Le Bruillard

Article I: Les droits de l’homme en société sont la liberté, l’égalité, la sûreté, la propriété.
Constitution de l’An III

 

 

 

Pioveva forte fuori, poteva sentire il rumore dell’acquazzone ed il vento sibilare attraverso gli infissi. Domattina, pensò, avrebbe detto a Mathieu che c’era bisogno di ripararli. Era andata a letto di buon’ora, come d’abitudine, dopo aver rimesso a posto in cucina.
Sentì Louise muoversi nervosamente nel letto e istintivamente si mise meglio in ascolto…forse la piccola stava avendo qualche brutto incubo? Come quelli che capitavano a lei: a volte le sembrava tutto nero e l’unica cosa che riusciva a percepire erano le voci dei suoi fratelli, che parlavano tra loro, ma lei non riusciva né a sentirli né a vederli. A volte, invece, sognava ancora la prigione, le urla e la puzza che pareva quasi soffocarla.
Louise si mosse ancora una volta nel letto e a Charlotte parve di sentirle mormorare qualcosa. Si alzò e andò a sedersi sul bordo del letto. La piccola non le diede quasi tempo di accorgersi se dormisse che le strinse forte la mano: Louise stava piangendo.
“Che succede, mon choux?” le domandò mettendole una mano sulla testa, ma l’unica risposta che ottenne fu un singhiozzo. “Ti senti male?” le chiese ancora, spaventata.
“Sto morendo, sto morendo…però non lo dire al babbo.” Articolò fra i singhiozzi. Charlotte l’abbraccio forte, preoccupata come non mai.
“Dov’è che ti fa male, ma bimbine?” ma la piccola non rispose. Charlotte si alzò per andare a recuperare una candela ed accenderla, in modo da portare un po’ di illuminazione.
“Tatie..” Piagnucolò ancora Louise. “Tatie, aiutami.” Charlotte le si avvicinò di nuovo.
“Che hai, mon choux?” le domandò baciandola sul viso imperlato di sudore.
“Ho bagnato tutto il letto di sangue… Ho paura, Tatie.” Charlotte scoprì la ragazzina con un gesto delicato: c’era una macchia di sangue rosso tra le lenzuola. “Mi fa male la pancia.”
“Devi cercare di stare ben coperta e al caldo, Louise.” Cercò di rassicurarla, accarezzandole i capelli. “Passerà in qualche giorno, non ti devi preoccupare.”
“Chiamerai il dottore domani?” le lacrime parevano essersi arrestate. Charlotte l’abbracciò di nuovo.
“Non ce n’è bisogno, non sei malata, mon choux.” Le rispose, cercando di essere tranquilla. “Succede a tutte le donne.” Rispose con un sospiro. “Vuol dire che stai diventando grande.” Sperò in cuor suo che Louise non le chiedesse altro perché non avrebbe saputo darle un’altra risposta . Le baciò nuovamente le guance, cercando di portar via il residuo delle lacrime col dorso della mano.
“Ho paura.”
“Non devi aver paura, mon choux. Cerca di riposare, va bene?” Louise le strinse ancora la mano.
“Rimani qui con me finché non mi addormento.” Charlotte spense la candela e cerco di aggiustarsi alla meglio accanto alla piccina, accarezzandole la testa.
“Cerca di fare un buon riposo, piccolina mia.” Continuò ad accarezzarla, finché il respiro non si fece calmo e la piccola parve essersi calmata. Mentre si alzava cercando di fare meno rumore possibile, Louise la afferrò per la veste e le sembrò di sentirle sussurrare “merci, maman”.

