Nocturnales [24/?]

 

Devoir

Le vrai Citoyen préfère l’avantage général à son avantage.

Gracchus Babeuf

Dicembre 1795

Éléonore aspirò a pieni polmoni l’odore acidulo del legno appena tagliato, incurante della polvere che le irritava gli occhi. Incredibilmente un paio di clienti erano venuti a commissionare a suo padre un tavolo da salotto e un cassettone per un corredo: suo padre, nonostante tutte le sue paure, aveva sorriso dopo tanto tempo. Era una gioia vederlo lavorare insieme a Charles su quei pezzi di legno con tanta velocità. Lei si era offerta di curare i decori, in fondo con i modelli dei disegni in mano stava cercando la combinazione migliore per sistemare le greche sui cassetti.

Papa era riuscito a vendere una delle due case ad un deputato del nuovo Consiglio dei Cinquecento; quei i soldi erano stati sufficienti per ripagare i debiti più urgenti e acquistare dei materiali per riprendere a lavorare. 

“Éléonore, rientra dentro. Non c’è abbastanza luce per continuare a lavorare.” La invitò suo padre. “Vedi se tua sorella ha bisogno di aiuto.” Éléonore si avviò in casa, portandosi dietro i disegni.

“Babet?” chiamò a gran voce. Il solo pensiero di stare senza far nulla le metteva angoscia: perché Marianne non poteva essere sempre lì ad impedire alla sua testa di pensare?

“La cena è quasi pronta.” Le rispose sua sorella dalla cucina.

Papa pensava che tu avessi bisogno di una mano.”  

“Va tutto bene, Cornélie. Philippe ha mangiato e adesso dorme. Perché non vai un po’ a riposarti?”

“Sì, hai ragione. Se avete bisogno di me, sono in camera mia.” Cornélie lasciò la stanza prima che sua sorella potesse dar voce alla sua espressione perplessa. Odiava quei momenti nei quali rimaneva completamente sola: si ritrovava a pensare, come in prigione, che così non sarebbe mai riuscita ad andare avanti. Si ritirò lentamente in camera e chiuse la porta. Tutte le volte che entrava là dentro le sembrava di scorgere ancora la figura di Maximilien china sulla scrivania. Accostò la seconda sedia di paglia, come aveva fatto tante volte, e rimase a guardare i mobili vuoti, come se si aspettasse di vedere se stessa e lui lì seduti. Alla fine si mise a sedere al posto di Maximilien e si prese la testa fra le mani, sospirando. Pensò a tutto quello che doveva fare: sì, stava tenendo la corrispondenza con i giacobini superstiti, Buonarroti le scriveva almeno una volta alla settimana e anche Babeuf non aveva mancato di mandarle i suoi saluti. Eppure non le sembrava che fosse sufficiente per onorare la memoria di Maximilien. Andò al cassettone e ne tirò fuori l’unico ritratto che era sopravvissuto alle devastazioni della casa.

“Che cosa dovrei fare?” sussurrò, come se quelle labbra immobili le potessero rispondere. Senza pace, tornò alla scrivania dove c’era ancora una nota, scritta dalla mano nitida di Marianne la sera prima, elencando tutti i posti dove secondo lei si sarebbero potuti trovare ritratti ed immagini dei loro amici. 

“Cornélie?” Éléonore uscì velocemente dalla stanza per andare incontro alla sorella: Babet non era più voluta entrare in quella stanza.”La cena è pronta.” Le sorrise.

“Maumau è tornato?”

“Sì, da una mezz’ora. Ma stava parlando con papa.” Éléonore fece un timido sorriso e seguì la sorella giù per le scale.

“Marianne non viene stasera?” le chiese ancora.

“Mi ha detto che aveva da fare. E poi non è che deve venire tutti i giorni.” Rispose sulla difensiva: non le piaceva che sua sorella le chiedesse dell’amica perché non avrebbe saputo bene come spiegarle il sentimento forte che le legava.

***

Dato che Babet si era congedata presto e Maurice si era ritirato in camera sua per finire di leggere alcuni volumi, Éléonore e suo padre erano rimasti gli unici in salotto. Cornélie lavorava distrattamente a maglia.

“Domani” iniziò suo a padre “domani dovresti cercare di montarmi quei disegni.”

“Certamente, papa.” Dritto, rovescio, dritto, rovescio. Sorvegliare il lavoro, nonostante la poca luce, la esentava dal fissare lo sguardo in quello di suo padre.

