Nocturnales [25/?]

Portrait.

En ce qu’ils ont de commun, les deux sexes sont égaux ; en ce qu’ils ont dedifférent, ils ne sont pas comparables.

J.J. Rousseau

“Sembri nervosa.” sussurrò Babet ad Henriette, mentre scorrevano insieme i modelli che la modista aveva loro proposto.
“É la prima volta che mi faccio fare un abito così importante per… un’occasione non così importante. Neppure per il mio vestito da sposa ho messo tanta cura.”
“Il mio lo avevano cucito maman ed Éléonore.”
“Mi ricordo. Che ne pensi di questo modello à la greque? Mi sembra il più sobrio. ”
“A me piacerebbe molto.”
“François ha detto che non devo badare a spese purché il vestito sia elegante e dignitoso… anche se non credo pensasse veramente che avrei ordinato qualcosa di pacchiano.”
“Questo modello è la moda di quest’anno, mesdames.” Spiegò loro l’artigiana, una donna prosperosa dall’età indefinibile. “Pensate, persino la Contessa di Beauharnais ne ha voluto uno. A voi, madame Carret, donerebbe moltissimo, esalterebbe il vostro sobrio contegno e la vostra figura snella. Posso permettermi di suggerirvi qualche tipo di stoffa?”
“Certamente, madame.” La signora ordinò ad una delle sue aiutanti di portare i campionari di stoffa. “Vede, molte signore lo ordinano in taffettà o seta bianca, perché è un po’ trasparente e sperano così di attirare le grazie degli uomini. Ma questi sono trucchi da poco e vanno bene per donne senza fascino e uomini senza gusto. Ho qui per l’appunto queste stoffe di sfumature più pacate: verde chiaro, rosa pallido e panna. Ecco, un bianco panna, appena sporco di zafferano, trovo che donerebbe moltissimo ai vostri occhi luminosi, madame.” Con mani esperte la sarta prese il polso di Henriette e vi accostò la stoffa.
“Ti sta molto bene, Henriette.” La rassicurò Babet.
“Io aggiungerei una fascia di colore diverso, forse un rosa chiaro, per sottolineare il seno.”
“E se fosse un rosso a contrasto?” suggerì titubante Babet.
“La vostra amica vi conosce bene. Direi che una seta rosso pompeiano, dal quale ricavare un nastro per la vostra folta chioma vi darebbe un tocco di malizia indispensabile per una serata galante. E poi con le vostre misure sottili, madame, qualsiasi colore vi starebbe bene.”
“Perfetto, allora siamo d’accordo.” Rispose sbrigativa Henriette. Babet non poté fare a meno di notare che la pazienza dell’amica, per la quale vestiti e accessori non avevano mai rivestito grande importanza, era al limite. “Verrete voi settimana prossima per la prova.” Com’era diventata autoritaria, Henriette! Aveva in poco tempo acquisito i modi di una vera signora.
“Con piacere, madame. Au revoir.” Le due amiche uscirono dal negozio e si allontanarono in silenzio.
“Finalmente!” esclamò Henriette. “Non ne potevo veramente più.”
“Io lo trovo divertente.”
“Certo, perché non eri tu il soggetto in questione.” Scherzò Henriette, scoppiando in una fragorosa risata. “Ti va di passeggiare un po’ per le Tuileries visto che oggi c’è un po’ di sole o devi tornare subito a casa?”
“Certo che mi va. Sai, non credevo mai di poterlo dire, ma mi sembra che le mie giornate siano troppo vuote. A volte mi dico che dovrei passare ancora più tempo con mio figlio, ma questo significherebbe togliere a Libertè anche quel poco che le diamo. Per il lavatoio è ancora troppo piccola, le toccherebbe andare a lavorare come giornaliera al mercato e per una ragazzina così piccola e senza nessuno non è proprio il caso… e mio padre non vuole che lavori. Penso creda che sarei di impiccio a lavorare con lui, perché non ho mai fatto niente e non vuole che torni a lavare panni, perché lo reputa disdicevole.”
“Anche mio padre non mi permetterebbe mai niente del genere.”
“Ma tu sei sposata, io son vedova e senza rendita. E non importa che mio padre mi ripeta che mi rendo utile mantenendo in ordine la casa, ormai non c’è più molto da fare.”
“A chi lo dici. Da quando François ha deciso di assumere la nostra cameriera le mie giornate passano nella noia. E non è giusto annoiarsi a Paris.”
“Le cose cambieranno quando avrai un bambino. Il primo anno rimpiangerai i pomeriggi passati a … non far niente.” Babet si pentì di aver detto quella frase quando vide gli occhi dell’amica riempirsi di lacrime. Com’è che inevitabilmente riusciva a dire sempre la cosa sbagliata?
