scontatezza: i personaggi si muovono come automi di cartone tanto da risultare ben poco credibili.

La prima sequenza, ambientata a Siracusa (le vicende del film alludono a fatti reali della biografia e della produzione pasoliniana), inscena, con scarsa fantasia, l’Appunto 55 (Pratone della Casilina) di Petrolio come un evento vissuto dal Poeta protagonista, in un’interpretazione piuttosto scontata e alla lunga un po’ vuota: più che la degradazione o la tristezza del personaggio, la cui reazione non è molto scavata, è molto difficile per lo spettatore rimanere concentrato e non divagare, sapendo già cosa succederà dopo. Più sbadigli che irritazione, insomma.

La lunga sequenza centrale è dedicata al rapporto del Poeta con un ambizioso e scaltro esordiente (forse l’unico personaggio che suscita interesse, pur con derive un po’ cliché), disposto a tutto (pur con qualche piccolo scrupolo perché, poverino, andare a uomini gli fa schifo), pur di pubblicare la propria opera, ‘che forse un giorno potrebbe vincere lo Strega’ (piuttosto che facili profezie postume, si legge una critica contro tutti i ‘pasoliniani’ della narrativa; critica che sarebbe stata più apprezzabile il personaggio avesse strizzato più l’occhio al regista stesso). Intersecata con la corruzione del Poeta e una blanda denuncia del sistema marchettistico-editoriale, il tema del genio che ha fatto il suo tempo e non ha più nulla da dire, ridotto soltanto a fenomeno mediatico (lo spettatore è lasciato con un senso di vuoto: niente è mostrato di questa passata ‘grandezza’, il protagonista è ritratto per tutto il film come un mediocre e non bastano i sommari bio-bibliografici sotto forma di sfogo di rabbia del giovane esordiente per darcene un assaggio).

La sequenza finale, l’omicidio del Poeta a causa di una lite con un prostituto, avrebbe potuto centrare l’intento di scandalizzare il pubblico e spingerlo a riflettere, ma ha due problemi principali: il primo è che l’episodio è così poco curato e monocorde da sembrare una recita dentro la recita: non è una narrazione coinvolgente, né documentaristica.

Altri due punti del film generano particolare perplessità: il rapporto del protagonista con la madre anziana e malata e gli spezzoni di finti documentari.

Il primo tema poteva prestarsi a interessanti interpretazioni, ma è declinato molto a senso unico: il Poeta che finge affetto per una madre malata, un po’ assente e molto pressante, anche qui l’ennesima occasione sprecata del film. Gli spezzoni di documentario, che vorrebbero dare una parvenza realistica alle vicende narrate, risultano involontariamente comici per la loro caricatura e hanno accenti che fanno pensare ad altre personalità (la lunga dissertazione sull’omosessualità ha toni che ricordano più Mieli che Pasolini).

Non capisco come il regista pensasse di creare un’opera scandalosa o che ponesse in luce aspetti controversi di Pasolini (per altro mi suscita sempre molti dubbi il denigrare un autore attraverso dati della sua biografia: criticare o disapprovare un autore come persona non significa invalidarne le opere). Se l’intenzione era quella di riflettere sull’impatto di Pasolini nel campo più ristretto della cultura omosessuale e queer italiana, il film lo manca completamente (molto più efficaci, in questo senso, i lavori di dall’Orto).
Il problema generale del film è che non suscita domande, ma quasi una velata ilarità nei confronti di Grimaldi: quasi come la marachella di un bravo scolare che decide di combinarne una per attirare l’attenzione. E poiché neppure lui è convinto non ci riesce. Forse perché per uccidere i padri bisognerebbe essere figli quanto meno alla stessa altezza.

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