Papa, non dovresti andare a letto?” gli chiese dolcemente, dopo il terzo sbadiglio. Suo padre era visibilmente esausto. Éléonore non sapeva di preciso cosa gli fosse accaduto in prigione, ma certo è che da quando era stato male, suo padre non aveva più avuto la stessa energia di un tempo. La parziale immobilità della bocca non era che il segno esteriore di quello che doveva essere avvenuto nel suo corpo. 

“Cornélie, non dovresti trattarmi come un vecchio.” La rimbrottò con voce aspra, mentre aspirava ancora il fumo della pipa.

“Scusa, papa.” Rispose, abbassando la testa e rimettendosi a contare le maglie, inghiottendo le lacrime. Non era stato il rimprovero ad intristirla, quanto piuttosto la constatazione che, pur se lo negava, suo padre stava veramente mostrando i segni del tempo. Suo padre non era più quell’eroe invincibile di quando era bambina, che la prendeva sulle ginocchia e le insegnava a distinguere le diverse qualità di legno. Non era più il giacobino coraggioso che difendeva le idee con cui credeva a spada tratta, né il padre autorevole che aveva aperto la propria casa a tutti quei giovani dei quali ammirava le idee e che alla fine aveva amato come figli. Suo padre era invecchiato ed ogni giorno che passava mostrava sempre più la sua natura mortale, temporanea: questo era il dolore che adesso le faceva scendere le bagnava gli occhi.

“Sono amareggiato.” Le disse Maurice dopo qualche minuto.

“Mi dispiace molto, padre, non avevo intenzione alcuna di offenderti. Mi preoccupo solo che tu ti stanchi, tutto qua.” Rispose, cercando di nascondere il pianto.

“Non era così che avevo immaginato la mia vita.” Continuò lui, senza prestare attenzione alla risposta della figlia. “Né la vostra. Pensavo che mi sarei ritirato con tua madre, che avremmo vissuto dei frutti del lavoro di tanti anni. Pensavo di vedervi tutte e tre sposate e felici.” Le mani di Maurice giocavano nervosamente con la pipa ormai spenta.

“Non hai colpa tu delle mie scelte.” Ribattè Cornélie. Quella era la sua vita, era lei che aveva deciso del proprio destino! L’ultima cosa che voleva è che suo padre si addossasse la colpa della sua condizione.

“Non è stata una tua scelta, Cornélie. Non mi sarei mai immaginato di trovarmi una figlia vedova a ventuno anni e…”

“Io non sono triste, papa.” Lei cercò di sorridergli, andandogli vicina. “Sono stati i tre anni più belli della mia vita.” Suo padre sospirò e le parve che la luce delle candele facesse luccicare le lacrime di quegli occhi grigi. 

“Tu lo sai meglio di tutti quanti gli volessi bene, tu sai che gli volevo bene come a voi.” Cornélie abbracciò stretto suo padre, sussurrandogli:

Papa, io rifarei tutto da capo altre cento volte.” 

*** 

“Madame, siamo disposte a pagarvi.” Éléonore avrebbe voluto scomparire: per fortuna in quella loro particolare questua era quasi sempre Marianne a parlare perché fra le due era quella che meglio riusciva ad inventarsi una qualche autorità e pareva quasi che provasse piacere nell’inquietudine che proiettava addosso ai loro interlocutori. Agendo in quel modo a tratti misterioso, a tratti autoritario, Marianne era riuscita -perché lei, pur accompagnandola sempre, non sentiva di avere alcun merito in quell’impresa-  a recuperare una decina tra immagini, disegni e quadri dei loro amici, che adesso erano accuratamente riposti in camera di Éléonore, in attesa di trovare una collocazione più appropriata in una delle stanze della casa.

“Chiamerete la polizia? Chi mi dice che non mi vogliate denunciare?” rispose spaventa la loro interlocutrice, una donna di mezz’età, vestita alla moda, ma forse in modo troppo eccessivo.

“No, madame. Conduciamo affari privati. ” Rispose ancora Marianne, senza svelare niente. Era incredibile come alla menzione di un “certo quadro imbarazzante” la signora fosse impallidita, senza che Marianne avesse dato alcuna spiegazione dettagliata. Éléonore non poteva fare altro che ammirare la destrezza dell’amica e la determinazione che dimostrava. Quando corrugava le sopracciglia e assumeva quell’aria così seria pareva proprio un angelo vendicatore.

“E che interessi potreste mai avere nell’acquistare una tela di tal poco pregio?” chiese ancora la donna.

“Se volete ve lo possiamo spiegare.” Marianne avanzò di mezzo passo, facendo cenno a voler entrare. Éléonore rabbrividì al contatto di quelle dita affusolate e gelide nonostante i guanti col suo avambraccio.