“Sai, le cose fra me e François non vanno così bene come dovrebbero.” Babet abbraccìo l’amica stretta.
“É normale litigare fra marito e moglie.” Cercò di consolarla. Che avrebbe detto la sua buona mamma in un’occasione come quella? Alla fine lei non poteva dirsi troppo esperta di questioni d’amore, dato che fra fidanzamento e matrimonio, la sua storia con Philippe era durata meno di due anni.
“Non riusciamo ad avere figli. E François è convinto che sia colpa mia.”
“Non fa onore alla suo essere uomo di scienza. Purtroppo a volte ci vuole tempo, magari il tuo corpo non è ancora pronto.”
“É convinto che lo faccia di proposito, che prenda strani rimedi perché non voglio un figlio da lui, perché non lo amo abbastanza.”
“Magari qualcuno gli ha messo qualche strana idea in testa. Sai com’è, di persone invidiose è pieno il mondo. Sai bene quanto tuo fratello mi amasse, eppure la gelosia ha rischiato di rovinarci più di una volta.”
“Ce l’ha con me per qualche motivo, anche se non capisco perché e lui non me ne vuole parlare.”
“Gli uomini a volte si comportano davvero come bambini.” Commentò Babet. “Sono sicura che i figli verranno…certo, però, se ti desse modo di stare più tranquilla.”
“Credo che metta in dubbio la mia fedeltà…ma”
“La tua fedeltà? Allora non ti conosce proprio per niente! E chi sarebbe il tuo amante?”
“Temo che mi rinfacci la mia vita passata…sai a Frévent dicono che…dicono che non sia arrivata illibata al matrimonio.”
“François dovrebbe saperlo!”
“É vero che non ho sanguinato. E quella notte non c’è stato molto modo di pensare al resto e…” Babet rimase spiazzata dalle lacrime che scorrevano a fiotti dal volto dell’amica: non l’aveva mai vista piangere a quel modo.
“Mi sembra tutto molto stupido. Vuoi che ci parli io? O magari mio padre? Nessuno nella mia famiglia avrebbe mai permesso che succedesse qualcosa di riprovevole. Per non dire che Antoine non ti avrebbe mai neppure sfiorata senza sposarti.” Babet abbracciò l’amica e le accarezzò le guance. “Sono convinta che sia soltanto un fraintendimento temporaneo.”
“Sediamoci, non mi sento bene.” La pregò Henriette, accasciandosi sull’erba. Babet le sedette accanto, prendendole la mano.
“Ci sporcheremo le gonne come due bambine.” Rise, prendendole la mano.”Sai, ieri è arrivata una lettera di Marguerite Couthon. Ti manda i suoi saluti.”
“Sta bene?”
“Si è risposata.” Rispose Babet, strappando un filo d’erba. Quella notizia l’aveva fatta pensare. All’ inizio la sua reazione era stata quasi di sdegno, ma poi aveva riflettuto meglio: Marguerite aveva l’età di sua sorella Éléonore, era ancora una donna giovane e aveva due bambini ancora piccoli che da poco avevano cominciato ad andare a scuola e che di sicuro avrebbero beneficiato della protezione di un uomo. E poi era davvero giusto che una donna ancora giovane si precludesse ogni felicità futura per rispetto ad un marito che non sarebbe più tornato?
“La notizia ti ha turbata, immagino.” Commentò Henriette, asciugandosi le lacrime.
“Mi domando cosa tuo fratello desidererebbe per me.”
“Mio fratello vorrebbe che tu fossi felice e che Philippe avesse tutte le migliori opportunità che la vita possa offrirgli. Non credo che si sentirebbe offeso se ti innamorassi di una persona con i vostri stessi principi. Sei ancora giovane.” Babet apprezzò lo sforzo dell’amica che adesso cercava di sorriderle e di rassicurarla.
“Non lo so, dovrei trovare qualcuno in grado di farmi battere il cuore e che accetti allo stesso tempo il fardello che mi porto.”
“Quale fortuna, incontrare due belle dame in una bella giornata d’inverno.” Le sorprese Nicolas, avvicinandosi alle loro spalle.” Mi sembra ancora troppo freddo per stare sull’erba.” Sorrise, spazzolandosi nervosamente la giacca. Babet poi si trovò di fronte il palmo teso dell’uomo che si offriva così di aiutarla. Il contatto con il guanto di lui la fece trasalire e guardò a terra.
“Posso accompagnarvi a prendere qualcosa di caldo?” si offrì, aiutando anche la sorella.
“Io…io dovrei tornare a casa.” Balbettò Babet. Andare in un caffè? Quello non era certo il posto per lei.
“Allora ti accompagniamo.” Propose Nicolas.
“Grazie, ma non ce n’è bisogno.”
“Che non mi si accusi di non essere abbastanza cortese, vero Henriette?” scherzò Nicolas. “Riportiamo la nostra Babet a casa sana e salva.”