***

Quella mattina aveva deciso di lasciare Louise riposare a letto. Non c’erano molte cose da fare e sarebbe riuscita a sbrigare le commissioni anche da sola. Così si era preparata silenziosamente, gettando ogni tanto uno sguardo alla piccolina che dormiva ancora, e si era decisa ad affrontare il gelo di quella mattinata autunnale. Già mentre scendeva le scale, fu costretta a realizzare quanto non fosse più abituata a camminare per strada da sola. Sperava di aver ormai superato quella sensazione di paura nell’affrontare il mondo esterno senza una presenza accanto, invece adesso quell’angoscia era nuovamente lì, tornata dal nulla. Di cosa poteva aver mai paura? Di essere arrestata, di essere aggredita? Eppure pericoli reali ormai non ce ne dovevano essere. Probabilmente, cercò di convincersi, nessuno si ricordava neppure della sua esistenza. Eppure il pensiero di uscire ed incontrare persone, anche solo la merciaia o il panettiere, le mozzava il fiato e le faceva battere il cuore troppo forte. Non era così quando si trattava di scendere e fare dieci passi per arrivare alla bottega di Mathieu, ma adesso camminare per il quartiere le sembrava un incubo. A passo svelto si diresse verso la panetteria: c’era già un capannello di persone davanti a lei, che chiacchieravano a ritmo spedito, in attesa che il panettiere si decidesse ad aprire. Si piazzò dietro tre donne, che brontolavano per il ritardo nell’apertura della bottega, cosa, per altro, non di certo infrequente.
“Quell’avvinazzato avrà fatto sicuramente tardi ieri sera.”
“Lo fa a posta, secondo me. Lo fanno sempre a posta questi panettieri per affamare la povera gente. Tutti uguali sono, tutti uguali.”
“Ma prima non era così.”
“Spero che per “prima” tu intenda sotto il re. Perché da quando ci sono quest’altri che vogliono sempre comandare si crepa di freddo e di fame.”
“Ma che dici? Sotto il re si moriva come mosche. Ve lo dico io, è tutta colpa della guerra. Adesso che siamo forti le altre nazioni mandano degli agenti a bruciare il grano. È tutta colpa degli Inglesi!”
“E voi che ne pensate, madame?” la più smilza, che aveva i capelli rossi ed un sorriso strano, le rivolse parola.
“Penso solo che voglio avere il mio pane.” Rispose Charlotte, intimorita.
“Mah, secondo me ci vorrebbe qualcuno che mette in riga tutti questi comandanti. A tutti la testa dovevano tagliare, a tutti quanti.” Rispose quella più corpulenta minacciando l’aria col pugno.
“Suvvia, non ci mettiamo a litigare adesso. Vedete cos’ho comprato l’altro giorno, così ci facciamo due risate.” La terza tirò fuori una pubblicazione giallognola, un po’ spiegazzata. La aprì scorrendone le pagine con avidità. “Lo sapete che quel Mostro di Robespierre voleva sposarsi la figlia dell’Austriaca?”
“Non si finisce mai di imparare su chi avevamo al governo… Mi chiedo come abbiamo potuto.” Sogghignò la rossa.
“Ve l’ho detto io, che questi sono tutti uguali.” Protestò ancora la donna più energica. ”Pensate davvero che questi qua siano tutti dei buoni? Non è che son spuntati dalla terra come margherite, neh. E poi quelli di prima almeno i nostri mariti li avevano votati, per questa nuova assemblea conta solo il voto dei ricchi.”
“Bel capolavoro che avevamo votato, sì, sì.” Replicò l’altra.
“E questo, Marie” disse ancora la proprietaria del pamphlet all’amica più massiccia. “È quello che vorresti fare tu, eh? Guarda che ci aveva pensato qualcun altro!” Charlotte ebbe difficoltà a mettere a fuoco l’immagine: una caricatura di suo fratello, chi altri sarebbe potuto essere?- che azionava da solo la ghigliottina.
“Dammi un attimo, che voglio vedere bene.” Rispose la rossa, strappando il libercolo all’amica. ”Che dice di altro?”
”Che questo mostro voleva ammazzare pure sua sorella. Ma vi rendete conto?”
“Si sa che per i tiranni anche i legami di sangue non contano proprio nulla, è risaputo.” Nonostante i tentativi per controllarsi, Charlotte si coprì il volto fra le mani e cominciò a piangere.
“Ecco, guardate noi con le nostre chiacchiere…magari questa signora ha perso davvero qualcuno sulla ghigliottina.”
“Su, su, coraggio, madame, ora l’incubo è finito.” Guardate, il panettiere sta aprendo.”