“Entrate.” La signora, che non doveva avere molto più di loro, le fece finalmente entrare in casa. “Mio marito per fortuna è a lavoro, altrimenti tutto questo sarebbe stato molto imbarazzante. Adesso posso sapere chi siete?”

“Mi chiamo Marianne Chausel, madame, sono la nipote della proprietaria dell’Hôtel des États-Unis.”

“Ecco perché mi sembrava che aveste una faccia familiare, mademoiselle.” Rispose. “Ed immagino che voi vi ricordavate di me.”

“Ricordo tutti i nostri ospiti, specie colore che soggiornano abbastanza a lungo.” Annunciò con solennità, come se avesse rivelato un grande segreto. “E so che siete pittrice e dipingevate talvolta i nostri ospiti.” 

“Avete una buona memoria, mademoiselle. ”

“So che avevate fatto un ritratto ad Antoine Saint-Just, tra l’ottobre del 1792 ed il dicembre del 1793.” La signora impallidì nuovamente e sgranò gli occhi, certo sopraffatta da tanta precisione. “Se lo avete ancora, vorrei quel quadro.”

“Sospettavo vi riferiste a quella tela, Che ve ne fate del quadro di un traditore?” chiese la pittrice, senza guardare né Marianne né Éléonore negli occhi, nella sua voce c’era imbarazzo, forse addirittura astio.

“E voi perché avevate certe frequentazioni, madame?” rispose sicura Marianne. Éléonore avrebbe voluto scomparire, le dita le tremavano. “Aspettatemi qua.”

“Perché le hai detto che potremmo pagarla?”

“Non ci chiederà un centesimo, ne sono sicura. É solo una persona molto spaventata. Suo marito è un funzionario del Direttorio e non vuole che si sappia che ha avuto simpatie giacobine in passato. Alla fine le stiamo facendo un favore.” Dopo non molto tempo la donna tornò, seguita dalla sua cameriera che portava una tela ricoperta da un panno.

“Questo è quello che cercavate. Vi pregò soltanto di non fare mai il mio nome per alcuna ragione.”

“Non vi preoccupate, madame, se il quadro non è firmato, da noi il vostro nome non uscirà mai. Avete la nostra parola. Voi ci fate un grande favore e non vi dovrete più preoccupare di nulla.” Dopo le minacce, la dolcezza. La retorica di Marianne era implacabile e perfetta, come ogni suo movimento. Da dove traeva quella naturale grazia?

“Continuo a chiedermi quale interesse possiate mai avere.”

“Quello di consolare due povere vedove, madame.” Disse Marianne, prendendo improvvisamente la mano di Éléonore. Sul volto della pittrice si dipinse un’aria di commiserazione. “Noi donne paghiamo sempre il prezzo più alto. E adesso potete svelarmi la vostra identità, madame. Non ho intenzione di fare del male nessuno.” Éléonore si sentì attraversare da un brivido: come avrebbe dovuto presentarsi. Marianne la guardò sorridendo.

“Mi chiamo Éléonore Duplay e…”

“Non c’è bisogno che aggiungiate altro, madame. Il vostro nome è tristemente famoso.” Éléonore non abbassò lo sguardo stavolta. Non voleva la compassione di un’estranea.

“Ognuno è chiamato al proprio destino.” Rispose con gravità. “Il mio è quello di sopravvivere e far sì che la memoria non venga cancellata.”

“Come fate a non aver paura? Non è facile stare dalla parte di chi ha perso.” Commentò ancora la pittrice, stavolta con un tono sinceramente curioso e forse persino con un podi ammirazione.

“Non c’è molto che potrebbero ancora togliere a me e alla mia famiglia.” Non c’era pietà nella sua voce, solo una semplice costatazione.

“Siete entrambe molto coraggiose. Vi auguro ogni bene, mesdames.” Éléonore non si lasciò sfuggire il sorrisetto ironico di Marianne.

***

“Avete fatto acquisti?” le accolse Henriette appena varcarono la soglia di casa.

“Non mi aspettavo di trovarti qui, Henriette.” Rispose Éléonore.

“Non sei mica la sola che può ricevere in casa le proprie amiche!” esclamò Babet sorridendo. “Comunque che cos’è che avete portato?”

“Niente che vi riguardi. Una commissione per mia zia.” Rispose Marianne, sulla difensiva.

“Come mai nostro padre non è a lavoro?” Babet indicò il salottino privato con un cenno della testa.

“Vostro padre sta discutendo con François di affari.” Le informò Henriette.

