Nocturnales [22/?]

À Paris

La famille est donc si l’on veut le premier modèle des sociétés politiques ; le chef est l’image du père, le peuple est l’image des enfants, et tous étant nés égaux et libres n’aliènent leur liberté que pour leur utilité. Toute la différence est que dans la famille l’amour du père pour ses enfants le paye des soins qu’il leur rend, et que dans l’État le plaisir de commander supplée à cet amour que le chef n’a pas pour ses peuples.
J.J. Rousseau, Du contract social

“Prima la nebbia e l’aria fetida, poi la pioggia e tutto questo fango per le strade… Per adesso la capitale mi sembra proprio che abbia bisogno di una ripulita.” Henriette rise: da almeno dieci minuti François non faceva che lamentarsi. Suo marito era rimasto in silenzio per tutto il viaggio, cercando di combattere col mutismo i disagi che il viaggio gli procurava (o forse vergognandosene). A lei, invece, ogni ora che la avvicinava a Parigi, la faceva sentire meglio, più vicina a casa.
La carrozza si fermò bruscamente di fronte alla facciata modesta dell’Hotel des États-Unis. Fu Nicholas per primo a scendere, Henriette lo vide sgranchirsi timidamente le braccia e le spalle e poi aiutare il vetturino a scaricare i bauli.
“Tra oggi e domani sistemerò tutte le nostre cose.” Sussurrò la ragazza al marito, sorridendogli. Quanto si vedeva che era nervoso.
“Spero che riusciremo a trovare la nostra sistemazione al più presto, Henriette. Non mi piace il pensiero di vivere in un hotel.” Osservò François, scuotendo la testa. Henriette prese il suo braccio e scese dalla vettura. L’aria di Parigi, i suoi odori, la nebbia dell’inverno la colpirono in pieno viso: era felice.
Fu François a varcare per primo la soglia dell’Hotel des États-Unis e dalla contrazione delle sue spalle, Henriette capì subito che il corto corridoio in penombra e l’odore di cucina e tabacco non gli avevano fatto una buona impressione. Forse suo marito aveva aspettative troppo alte.
“Bonsoire, mademoiselle. Mi chiamo Carret, abbiamo mandato una lettera per prenotare un appartamento qui da voi.” Ci fu un movimento rapido della sedia e del tavolo.
“Henriette! Ben tornata!” la voce di Marianne la investì prima del caloroso abbraccio dell’amica.
“Venite, vi mostro immediatamente le vostre stanze. Henriette, ti ho riservato l’appartamento al primo piano, quello più grande: dovrebbe essere abbastanza confortevole per tre persone. Quanto vi tratterete?”
“Non lo sappiamo ancora.” Rispose François con autorevolezza. “Si tratta comunque di una sistemazione provvisoria.”
“Ma certo, ma certo.” Rispose Marianne, accondiscendente.
“Ti ricordi di mio fratello?” le chiese Henriette.
“Come no, Nicolas, tanto piacere rivedere anche te.” Rispose sbrigativa, salendo su per le scale di legno.
“Babet sa del tuo arrivo?”
“Le ho scritto una settimana fa, ma non ho ricevuto risposta, quindi non so se abbia ricevuto la mia lettera.”
“Immagino che sarà felicissima. Io stasera passerò da loro, se ti va di venire.”
“Con piacere!” rise Henriette, mentre l’altra apriva la porta dell’appartamento.
“Ecco, è il più grande che abbiamo.” Henriette capì che Marianne a suo modo si era sforzata di arrangiare tutto per il meglio e avrebbe voluto ringraziarla con più calore, ma lo sguardo critico di suo marito le fece passare ogni voglia di essere allegra. Certo, quelle stanze non erano spaziose e ben arredate come casa loro, ma le sembravano comunque più che decorose.
“Ti aspetto giù per le sei.” Le raccomandò Marianne, prima di andarsene.

