Nocturnales 21/?

Il Corso.

Les jours de fête, amusons-nous/ De s’amuser il est si doux./En dépit des jaloux, en chantant, crions tous/Vive la république,/Nous la voulons, nous la voulons/Vive la république/Nous la voulons, nous l’aurons.

Anonimo, Carmagnola 

Paris, 13 Vendiammaire an III/5 Ottobre 1795

“No!” Babet si alzò urlando con le lacrime agli occhi. Il piccolo Philippe cominciò a piangere, spaventato, cercando di attirare la sua attenzione.
“Che succede? Posso entrare?” Babet sentì la voce di suo fratello chiamarla.
“Vieni.”
“Che succede?”
“Ho fatto un brutto sogno. Ho sognato Philippe.”
“Vado a chiamarti Éléonore.” Rispose lui in tono brusco, uscendo dalla stanza. Gli avvenimenti della giornata dovevano averlo scosso almeno quanto avevano scosso lei: una folla di gente -si diceva quasi trecento persone- erano state massacrate a poca distanza da casa. I colpi avevano fatto tremare tutta la strada. E Philippe aveva pianto a pieni polmoni, proprio come stava facendo adesso, finché ogni rumore non era cessato.
“Babet.” Éléonore, ancora vestita, si sedette accanto a lei. “Povero piccino.” Le prese Philippe dalle braccia e se lo portò al petto: Éléonore aveva un dono per farlo calmare. “Cos’è successo?”
“Ho fatto un brutto sogno.” Cercò di scrollarsi di dosso la sensazione che le era rimasta e calmarsi.
“Ne vuoi parlare?” le chiese sua sorella. Si guardarono negli occhi. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevano parlato, vicine? Quando si era persa quella complicità tra loro due?
“Philippe. Ho sognato il suo corpo crivellato dai colpi, martoriato.”
“Nessuno ha fatto una cosa del genere al suo cadavere.” Si sentì passare una carezza tra i capelli. “É tutta colpa di quello che è successo oggi, Babet. Ma adesso è finita.”
“Ho tanta paura, Cornélie. Che sta succedendo alla nostra Repubblica?” Sua sorella distolse lo sguardo, accarezzando distrattamente i capelli del piccolino.
“Stiamo cadendo nelle mani dei militari.”
“Almeno Bonaparte è un giacobino.” Éléonore lasciò andare uno sbuffo di sdegno. “Chiedilo alla tua amica Charlotte, lei sembra stimarlo così tanto. Ma se dai retta a me, è stato uno sbaglio salvargli la pelle.”
“Che facevi?”
“Lavoravo.” Rispose senza dire nulla: negli ultimi mesi sua sorella aveva ripreso l’abitudine di stare alzata fino a tardi e, finiti tutti i doveri domestici, di dedicarsi al suo misterioso lavoro. Passava le serate, da sola o in compagnia di Marianne dietro la porta chiusa di quella che era stata un tempo la camera di Maximilien. Sapeva che scriveva e si occupava di politica, ma Éléonore si era rifiutata di darle qualsiasi dettaglio.
“Un giorno mi farai leggere quello che scrivi?” le chiese, trattenendola per un braccio.
“Lascia che mi occupi io di certe cose.” Le rispose con tono autoritario.”Tu devi pensare a stare meglio e a crescere tuo figlio.” Babet si sentì abbandonata dalla sorella…perché non riusciva neppure a guardarla negli occhi?
“Ho fatto un po’ di conti per papa, vendendo una delle sue proprietà dovremmo riuscire ad aprire nuovamente l’attività.”
“Chi credi che vorrà ancora comprare mobili da noi?”
“Non tutta la gente è cattiva, molta manca solo di Virtù. Nostro padre sa fare il suo mestiere, i borghesi non si priveranno di bei mobili anche se fatti da un giacobino.”
“Pensi che lui accetterebbe?” Papa pareva essere sempre stanco e la contrattura al volto non era migliorata. Aveva ancora difficoltà nell’articolare bene le parole.
“Di questo non dovrai preoccuparti, Babet.” C’era freddezza nella voce di sua sorella, che la convinse a non protestare più.
“Adesso sono più calma, grazie.” Cercò di rendere il suo tono più convincente possibile anche se tranquilla non lo era affatto, ma la presenza di sua sorella, paradossalmente, non la stava aiutando: Éléonore aveva qualcosa di inquietante nei suoi modi e nel tono della voce. Babet riprese il piccolo Philippe fra le braccia e diede la buonanotte a sua sorella, accogliendo il buio quasi con sollievo.