“Ehi, voi! Non lo vedete che c’è una signora che sta male! Su fate passare questa donna!” Fu così che Charlotte si trovò sospinta in cima alla fila, le lacrime che ancora le rigavano le guance. Fu a malapena in grado di ordinare la sua forma e pagarla. Uscita dal negozio si precipitò a rotta di collo lontano da quel posto orribile. Cominciò a correre, non sapeva neppure lei dove volesse andare, sentiva solo le gambe che volevano trascinarla lontano. Si fermò quando si accorse di essere arrivata alla recinzione del Jardin du Luxembourg. Si aggrappò con tutta la sua forza alla cancellata, cercando di trattenere le urla e le lacrime, incurante della pioviggine che aveva cominciato a scendere. Perse la cognizione del tempo, mentre cercava di ricomporsi: non poteva tornare a casa in quelle condizioni, la piccola si sarebbe sicuramente spaventata!
Sobbalzò sentendo il rumore di una vettura fermarsi, ma era troppo stanca per fermarsi ancora. Una giovane donna, vestita all’ultima moda, scese in modo brusco dalla vettura, incurante della strada scivolosa.
“Charlotte!” le sorrise, ma lei proprio non ricordava di aver mai incontrato quella persona. “Charlotte, non mi riconosci? Sono io, Henriette!” le sorrise. Le ci volle ancora un po’ per convincersi del tutto che quella signora, vestita elegantemente e pure con un certo lusso, fosse davvero la ragazzina che non vedeva da più di un anno.
“Vieni dentro, piove.” Le sorrise nuovamente, invitandola a salire sulla carrozza. Fu sorpresa quando entrandovi il suo sguardo incrociò quello di un uomo vestito altrettanto distintamente. Prima che Charlotte avesse tempo di indovinare chi fosse, Henriette le annunciò:
“Charlotte, ti presento mio marito, François Carret.” Restò in silenzio, travolta. Henriette si era sposata? Perché lei non ne sapeva niente? E che ci faceva a Paris?
“François, questa è Charlotte Robespierre.” Henriette la introdusse con gentilezza.
“É un piacere incontrarvi, Madame.” Charlotte arrossì.
“Mademoiselle.” Lo corresse, evitando di guardarlo negli occhi.
“Se ci dici dove stavi andando, ti accompagniamo, così eviterai di bagnarti.” Charlotte guardò ancora incredula l’amica.
“Stavo…stavo tornando a casa. Abito in Rue de la Pitié, ma è una strada molto piccola e le carrozze non ci passano. Basterà arrivare in rue Lacépéde.”
“E sia.” François diede istruzioni al conducente e la vettura cominciò lentamente a muoversi.
“Siete arrivati da molto a Paris?” chiese, sempre tenendo la testa bassa, toccandosi nervosamente le dita.
“Meno di una settimana, Mademoiselle.”
“Purtroppo oggi siamo molto occupati, ma devi venire a cena da noi una di queste sere.” La invitò Henriette.
“Merci, Henriette.” Rispose, imbarazzata, preparandosi a scendere dalla carrozza.
Il tragitto era stato brevissimo, ma le era bastato per aumentare il suo malessere e la sua nausea. Perché era destinata a vedere la felicità soltanto riflessa sui volti degli altri? Aveva sempre pensato che lei ed Henriette fossero simili: entrambe donne di una famiglia numerosa, destinate fin da piccole a vivere della luce riflessa dei fratelli. Nessuna delle due era particolarmente bella, entrambe venivano prese in considerazione solo quando c’era bisogno di loro (in fondo Philippe non aveva fatto venire la sorella a Paris proprio perché aiutasse Babet?). Henriette si era cullata a lungo in un amore impossibile, entrambe avevano perso il loro punto di riferimento nella tragedia di Thermidor… eppure adesso lei era sposata e sorrideva felice, mentre lei era ingabbiata per sempre nella sua solitudine. Guardò il proprio riflesso in una larga pozzanghera: era vecchia. Quella era la differenza maggiore tra lei ed Henriette. E poi, certo, anche le loro famiglie erano ben diverse, i LeBas non si potevano dire ricchi, ma avevano qualcosa, a lei, invece, restava poco più di qualche vestito, un paio di libri ed i suoi oggetti da toilette. Sospirò, entrando nella porta di casa, maledicendo amaramente tutte le volte nelle quali aveva affermato, con sorriso sicuro, che a quella vita ormai ci aveva fatto abitudine.
“Ben tornata, Tatie.” Louise le sorrise, continuando a sistemare la legna nella stufa. Charlotte si tolse i guanti, il cappello e la mantellina bagnata, appoggiò il tutto meticolosamente sulla sedia più vicina alla stufa.
“Come ti senti, mon choux?”
“Un po’ strana, ma meglio di ieri.” Sorrise la ragazzina. “La pancia mi fa un po’ meno male.”
“Sono contenta. Vado a cambiarmi, sono fradicia.”
“Mi dispiace che tu sia uscita da sola, con questo tempo.” Charlotte si limitò a sorriderle e si rinchiuse in camera sbattendo la porta.