***

Henriette aveva meticolosamente sistemato i bagagli, nonostante la contrarietà del marito: il commento di François si era limitato a poche significative parole “Staremo quí il meno possibile.” Si era poi rinchiuso nel silenzio, rimanendo impalato alla finestra. Diplomaticamente, Nicolas si era rifugiato in uno dei suoi libri e non aveva più alzato la testa da lì.
“Vado con Marianne a trovare mia cognata.” Annunciò Henriette, guardando il suo piccolo orologio da tasca.
“Vengo anch’io, naturalmente.” Rispose Nicolas, alzandosi e spazzolandosi i pantaloni. “È anche mia cognata.”
“Non posso certo permettere che tu vada in giro da sola in una città che non conosci.” Nicolas tentò di soffocare una risata, ma non ci riuscì, col solo effetto di irritare François ancora di più.
“Andiamo, su.” Henriette non aveva intenzione di farsi guastare il piacere di rivedere la sua amica per i malumori di qualcun altro.
“Puntualissima.” Le sorrise Marianne. “Io di solito vado a piedi, ma volete che fermi una vettura?”
“Se Henriette se la sente di camminare, io non ho problemi.” François sembrava nettamente a disagio. Henriette lasciò che Marianne la prendesse sottobraccio e si incamminarono per rue Gaillon.
“Ti vedo davvero bene, Henriette, sono contenta.”
“Grazie, Marianne. Come mai c’è così tanta polizia per le strade?”
“Non hai sentito dell’insurrezione realista di qualche giorno fa? Col governo che ci ritroviamo è naturale che i realisti rialzino la testa.” Rispose l’altra sconsolata. “E pare che l’unica risorsa sia di farci difendere da uno che è solo mezzo francese.”
“Quanto meno c’è ancora qualcuno che riesce a tenere sotto controllo questa città pericolosa.” Intervenne François. “Altrimenti non fareste altro che ammazzarvi da mattina a sera.”
“Si vede che conosci Parigi solo per sentito dire, citoyen.” Rispose sprezzante Marianne. “Se non fosse per questa città non ci sarebbe stata la Rivoluzione e tu adesso non potresti fare carriera, perché giudicando dal tuo cognome, sei nobile quanto me.”
“A me questo Bonaparte non sta così antipatico.” Intervenne Nicolas ed Henriette gli fu grata. “In fondo è un bravo militare, è un giacobino. Meglio loro di… di quei farabutti che non voglio neppure nominare. Certo, i militari vanno tenuti a bada, perché hanno spiriti bollenti, ma so che di lui ne avevano tutti un grande rispetto. E mio fratello non ha mai dato giudizi affrettati.”
“Dovreste vederlo, quanto è popolare con il popolo. Lui e la sua amante, una nobile, giocano a fare i benefattori, però vivono nel lusso: a me sembra né più né meno che un altro demagogo.” Henriette notò la smorfia di disprezzo di François: a Frévent quella figura che affittava camere, non era poi molto diversa dal “popolo” che adorava il giovane generale.

