Una storia di ordinario bullismo

É da ieri che penso se raccontare ancora questa storia che molti amici conoscono già. Magari non serve a niente, magari non la volete leggere, ma almeno servirà a me.

Mi fa un po’ ridere presentare il bullismo come una cosa quasi nuova, un fenomeno quasi inaspettato, come se i ragazzi fossero solo ragazzi che scherzano e la colpa è di chi è debole è di chi è la vittima.

C’è stato un periodo nella mia vita a cui al suicidio ci ho pensato, per gli stessi motivi che hanno portato ieri quel ragazzo a scegliere la morte.

Per i tre anni delle scuole medie sono stata oggetto di quelle stesse prese in giro, dei compagni di classe che prima se l’erano presa con me per il mio aspetto fisico (‘grassa’, ‘ciccio bomba’ e compagnia bella sono stati i miei nomi per tutte le elementari), poi sono stata colpita perché ero ‘diversa’. Perché a me non piacevano i ragazzi, perché rifiutavo di truccarmi già a dodici anni, giocavo ancora con le bambole e mi interessavo di cultura omosessuale, anche se ancora non avevo la coscienza di essere lesbica. Ho passato tre anni a piangere tutte le volte che tornavo da scuola perché era un continuo ‘lesbica, malata’. Una volta una mia compagna chiese alla prof. di andare in bagno a lavare la penna che le avevo prestato, caso mai le attaccassi la mia malattia. Ho preso anche botte a volte. Nessuno mi parlava se non per offendermi. Una volta mi tolsero la sedia da sotto, ho ancora una cicatrice dolorosa sulla schiena. 

Che facevano gli insegnanti?

Nulla. Anzi, forse hanno fatto solo danni. La mia insegnante di italiano, per esempio, continuava a dirmi che era colpa mia, perché provocavo, perché mi divertivo a far vedere la mia ‘superiorità’. Certo, perché voler parlare delle cose, volersi informare, voler leggere è una atto di superbia. 

L’ultimo giorno della seconda media, stufa delle vessazioni continue, della solitudine, dei risolini e della compiacenza degli insegnanti, all’ennesimo rifiuto scattò una molla. Decisi di dire ai miei compagni quello che pensavo di loro. Che erano cafoni, ignoranti, merde, degli stronzi. Alzai la voce.

Sapete come andò a finire? Che tutti i genitori di questi ‘angeli’ chiesero al consiglio di istituto la mia sospensione per ‘comportamento indecente’. Volevano che ripetessi l’anno per ‘problemi disciplinari’, nonostante gli ottimi voti. Perché ero una violenza.

Per fortuna la mia insegnante di matematica, unica persona di buon senso in quel circo di matti, e i miei genitori si impuntarono e riuscirono a far finire le cose nel nulla. Io non fui punita ed i miei compagni continuarono nel loro atteggiamento l’anno seguente.

Ci ho pensato tante volte a farla finita nelle notti passate a piangere e a disperarmi; mi sono trovata degli amici che non mi avrebbero tradito, che con le loro parole d’inchiostro mi coccolavano. Busi, Pasolini, Woolf, Wilde sono stati i miei migliori amici in quegli anni terribili. Mi hanno dato la forza di andare avanti. Eppure quelle ferite me le sono trascinate dentro per anni, mi avevano portato ad un odio così interiorizzato che ho cercato in tutti i modi di dimenticarmi della mia sessualità. Eppure, io sono stata fortunata -sì, si tratta di fortuna- perché ho trovato un appiglio, una speranza: ci sono persone, come “Davide” che non la trovano. E mi dà un profondo sconforto sapere che quello che è successo quindici anni fa in una paesino di provincia (anche se nella civilissima toscana), succeda ancora nella nostra capitale.

Questa Italia va cambiata.

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