***

Non si era accorta di quanto tempo fosse passato, la testa le pulsava forte ed il cuscino era umido. Le ci volle un po’ per recuperare lucidità: si era così sfinita piangendo e ricordando da piombare in un sonno profondo. Si alzò con cautela: doveva essere già pomeriggio, fuori non c’era più luce.
“Tatie deve sentirsi male di nuovo.” Sentì dire Louise, dietro la porta. “É tornata e si è chiusa in camera, ho paura che si stia nuovamente ammalando.” Passi decisi verso la stanza. Due colpi alla porta.
“Charlotte, posso entrare?”
“No, aspetta.” Cercò una candela e un pezzo di lumiére; accese maldestramente il fiammifero, poi la candela e si guardò allo specchio: non si sarebbe mai fatta vedere in quelle condizioni da Mathieu. Riavviò con la spazzola i capelli in disordine, si affrettò a cospargersi il viso di cipria.
“Charlotte, tutto bene?”
“Arrivo subito!” Dannazione, non aveva tempo né acqua di camomilla già pronta per fare sgonfiare gli occhi…poteva solo sperare che Mathieu facesse finta di non accorgersene. Si sistemò la gonna spiegazzata -alla fine non si era neppure cambiata- e corse verso la porta.
“Ti senti poco bene?”
“Un po’ di mal di testa. Louise, dobbiamo cominciare a preparare la cena.”
“Ho già messo le verdure a cuocere, Tatie.” Rispose la ragazzina, rimestando nella pentola.
“Fammi un po’ vedere.” Mathieu la prese per un braccio. “Sono andato a ritirare la posta, c’era questa per te.” Disse mettendole in mano una lettera.

***

Quando Louise andò a letto, dopo cena, Charlotte e Mathieu si trovarono soli.
“Hai aperto la lettera?” le chiese Mathieu. “Sembrava gonfia.”
“Ho paura.” Rispose lei.
“Charlotte, di che dovresti avere paura? Hai il tuo certificato di civismo ormai da mesi, sei al sicuro.” Le sorrise bonario, Mathieu, sfiorandole la mano. Charlotte lacerò la busta.
“Sono assignats, quelli?” esclamò l’uomo. Charlotte allontanò da sé le banconote col dorso della mano. “Guffroy mi scrive che questa è l’ultima parte dello stipendio di Maximilien.” Il solo pronunciare quel nome le faceva venire la nausea: il cittadino Guffroy, ex membro del Comité de suretè géneral, era una frequentazione di vecchia data, una conoscenza portata da Arras. Anche Armand Guffroy era stato eletto alla Convention, come i suoi fratelli, ma nella sala si erano sempre trovati su schieramenti opposti: Armand era stato prima Girondino, poi Termidoriano. Lei sola di tutta la famiglia era stata risparmiata dall’odio del deputato, che, anzi, le aveva sempre riservato dell’amicizia.
“Y’a rin qui passe sans qui rapasse: Il tempo ripaga tutte le ingiustizie.” Commentò Mathieu, ridendo. Charlotte sospirò: se aveva aspettato più di un anno ad avere lo stipendio di Maximilien -e quello solo, come se non le avessero ammazzato anche l’altro fratello-, chissà se avrebbe visto giustizia fatta anche per i suoi morti, prima di morire ella stessa. ”Ha fatto bene a mandartelo” proseguì Mathieu, che aveva già provveduto a contare la somma “anche se non è molto…con quanto è sceso il valore dell’assignat. Ma potresti almeno comprarti della nuova biancheria con questi.”