***

Babet salutò gli amici sul cancello e corse nel cortile dove suo padre Charles ed Éléonore stavano ancora lavorando, sfruttando le ultime ore prima del tramonto.
“Sembri turbata, tutto bene?” le chiese sua sorella.
“Sì, certo.” Rispose velocemente, abbassando gli occhi di nuovo. “Vado in casa a preparare la cena.” Babet si diresse svelta in casa dove fu investita dalla voce di Liberté che dalla cucina cercava di insegnare una canzoncina a Philippe e Camille, imitando i versi degli animali. Entrò nella stanza per trovare i due bambini accovacciati sul pavimento, mentre Libertè cantava loro, girando la zuppa.
“Ti sei messa anche a cucinare?”
“Cornélie mi ha detto di cominciare mentre ti aspettavamo. Sono una donna anche io, devo cominciare a cucinare.” Sorrise la ragazzina.
“Vieni, adesso posso pensarci io.” Rispose frettolosa, togliendole il mestolo di mano.
“Sono andata un pochino avanti a leggere il libro di storielle che mi hai prestato, anche se non capisco alcune parole.”
“Libertè è tanto brava a raccontare!” esclamò Camille. ”Vero Phippe?”
Ouiiii!” strillò forte il bimbo, battendo le mani.
“Hai il libro con te, Liberté?”
“Sì, me lo porto sempre dietro!” esclamò l’interessata, prendendo il libro dal tavolo. “Posso leggervene una?”
“Bene, così mi farai compagnia mentre cucino.” Fu così che la voce squillante di Libertè cominciò a leggere la storia di Cornelia. Babet sospirò, ma lasciò che andasse avanti e leggesse della donna che aveva conservato la dignità e non aveva voluto risposarsi dopo la morte del marito e che aveva allevato i suoi figli nella gloria repubblicana.
“Io da grande diventerò un Gracco! E anche se la mamma è morta, farò la nonna molto orgogliosa.” Interruppe ad un certo punto Camille, saltando giù dalla sedia.
“Non si dice “diventerò un Gracco”, Camille. Gracco è un cognome non è una parola. Che vuoi fare se non sai neppure parlare bene?” lo rimproverò la sorella. ”Philippe parla meglio di te.” Lo prese in giro la ragazzina.
“Uffa!” protestò il ragazzino. ”Hai visto, Babet, come mia sorella mi tratta sempre male? Lei non è proprio una donna romana, ecco.”
“Solo perché ancora sono piccola.” Rispose l’altra.
“E comunque tua sorella stavolta ha ragione, Camille, non si dice “diventare un Gracco”, ma potrai diventare un politico, un magistrato o chissà un comandante.”
“Mi piacerebbe andare a difendere la Repubblica dai tiranni!” rise il ragazzino.
“Però c’è una cosa che non capisco.” Chiese Libertè. “Perché tutti chiamano tua sorella Cornélie se quella vedova e con un figlio sei tu?”

