Vita e morte a Pompei..o di Pompei?

Lunedì io e mia moglie siamo riuscite finalmente ad andare alla mostra-evento del British Museum: Life and Death- Pompeii and Herculaneum, al british Museum. Dico finalmente perché prenotare per questa mostra è stato abbastanza faticoso poiché, complice la grande risonanza mediatica, la mostra ha avuto un successo talmente ampio che i biglietti per i primi mesi sono esauriti il giorno della prevendita.
La mostra è una delle migliori che abbia visto, non solo in Inghilterra, negli ultimi anni, sia per la qualità dei reperti esposti che per l’organizzazione dello spazio espositivo (il British Museum conferma ancora una volta l’elevata qualità dei propri eventi). Il tema della mostra è, come si evince dal titolo, la vita quotidiana (compresa la tragica morte) nelle città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Accoglie il visitatore un filmato informativo (che noi abbiamo in gran parte saltato) con un’introduzione generale su Pompei e il Vesuvio.

Nelle prime sale della mostra (1-3) si dà ampio rilievo ai differenti spazi pubblici della città; i pezzi di maggiore interesse sono i graffiti e le scritte murarie (in particolare esempi di campagna elettorale e di cartelli di proprietà). Vi è poi uno spazio dedicato ai negozi dell’antica Roma, con l’immancabile ricostruzione di un’osteria e reperti come coppe, bilance, pesi. Il vero cuore della mostra, però, è nelle stanze successive, dove il visitatore è accolto nella riproduzione fedele di una casa romana, con tanto di peristilio, ambienti e giardini (la planimetria usata è ispirata alla casa del panettiere Terentius). La disposizione, complici giochi di luce e pannelli colorati dà davvero l’impressione di essere uscita da una macchina del tempo.

Veniamo ai reperti: la maggior parte dei pezzi provengono dal Museo Archeologico di Napoli e i reperti sono di per sé tra i pezzi più famosi dell’antichità romana (il ritratto di Terenzio e la moglie, il ritratto detto ‘di Saffo’, alcune immancabili pitture erotiche, il ciclo di affreschi del ‘giardino’, il mosaico con rappresentazioni ittiche, il mosaico dello scheletro, il calco del cane e via dicendo), ma l’esposizione li valorizza anche agli occhi dei non-specialisti, grazie a pannelli informativi dettagliati (senza tuttavia essere incomprensibili). Una novità è la quantità di mobilio (alcuni pezzi esibiti per la prima volta) in legno esposto: oltre alla culla resa celebre da uno speciale di Piero Angela, vi sono un’arca, cassapanche e panchine. É proprio vedendo uno dei nuovi reperti di Ercolano che mi è presa una stretta al cuore: in una teca isolata e posta alla fine della casa sono esposti parti di un tavolo di legno intarsiato in  avorio, ritrovato nel 2007 e appena finito di restaurare. Un lungo pannello spiega in dettaglio il lungo processo di restauro a opera degli specialisti italiani, elogiando la maestria di archeologi e restauratori nostrani, definiti ‘i migliori del mondo’. Attorno, le foto di Ercolano e quelle strazianti di Pompei, dove la bellezza del soggetto e la mano del fotografo non riesce a nascondere l’incalzante degrado. Ho guardato quelle foto, i reperti e la folla di gente, che pur nell’orario non di punta affollava la mostra e mi sono venute le lacrime agli occhi. É possibile che non ci rendiamo conto dei tesori che abbiamo in eredità (no, non li possediamo: la cultura è di tutti)? È possibile che un generale disinteresse per ciò che è cosa pubblica e politiche criminali e scellerate rischino di perdere molto di questo patrimonio?
É di pochi giorni fa la notizia che l’Unesco ha minacciato ufficialmente il governo italiano di escludere il complesso vesuviano dalla lista dei patrimoni dell’Unesco, per il cattivo stato in cui versano gli scavi e per lo spreco di risorse economiche che viene fatto; Sovrintendenza e Governo sono stati solleciti nel promettere che i dovuti lavori partiranno e verranno terminati nel 2015: una storia che si ripete da così tanto tempo che nessuno ci crede più. Un eventuale esclusione dalla lista dell’Unesco coinvolgerebbe anche Ercolano, il cui sito è molto meglio conservato grazie  all’Herculaneum Conservation Project, cofinanziato anche dalla British School of Rome e dalla fondazione Packardt, sarebbe disastrosa: uno stato che puntasse tutto sulla cultura e il turismo non avrebbe comunque i fondi necessari per gestire un simile complesso, figuriamoci il nostro Bel Paese che non brilla per lungimiranza nelle politiche culturali!

Aspettando che le istituzioni si muovano, Pompei continua a crollare, larghe parti dello scavo sono inagibili o molto degradate, tutto questo nel generale silenzio dell’opinione pubblica, che di per larga maggioranza si disinteressa di queste problematiche culturali. Mi è presa una tale rabbia perché basterebbe qualcosa di ovvio (ma che forse così semplice non è): basterebbe sfruttare le competenze che in Italia abbiamo in esubero (tant’è che spesso esportiamo archeologi, restauratori e storici dell’arte), ma per fare questo bisognerebbe capire, politici e cittadini, che la cultura non è un di più, che i siti archeologici non sono bene per pochi privilegiati, né superflui, ma che con una gestione virtuosa sarebbero la nostra più grande risorsa economica. Invece, sia a destra che a sinistra, ci sono sempre altre priorità, c’è miopia e ignoranza.

Nella mia cieca furia, ammetto di aver espresso un desiderio: Inglesi, tenetevi quei reperti. Tenetevi Pompei, Ercolano, Oplontis e tutto il resto. Voi, o i tedeschi, o i giapponesi o qualsiasi altra nazione sia in grado di valorizzare il patrimonio artistico, perché noi, che abbiamo il privilegio di avere una delle più alte concentrazioni di opere e siti d’arte al mondo, non sappiamo che farcene. O peggio non vogliamo farcene niente.

É possibile che, sopravvissuti al disastro del Vesuvio, alle intemperie e alla polvere dei secoli, questi siti (come tanti altri in Italia, un esempio su tutti Villa Adriana e Villa d’Este), rischino di morire per sempre a causa dell’ignoranza italiana?

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