“Non sono soldi miei. Non serve a coprire abbastanza di quanto ti devo per ospitarmi.” Mathieu lasciò andare uno sbuffo e senza risponderle, impilò nuovamente le carte e le posò accanto a Charlotte. Lei provava repulsione, le sembrava che con quello stipendio le si volesse pagare il prezzo del suo tradimento, delle confessioni firmate in carcere e delle quali non ricordava più neppure il contenuto.
“Sono un po’ preoccupato per Louise. In questi giorni mi è sembrata molto spenta, spero che non si stia ammalando.” Cambiò discorso, preoccupato.
“Non c’è niente di cui preoccuparsi, starà bene.” Lo rassicurò Charlotte, senza guardarlo in volto.
“A volte mi domando che ne sarà di lei. Forse sarebbe il caso che venisse con me in bottega.”
“Hai già due garzoni che ti aiutano, che fretta c’è di far lavorare la piccina? Non vorrai farla sposare ad un operaio! E poi ha appena tredici anni.” Si infervorò Charlotte. Insomma solo le donne di famiglie molto povere dovevano spezzarsi la schiena e farsi crescere i calli sulle mani. ”Piuttosto è bene che impari ad amministrare bene la casa e magari a fare qualche piccolo lavoro di cucito, di ricamo e di uncinetto. Alla sua età già facevo cose per me e per i miei fratelli da un pezzo. Ma a questo posso porre rimedio facilmente.”
“Credo che Louise abbia sentito molto la mancanza di una mamma accanto.” Le disse, come interrompendo il discorso a metà.

***

Era rimasta incantata a guardare Henriette servire a tavola con un’eleganza che non le ricordava. Sorridente, precisa, aveva servito la zuppa con grazia e adesso badava che i bicchieri fossero pieni, che lei non mancasse di nulla.
“Mi dispiace che la cena non sia ottima, non conosco ancora bene la cucina di Marianne.”
“Mia sorella è troppo modesta.” Affermò Nicolas, sistemandosi gli occhiali. “E prepara sempre dei manicaretti deliziosi.” Il fratello di Henriette, notò Charlotte, era decisamente invecchiato: in un anno aveva perso quell’aria da ragazzino che lo aveva sempre caratterizzato e la sua goffaggine, che le aveva sempre suscitato tenerezza, adesso era quasi sgradevole. In fondo l’eccezione di famiglia doveva essere Henriette, anche Philippe non aveva mai brillato per agilità. Nè, del resto, per bellezza.
“Ditemi, Monsieur Carret, quanto contate di rimanere a Paris?” chiese al padrone di casa. François era il tipo di uomo che trovava più congeniale, già nel portamento si distingueva la sobria eleganza dell’uomo di provincia: movimenti dignitosi, ma non affettati, una certa cura nel vestire, ma senza esagerazione. E poi le piaceva quel tono pacato e rassicurante che usava.
“I lavori della commissione sono cominciati proprio oggi, ci vorrà un po’ di tempo per riorganizzare la società di Medicina, decidere quali specializzazioni comprendere e per trovare i fondi, naturalmente. Adesso staremo a vedere quando la situazione politica sarà più stabile…anche se per la verità preferisco più occuparmi della parte scientifica. Si parla anche di una riorganizzazione della Faculté de Médicine, vorrei poter entrare a farne parte. Sono più adatto al lavoro che alla politica.” Rispose pacato, mentre le dita spezzavano il pane nella zuppa.
“Ed è un bene. Perché dovresti voler aver a che fare con un branco di assassini e di corrotti, cognato?” la battuta di Nicolas fece trasalire Charlotte: non si aspettava certo una simile uscita. Charlotte istintivamente abbassò gli occhi.
“Anche voi vi occupate di politica come mia moglie, Mademoiselle?”
“Non è mai stato il mio forte.” Rispose, continuando a fissare il cucchiaio nel piatto ormai vuoto.
“Una sera dovremmo ritrovarci tutti insieme, sarebbe bello.” Intervenne Henriette, e Charlotte non riuscì a dissimulare la propria apprensione per quel “tutti”: come aveva potuto scordare Henriette che non era una buona idea mettere lei ed Éléonore nella stessa stanza?
“Quando avremo trovato una casa conveniente, potrai intrattenere tutti gli ospiti che vorrai.” Charlotte notò il tono accondiscendente e quasi dolce di François: non c’era dubbio, i due erano proprio una bella coppia.

Note:
Da questo aggiornamento Nocturnales ha una cover! Tutto merito di Butterphil :). E come sempre, grazie mille a tutti quelli che hanno la pazienza di seguire la storia, nonostante gli aggiornamente lenti….ed a proposito, questo sarà l’ultimo aggiornamento prima delle mie meritate ferie: il che vuol dire che i prossimi aggiornamenti saranno più veloci!

“Y’a rin qui passe sans qui rapasse”: proverbio chti (il dialetto del Pas-de-Calais/Artois), letteralmente “non ce niente che passi senza che ripassi”, inteso nel senso, appunto, che il tempo cura ogni ingiustizia

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