Mi sa che son choosy.

La nostra Minestra del Lavoro, detta anche Madonna Lacrime-di-Coccodrillo, ha raccomandato a noi giovani di non essere schizzinosi nella ricerca di lavoro. Anzi, ha detto don’t be choosy; forse sperava che, essendo in Italia, la maggior parte delle persone non capisse il concetto se espresso nella lingua barbarorum [cit.].

Io sono choosy e me ne vanto.

Sono choosy perché dopo un liceo classico passato sui libri, sempre con ottimi risultati, ho scelto di fare la facoltà che mi piaceva, Lettere Antiche (o meglio, come mi piace chiamarla visto il mio percorso di studi, Filologia Classica). Nel frattempo ho voluto essere super-choosy perché ho sempre dato ripetizioni per avere un po’ di pocket-money (le piace l’inglese, no?), fatto volontariato (ha presente tutti que* ragazz* che subiscono ogni giorno l’omofobia contro la quale in Italia non esiste una legge? Ecco, quelle erano alcune delle persone che cercavo di aiutare)   e, pensi un po’, mi sono pure occupata di politica (quanto è choosy, no?). Tutto coltivando il mio choosiest dream, quello di diventare una scrittrice. Mi sono laureata con quasi un anno di anticipo e che ho fatto da brava choosy girl? Sono andata ad insegnare in una scuola privata (perchè sa, grazie ai suoi compari politici, la mia rigorosissima laurea non vale per l’insegnamento e non mi farà comunque accedere al concorso…sempre che per la mia classe ci sia un numero di posti maggiore a zero).

Sa quanto guadagnavo a scuola? 5.30 euro all’ora. Lordi. Prende più la donna delle pulizie di mia madre. Intanto ho cominciato a lavorare per una casa editrice accademica, ovviamente, a titolo gratuito, per costruirmi un po’di curriculum, coltivando intanto le mie speranze per il dottorato (con borsa…perché choosy va bene, schiavi no).

Poi la mazzata data, molto onestamente, dal mio relatore. “Sei brava, quindi vattene. Vattene in Inghilterra, vattene negli States. Qui per te non c’è posto.”). Così ho fatto. Sa, almeno mi pagano (poco, a momenti alterni, ma almeno abbastanza per campare) per studiare, per fare ricerca. E poi mi fanno insegnare all’università.Pensi come sono choosy, ho scelto il lusso di andarmene, di vivere in una condizione cento volte peggiore che se fossi rimasta al caldo di casa, di fare una fatica immane (perché lei forse non se lo immagina, ma noi PhD lavoriamo una media di 12 ore al giorno, a volte di più. Facciamo ricerca, insegnamento, organizziamo conferenze (compreso spostare i tavoli, preparare il buffet, pulire la sala prima e dopo), scriviamo articoli, cerchiamo di pubblicare libri e tutto deve essere ai massimi standard.

Eppure nonostante la fatica, sono fiera di essere choosy. Perché nonostante la fatica, a volte l’amarezza e la nostalgia, sono fortunata che almeno faccio quello che voglio.

Io in Italia vorrei tornare un giorno, ma chissà, forse sono così choosy che vorrò scegliere un paese che mi meriti. E se sarà così, sarà anche colpa sua e del suo governo che continua a sparare slogan demagogici in inglese, invece di cercare di aiutare davvero l’Italia.

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