***

“Bonsoir!” Marianne annunciò il gruppo, gridando quel saluto nella corte. Henriette tremò: il cortile era silenzioso e solo alcune tavole di legno, riparate sotto una tettoia, parevano testimoniare una qualche attività recente.
“Marianne?” La voce sospettosa di Éléonore provocò in Henriette un moto di gioia più di quanto lei stessa avrebbe creduto. Si avvicinò per abbracciarla, ma Éléonore rimase impassibile e solo dopo un po’ la salutò freddamente.
“Henriette!” La ragazza oltrepassò Éléonore per andare incontro a sua cognata e finalmente l’abbracciò stretta come aveva tanto desiderato.
Mon amie, mon coeur.” Le sussurrava Babet, mentre lei stringeva forte l’amica al petto. “Sono così felice che tu sia tornata.”
“Allora smetti di piangere.” Le sussurrò Henriette: le lacrime potevano diventare contagiose.
“Di me non ti ricordi, ma belle-soeur?” Nicolas interruppe quell’abbraccio appoggiando una mano sulla spalla della sorella: solo allora Henriette si ricordò di introdurre François.
“È proprio necessario rimanere qua sulla soglia?” chiese François, dopo essersi presentato.
“Scusate, che sbadata che sono!” le guance di Babet tornarono rosse, come Henriette le aveva viste tante volte. Aveva trovato la sua amica molto provata dalle esperienze passate, decisamente più magra e più trascurata, ma era felice che ci fosse, sotto quell’apparenza, ancora l’amica con la quale aveva condiviso tanti giorni felici.
“Ma dov’è andata tua sorella?” Babet si limitò a sospirare e a indicare con l’indice il piano superiore della casa, con una scrollata di spalle.
“Mi stavo chiedendo cosa fosse tutto questo rumore.” Così li accolse il vecchio Maurice, seduto su una poltrona, intento a giocare con un bambino.
“Che bello mio nipote!” esclamò Henriette. Vederlo le provocò una strana reazione, come se improvvisamente, tutto fosse tornato indietro: si aspettava quasi che da un momento all’altro suo fratello sarebbe entrato nella stanza.
“Vieni da maman.” Babet prese il bambino tra le braccia. “Papa, vuoi che ti dia una mano?” Il genitore rifiutò le premure della figlia e con fatica si alzò.
“Sono contento di rivedervi.” Si rivolse ad Henriette e Nicolas. ”E voi, monsieur, sono contento di fare la vostra conoscenza.”
“Monsieur Carret.” Rispose François, tendendogli la mano.
“Siate il benvenuto in casa nostra. Henriette e Nicolas non hanno bisogno di inviti.”
“Ma che bello, il piccolo Philippe… e fra un poco non potrò neppure dire piccolo.” Henriette lo prese tra le braccia.”Vieni dalla tua tatie Henriette.”
“È proprio un bel bambino. Assomiglia… Ha il naso di famiglia.” Commentò Nicolas, lasciando che il suo sguardo vagasse a terra.
“E Maumau?”
“É fuori per delle commissioni, dovrebbe tornare presto.” Sorrise Babet. ”Ma accomodatevi, vi fermate a cena da noi, vero?”
“Con piacere.” Rispose d’impulso Henriette.