“Babet, Babet!” sulla porta comparvero Libertè con in braccio Philippe ed il piccolo Camille che correva loro dietro. La bambina rideva divertita.

“Che succede?” Liberté posò il piccolino a terra e gli tese la mano. Philippe mosse sicuro alcuni passi e poi abbracciò la gonna della ragazzina.

“Come mi chiamo?” gli chiese la bambina.

“Liberté!” rise Philippe.

“E tu come ti chiami?”

“Phipippe!” rise. “Tatie ‘léonore!” urlò, correndo verso Éléonore che lo prese tra le sue braccia.

“Piccolo terremoto!”

“Tettemoto?”

“Ter-re-mo-to.”

“Terremoto!” ripetè, di nuovo ridendo.

“É tutto il giorno che ripete tutto quello che gli dico.” Esclamò Liberté, contenta di aver trovato quel nuovo gioco.

“Però non riesce a pronunciare il mio nome, uffa.” Piagnucolò Camille.

“Quello è perché il mio nome è più bello del tuo!” rispose la sorella, dandogli un pizzicotto.

“Non é vero!” piagnucolò il ragazzino.

“Non mi aspettavo di dover affrontare un esercito di amazzoni!” esclamò Nicolas, uscendo per primo dal salottino.

“Cosa pensavi, che solo gli uomini potessero avere le loro riunioni d’affari?” saltò su Marianne, prendendosi gioco del suo coetaneo.

“No, no, sapevo bene che siete pericolose. E mia sorella è la più pericolosa di tutte. A quando toccherà preparare a noi la cena?”

“Guarda che non vi lasciamo i fornelli soltanto per paura di morire avvelenate.” Rise Babet. 

***

“Ho deciso di vendere la proprietà in rue Neuve de Luxembourg.” Annunciò Maurice, mentre la famiglia era riunita a tavola.

“Cosa?” Éléonore pareva la più sconvolta: automaticamente cercò gli occhi di Babet. Era sicura che la vendita della casa dove la sua sorellina aveva passato le poche giornate felici insieme al marito l’avesse sconvolta, invece Babet si limitò a ricambiarle uno sguardo sereno.

“Mi sembra sensato, papa. Non avrei mai il coraggio di viverci ancora.”

“Pare che il mercato immobiliare si stia un po’ muovendo in città, dopo che il governo ha deciso di cominciare a vendere i beni” François fece una pausa, cercando le parole meno offensive che potesse trovare. ”I beni incamerati nell’ultimo anno.”

La rhetoric est dangereuse.” Borbottò Nicholas, aggiustandosi gli occhiali. Éléonore notò che era un gesto ripetuto molto spesso. 

“Sono d’accordo, meglio chiamare le cose con il loro nome.” Intervenne Maumau.

“Comunque credo che si potrebbe trovare facilmente un acquirente per quella casa tra le mie conoscenze.”

“Perché non acquistate voi la casa?”

“Babet, non parlare di cose che non ti riguardano.” La redarguì Éléonore: perché Babet riusciva ad essere sempre così inopportuna? A volte pensava veramente che sua sorella oltre che ingenua fosse veramente un po’ stupida.

“La casa è bella, ma é un po’ troppo piccola.” Rispose prontamente François. “Un giorno avremo una famiglia numerosa.” Sorrise, guardando sua moglie. “Ho trovato una proprietà che con un po’ di lavori potrebbe rivelarsi molto interessante, ma per adesso è troppo presto per parlarne.”

“La verità è che mio marito cerca un appartamento con molte stanze perché vorrebbe uno studio per sé ed una sal de bain.”

“E che ve ne fate di una sala da bagno? Non basta una vasca per lavarsi?”

“Credo che sia molto importante che il bagno sia un ambiente separato dalle altre stanze della casa, sia per una questione di igiene che di spazio personale.” Spiegò François. ”I bagni sono essenziali nel prevenire varie patologie e aiutano a curarne altre.” 

“Marat” Éléonore abbassò la testa, in segno di rispetto.”Lavorava nella vasca da bagno.”

“Senza bisogno di certi eccessi, pensate agli effetti benefici di un bagno caldo dopo una forte febbre, oppure ai bagni freddi per alleviare i dolori delle vene varicose.” Continuò imperturbabile il medico. “E poi ovviamente si possono sciogliere varie sostanze nell’acqua, in modo da renderla come una medicina. Senza contare che un bagno è l’ideale per curare l’affaticamento fisico e mentale e pare dia ottimi risultati anche nella cura delle isterie.”

“Insomma, per voi è la medicina per tutti i mali.” Commentò Maurice. “Ma ancora non vedo dove stia la necessità per una stanza separata; mi sembrerebbe uno spreco.”