***

Si decise ad entrare: doveva sapere. Era la prima volta in anni che entrava in quella camera da sola e di nuovo un brivido la percorse, come se avesse invaso uno spazio proibito. Sugli scaffali erano stati ordinati i libri -quelli di arte ed i romanzi di Éléonore e quelli di Maximilien che erano sopravvissuti alla perquisizione. Le mensole erano molto più vuote di come lo erano state un tempo, per questo fu facile individuare la corrispondenza di sua sorella. Le lettere erano state legate con dei nastri tricolori, li stessi che nelle sere invernali sua sorella fermava con veloci passate d’ago per sistemare i documenti dei loro amici.
Cosa avrebbe detto Philippe nel vederla aggirarsi con fare circospetto in quella stanza, cercando prova delle verità che sua sorella le nascondeva? Cosa avrebbe pensato del sospetto nei confronti della sua stessa famiglia? Probabilmente non ne sarebbe stato contento. Ma se suo marito fosse stato ancora vivo, lei non avrebbe avuto ragione di entrare a spiare nella camera dell’Incorruttibile. Eppure le mani le tremarono mentre scorreva i pacchetti. La colpì il nome di Buonarroti…perché l’italiano scriveva a sua sorella?
“Babet… che ci fai in camera mia?” la giovane sobbalzò e le lettere le caddero di mano, spargendosi sul pavimento. Éléonore era lì che la guardava, senza far trapelare nessuna emozione apparente; Marianne, dietro di lei, le aveva messo una mano sulla spalla.
“Evidentemente qualcuno ha deciso di immischiarsi in faccende che non la riguardano.” Commentò pungente Marianne. Quando Babet vide l’altra avvicinarsi, istintivamente si portò le mani al volto, aspettando la sensazione di uno schiaffo; ma Marianne si limitò ad inginocchiarsi accanto a lei, raccogliendo le lettere con cura.
“Perché ti scrivi con Buonarroti, Cornélie?” ebbe il coraggio di chiederle.
“É un amico, non c’è niente di male.” Fosse stato qualche anno dietro, Babet avrebbe avuto la certezza che la voce di sua sorella aveva vacillato, forse dicendo una bugia, ma ormai non era più sicura di capire la sua amata sorella. “Cerca di consolarmi. Mi chiede di parlargli di Maxime; non sono molte le persone che me lo permettono.”
“Può essere pericoloso, Cornélie!” Babet lasciò che brividi di ansia la scuotessero e istintivamente avanzò verso sua sorella, cercando le sue mani.
“Non credo proprio che qualcuno sia ancora interessato al cuore di tua sorella.” Disse Marianne, rimettendo a posto le lettere, nuovamente legate, sullo scaffale. Babet ignorò il rimarco pungente.
“Cornélie, promettimi che non stai facendo qualcosa di avventato. L’ultima cosa che Lui avrebbe voluto è quella di metterti in pericolo.” Si accorse che le mani di Cornélie erano gelide: avrebbe voluto chiederle perché la punta delle sue dita, affusolate e callose come le proprie non erano mai state, fosse fredda come la distanza che sembrava esserci fra i loro cuori.
“L’unica cosa veramente compromettente che tua sorella stava facendo era prepararti una sorpresa.” La rimproverò Marianne con tono fermo. Quella donna riusciva sempre a farla sentire ancora una bambina. Con decisione la vide andare verso l’armadio e aprirne le ante: tra i vestiti che Éléonore ancora gelosamente conservava (non aveva permesso neppure a suo fratello di provarli) Marianne tirò fuori degli oggetti di forma rettangolare avvolti in panni. I gesti decisi della donna rimossero quegli involucri, scoprendo quei volti così cari a Babet. Sua sorella la lasciò per cercare qualcosa nell’armadio e tornò da lei con un piccolo cartoncino, protetto da uno strato di carta gialla.
“É l’unica cosa che siamo riuscite a trovare.” Si scusò, porgendoglielo. Babet aprì la carta presa da una paura sottile ed incontrollabile e credette di morire a rivedere il volto tanto amato. Le lacrime cominciarono a scorrerle, non sapeva neppure lei se di gioia o di dolore. Come pareva vivo quel disegno che guardava lontano! Cominciò a tracciarne i contorni nell’aria per non sciupare la grafite e sotto le dita le pareva davvero di sentire la pelle liscia di Philippe, le guance ispide per la barba che stava ricrescendo, la peluria sotto il naso di quando, in Alsazia, si era fatto crescere i baffi.
“Philippe rimandava sempre il momento di farsi un ritratto. Non me ne volle regalare uno neppure quando ci fidanzammo.” Ricordò, con la voce rotta dal pianto.
“Per fortuna siamo riuscite ad avere il disegno di David.” Commentò Marianne.
“Non avrei tollerato che mio nipote crescesse senza avere un’idea di che aspetto avesse suo padre.” Rispose Éléonore. “E d’altronde è naturale che il giorno in cui vorrà sapere si faccia sempre più vicino.”
“Quindi qualsiasi cosa possano averti detto su di noi, è questo quello che stavamo facendo.”

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