***

“Voi che fate nella vita, Monsieur Duplay?” chiese François, prendendo posto a tavola. Henriette tirò un sospiro di sollievo: fino a quel momento François era stato in disparte ad ascoltare le conversazioni degli altri. Henriette fu investita per un tempo che le parve infinito dallo sguardo azzurro di Maurice, poi l’uomo si rivolse a suo marito:
“Mobili, Monsieur Carret. Ho fatto mobili per più di cinquant’anni e così mio padre e mio nonno. Il legno è la nostra vita: i tavoli, le sedie, quelle di tutti giorni alle quali nessuno fa mai attenzione, ma di cui tutti hanno bisogno. Siamo una famiglia di mobilieri, le nostre radici sono nella Loira.” Mentre parlava, col tono calmo e sognante col quale si raccontano le favole, la voce ogni tanto si inceppava all’angolo della bocca che era rimasto paralizzato e le mani nodose tremavano. I capelli di Maurice erano completamente ingrigiti: lei li ricordava ancora castano scuri. Solo allora Henriette si rese conto di quanto Maurice Duplay sembrasse vecchio. Forse non ci aveva fatto caso perchè, a ben pensare, tutta la famiglia era invecchiata, come se il tempo della capitale scorresse due volte più veloce del tempo della provincia.
“E come ti sei trovato nella capitale, citoyen Duplay?” chiese Marianne.
“Perchè papa era il più bravo di tutti.” Sorrise Babet, portando in tavola la zuppa. Come ai vecchi tempi, lei e Babet quel pomeriggio erano riuscite a mettere su una cena abbondante abbastanza per sfamare tutti. Certo l’aiuto di Marianne, che era uscita con Éléonore per “contribuire al pasto”, era stato prezioso: dovevano ringraziare lei se quella sera avrebbero mangiato anche dell’arrosto. Non le sarebbe dispiaciuto mangiare anche solo una minestra di cavolo e un po’ di pane, ma sapeva bene che suo marito non era dello stesso avviso e ad essere onesta le premeva che François avesse da subito una buona impressione di Babet e della sua famiglia.
“Non il più bravo di tutti. Io e mio fratello eravamo bravi, è vero, e giovani. Quando hai meno di vent’anni ogni cosa ti sembra possibile; così decidemmo di venire a cercar fortuna nella capitale ed affittammo questa casa, che allora era parte del convento della Concezione, qui a fianco. Come vi ho detto, di armadi e letti han bisogno tutti e piano piano ci eravamo fatti una bella clientela, abbiamo cominciato a differenziare la produzione: mobili solidi, forse un po’ provinciali, per l’operaio e la sua famiglia, che durino per generazioni e vengano passati ai figli, mobili più raffinati, con qualche disegno, per il giovane avvocato che mette su il suo studio e non vuole sembrare un pezzente. Così abbiamo cominciato ad avere richieste e ad assumere operai. Nei giorni migliori davamo lavoro a più di dieci persone: tutti sapevano che dal Monsieur Duplay si trovano mobili belli e di ottima qualità. Mia moglie” Henriette notò che i tre figli abbassarono gli occhi “la mia povera Françoise, è anche merito suo se le cose sono andate meglio. Dovevate vederla, affaticarsi intorno agli operai perché non mancasse loro nulla, spostare le assi come fosse un uomo e badare alla casa. E poi di notte aiutarmi nei conti. Era anche brava nel disegno, mia moglie. E mi ha dato i miei figli, che sono la mia forza per andare avanti. Voi non potete saperlo, Monsieur, ma ad una certa età si è solo stanchi. Sono i figli che ti danno il coraggio di affrontare il mondo. Da pochi giorni abbiamo riaperto l’attività, certo in piccolo. Non c’è più mia moglie, ma mia figlia, Éléonore, mi dà sempre una mano. Le assomiglia molto.” Henriette voltò lo sguardo verso l’amica e notò il movimento di Marianne verso di lei, come se le stesse prendendo la mano.
“Voi, mademoiselle Éléonore” cominciò François. Henriette incrociò lo sguardo di suo fratello, aspettando entrambi una reazione dall’interessata.
“`Tu’. E `cittadina’.” Rispose Éléonore con tono perentorio, posando il cucchiaio sul tovagliolo. ”Nessuno può chiamarmi col mio nome di battesimo, papa lo ha fatto solo per farvi capire.”
“La chiamiamo tutti Cornélie, chiamatela così anche voi, Monsieur Carret.” Aggiunse Marianne, contraendo la mascella.
“Cornélie, voi… tu sei la maggiore?”
“C’è un’altra sorella prima di me, ma non siamo molto in contatto.”
“Nostra sorella Sophie” spiegò Babet ”si è sposata nell’Issoire e purtroppo non la vediamo molto spesso.”
“Con le idee che ha, è bene che non si faccia proprio vedere in questa casa! Né lei, né suo marito!” commentò Maumau che fino a quel momento se n’era rimasto in silenzio. “Io non ho altre sorelle, oltre a voi due.” Anche il ragazzo era cambiato e forse non era più neppure giusto considerarlo un ragazzo: l’adolescente curioso e dal tono un po’ stridulo che aveva accompagnato Philippe in missione era adesso un uomo con le guance perfettamente rasate, le spalle larghe e la voce profonda.
“E voi, Monsieur Maurice, anche voi lavorate con vostro padre?”