“É un posto dove il corpo si depura delle proprie malattie, quindi è necessario che sia più pulito del resto della casa. L’igiene è essenziale. Vedrete, verrà un giorno in cui anche le case più umili avranno un bagno.”

“Per adesso mi sembra tutto molto buffo.” Rispose Maurice, poco convinto. ”Nella mia famiglia il bagno si è sempre fatto ogni quindici giorni e ci siamo sempre vantati di essere una famiglia molto pulita.”

***

 

Una pioggia fitta e malevola batteva insistentemente contro la finestra ed il silenzio della stanza amplificava il rumore. Gli spifferi facevano tremolare la fiamma della candela.

“Sono solo le cinque e sembrano le tre di notte.” Sospirò Éléonore, posando la piuma. “Questo inverno è iniziato troppo presto.” Marianne abbassò il foglio che stava leggendo.

“Io non ho ben chiaro che intenzioni abbiano Babeuf e Buonarroti. Credono veramente di riuscire a trascinare il popolo?”

“Da quello che ho capito, la loro è più una rivoluzione parlamentare. Pensano che il popolo non li ostacolerà quanto meno, perché le loro idee vanno a loro favore.”

“L’abolizione della proprietà privata non mi convince. Perché una famiglia come la tua o come la mia dovrebbe appoggiare un’idea del genere? Secondo me dovrebbero porre più l’accento sulle conseguenze positive delle loro azioni.” Marianne prese in mano la lettera di Buonarroti: in calce c’era una postilla di suo cugino Pierre Chausel.

“Pierre è stato fortunato a trovare rifugio presso Filippo.” Affermò Éléonore.

“É vero; anche se non conosco bene Buonarroti, da quello che mi dici è un vero patriota. E Pierre è stato un incauto durante le insurrezioni dello scorso Germinale. Poteva veramente finire male.”

“E quando abbatteranno il Direttorio potrà tornare a Paris non più da esule.”

“Chi è?” Marianne con uno scattò si alzò dalla sedia ed aprì la porta della stanza.

“Non ho paura di te, Marianne.” Le rispose Maumau, rimanendo fermo a braccia conserte sulla soglia.

“Che desideri, MauMau?”

“Anch’io voglio abbattere questo governo di assassini.” 

“Zitto, che dici?” lo redarguì Éléonore, andandogli vicino e serrandogli un polso. ”Queste non son cose che ti riguardano.”

“Pensi che non sappia già tutto delle vostre corrispondenze con Buonarrotti, con Babeuf ed altri? Se delle donne possono continuare a coltivare la propria coscienza politica, non vedo perché a me, che sono uomo, dovrebbe essere proibito. É meno pericoloso per me di quanto lo sia per voi.”

“Maumau, sei ancora un ragazzino, non sei neppure maggiorenne.”

“Compirò diciott’anni fra pochi giorni. E poi cosa c’entra? Ho già dato ampia prova di essere capace di occuparmi di politica: sono stato alle armate, ho lavorato nella commissione Istruzione e di anni ne avevo sedici. Cornélie, sai benissimo quanto il nostro buon amico mi stimasse e non avesse remore ad affidarmi incarichi importanti. Non è l’età che fa un buon patriota.”

“Non è l’età, ma l’età ti fa pensare ai rischi che potresti correre. Sei giovane e se ti accadesse qualcosa di male tuo padre ne morirebbe di dolore.” Lo ammonì Marianne.

“Mio padre sentirebbe dolore, ma sarebbe orgoglioso di suo figlio. Le Rivoluzioni non sono tempi tranquilli, un padre non può pretendere di soccombere prima dei suoi figli.” Rispose il giovane. “Sorella, non sto chiedendo il tuo permesso, ti sto solo mettendo a parte dei miei piani.”  Continuò, con un tono minaccioso.”Tu non hai autorità alcuna su di me.” Éléonore tremò: era la prima volta che suo fratello le si rivolgeva in quel modo, facendole pesare il suo essere donna. Sì, è vero, giuridicamente la Rivoluzione aveva reso le donne un po’ più libere, ma agli occhi degli uomini rimanevano sempre e comunque esseri umani fragili e bisognosi di protezione.

“Non dovresti permetterti di parlare così a tua sorella.”

“E tu non dovresti immischiarti nei nostri affari di famiglia, Marianne.” Il ragazzo si avvicinò al tavolo e si mise a cercare tra le carte. “Vedo che stavate preparando una risposta per Buonarroti; bene, adesso gli scriveremo che anche io sono a sua disposizione.”

 

 

 

 

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