“Tengo a posto i conti, ma sto ancora finendo di studiare. Se tutto va bene, fra un anno andrò all’università.”
“É ammirabile che vogliate studiare, ma vostro padre non è dispiaciuto che non lo aiutiate?”
“Ho lavorato una vita perché i miei figli avessero una vita diversa dalla mia. Intendiamoci, amo il mio lavoro, ma mi pento sempre di non aver studiato. Sa come ho imparato a leggere e a scrivere? Perché un prete generoso mi ha insegnato, pensando che sarei potuto entrare in seminario: sa com’è, in famiglia ero la quinta bocca da sfamare. Lo ringrazio sempre, perché posso leggere il giornale e se capita, qualche libro, ma lo capisco bene che c’è sempre qualcosa che mi sfugge, che non ho mai letto Cicerone né Tacito e mi piacerebbe, invece, conoscerli a memoria. Così ho detto a mia moglie, prima di sposarla “i nostri figli, tutti, avranno un’istruzione”. Senza un’ istruzione, una vera, rimani sempre e solo un poveraccio; puoi vendere i mobili a tutta Parigi, ma se non sai leggere e scrivere non sarai mai un uomo libero.”
“Vedete, Monsieur Carret, tutte noi figlie abbiamo studiato dalle suore qui accanto. Tutte noi sappiamo leggere, scrivere, far di conto, abbiamo imparato un po’ di storia e sappiamo dov’è Londra o Vienna. A me piace leggere i romanzi, andare a vedere Racine a teatro e ogni tanto suonare qualcosa alla spinetta. Ti ricordi, Henriette, quanto ci divertivamo a suonare insieme?”
“Sì, è vero. Dovremmo rifarlo qualche sera.”
“Vedete io sono sempre stata un po’ semplice, me lo diceva anche la mamma.” Cominciò Babet.
“Io non direi che sia una male, Babet, conservare un po’ di allegria infantile.” La complimentò Nicolas, facendola arrossire.
“A me piace leggere i romanzi, soprattutto d’amore, ma Cornélie legge di tutto. Chiedetele di Michelangelo e di Leonardo, saprà dirvi ogni cosa.” Continuò tenendo gli occhi bassi.
“Sei appassionata d’arte, Cornélie?”
“Ho studiato presso un pittore per un po’ di tempo, ma non sono così brava da poterne fare un mestiere.”
“Eccedi sempre nella modestia.” Commentò Marianne a voce non abbastanza bassa perché Henriette non registrasse quel commento. “Mio padre ha ragione, se non si studia, non si è mai davvero liberi.”
“Cosa ti piace leggere?”
“Filosofia: Rousseau, Machiavelli, Mably. E politica, bisogna tenersi informati su quello che succede e capire per poter poi cambiare le cose. Non hanno assassinato la Rivoluzione imponendoci un governo ingiusto che sputa su tutto quello che abbiamo fatto dalla presa della Bastiglia.” Henriette mise una mano sul ginocchio del marito, pregandolo di smetterla con quel sorrisetto ironico. Una Mathilde Carret, forse, non poteva parlare con consapevolezza di politica e al massimo era capace di ripetere quello che aveva sentito dire in qualche salotto, ma le donne di Parigi erano diverse. Le donne di Parigi erano come lei.
“Non può durare per sempre questo nuovo regime di ineguaglianza.” Aggiunse Marianne.
“Anche voi, Maurice, vi occupate di politica? Lo troverei appropriato per un giovane della vostra età.”
“Appunto perché sono giovane, studio al meglio e metto a frutto ciò che ho imparato.” Rispose Maumau e di nuovo le sue guance si tinsero di rosso.
“Che cosa farete all’Università?”
“Studierò legge, voglio diventare avvocato o magari anche giudice, così farò in modo che la legge sia sempre giusta. E quando non sarà giusta potrò cambiarla. Ho sempre avuto grandi esempi davanti agli occhi, a cominciare da mio padre, che è stato anche giurato al Tribunale Rivoluzionario e non ha mai condannato un innocente. Sì, la mia adolescenza è stata cullata dall’ombra di uomini grandi, voglio che la mia maturità sia alla loro altezza.”
“Di sicuro non vi manca il dono del bel parlare. Che ne dite, Monsieur Duplay? Deve essere una grande soddisfazione avere un figlio così promettente ed ambizioso.”
“Dico soltanto che coloro che stanno in cielo lo proteggano.”
“Di questo, papa, non c’è dubbio.” A quelle parole di Éléonore, pronunciate in maniera così ieratica, con gli occhi castani spalancati verso chissà quale assoluto, Henriette sentì un brivido scenderle lungo la schiena.

Note: 
Grazie mille a tutti coloro che hanno letto e coloro che hanno letto e commentato (un grazie in particolare a Fragolalidia che si ferma sempre a lasciare commenti molto partecipati!).
Volevo farvi partecipi di una bella notizia: Nocturnales ha vinto il concorso “Chi è normale non ha molta fantasia” indetto sul forum di EFP! Sono veramente tanto contenta! Volevo mandare un grazie alle organizzatrice del contest 🙂
Mi scuso per la lentezza degli aggiormamenti, ma sto finendo la prima stesura della mia tesi di dottorato, quindi è un periodo un po’pieno. La mia deadline è il 15 giugno, quindi dopo quella data dovrei riprendere con aggiornamenti più regolari. Grazie per la pazienza.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s