***

“Che strage ieri! La Convenzione alla fine si è dovuta affidare ad un giacobino per avere il culo parato.” Rise Manon di gusto, mentre passava a controllare che tutte le donne lavorassero a ritmo.” Così i realisti imparano a pensare che la Repubblica sia finita!”
“Ma tutta quella povera gente… alla fine i ricchi, repubblicani o realisti, stanno sempre al sicuro ed è la gente come noi che si spacca la schiena.” Manon si mise le mani sui fianchi e guardò male la donna che aveva parlato. “Faresti meglio a dar meno fiato alla bocca e pensare piuttosto a lavare per bene quelle lenzuola,cittadina.” Disse con disprezzo, sputandole vicino. Babet si vergognò un po’, ma aveva quasi provato soddisfazione per quel gesto.
“Che ne pensi del giovane Bonaparte? Lo conosci?” le chiese Manon, avvicinandosi.
“In realtà no, ne ho solo sentito parlare. So che mio marito e Saint-Just lo stimavano molto.”
“Allora, che sia benedetto il piccolo corso!” esclamò Manon, ridendo. “Per altro mi hanno detto che pare si sia interessato alla sorella dell’Incorruttibile.”
“So che con Augustin si conoscevano bene, è probabile che sia stato lui a presentargliela.” O piuttosto, Babet riusciva benissimo a figurarsi Charlotte auto-presentarsi al giovane ufficiale nel bel mezzo di una conversazione, presentandosi come la `sorella dell’Incorruttibile’, per il grande imbarazzo di tutti i presenti.
“Ed il nostro piccolo patriota come sta? Non ce lo porti mai a fare una visita.”
“È mia sorella che se ne occupa quando sono a lavoro. Per non fargli prendere umido qua sul fiume.” Manon sorrise.
“Tua sorella è una persona splendida, non mi meraviglia che Robespierre fosse tanto innamorato di lei.” Sorrise l’altra. “Quando hai finito questo carico vieni da me che ti do la page e va’a casa da tuo figlio. E di’ a tua sorella che qualche volta porti qui il piccolo Philippe, che vogliamo tutte vederlo.”
Non molto dopo Babet si incamminava per la strada di casa. Era sempre di buon umore quando tornava a casa con in tasca i soldi della giornata: stava cercando di mettere qualcosa da parte perchè, anche se adesso non erano più nell’estremo bisogno, Philippe avrebbe avuto bisogno di un’istruzione in futuro e una buona istruzione costa cara. Non le importava delle dita che gelavano nell’acqua fredda o dell’umido che prendeva, avrebbe fatto qualsiasi cosa per assicurare a suo figlio le premesse per un buon futuro: era la stessa cosa, che a prezzo di sacrifici, avevano fatto i suoi genitori per lei, per le sue sorelle e per Maurice, e il minimo che poteva fare per ringraziarli, soprattutto adesso che mamma non c’era più, era di onorarli prendendo esempio da loro.

***

“Sei tornata.” Così la accolse suo padre. Lo trovò appostato in corridoio, seduto su una sedia.
Papa, che ci fai in corridoio? Passano molti spifferi e non dovresti prendere freddo.” Si preoccupò immediatamente, andandogli vicino. Aveva sempre paura nell’aiutarlo: suo padre era sempre stato un uomo forte, di stazza massiccia, di solito era lui che si era sempre occupato della sicurezza degli altri. Vederlo col volto rigido per metà, la parte sinistra delle labbra fissata in quella sorta di maschera, i movimenti insicuri le faceva paura: come se qualcosa di perfido si fosse portato via un pezzo dell’anima generosa di suo padre.
“Fuori è freddo e umido anche per te, Babet.” Le rispose, alzandosi con fatica dalla sedia. “Non voglio più che torni al lavatoio.” Le disse con voce autoritaria. “Ho faticato una vita perché i miei figli potessero avere quanto loro è necessario e sono ancora in grado di farlo.”
“Non sono più una bambina. Ho un figlio da crescere.” L’aveva ferita: stava cercando di darsi da fare come poteva e suo padre, invece di apprezzare i suoi sforzi, veniva a rimproverarla!
“So che avete passato tempi difficili quando ero in carcere, ma adesso è finita: ho ancora qualche soldo da parte, delle proprietà che intendo vendere. Non permetterò che mia figlia si rovini le mani e la salute lavando i panni degli altri.” Rispose perentorio. “Avresti dovuto chiedere il mio permesso tempo addietro ed io ho sbagliato nel tacere troppo a lungo, sperando che tu capissi. Ti proibisco di tornarci.” Babet strinse i pungi, piantandosi le unghie nella carne. Era furiosa, ma allo stesso tempo non aveva il coraggio di replicare: rispettava sua padre e sapeva che se le parlava in tono così fermo e amaro, non era certo perché le volesse male. Chinò la testa e si incamminò verso il salotto, incapace di dire altro.
Ma-man!” l’accolse il gridolino di Philippe che la fece sorridere.
“Oggi è una giornata di chiacchiere. Credo proprio che mio nipote abbia preso da sua madre.” Scherzò Éléonore, aiutando il piccolo a reggersi in piedi e camminare verso la madre.
Ma-man!”
Mon choux.” Lo prese tra le braccia, stringendolo forte a sè.
“Hai parlato con papa?”
“Sì, abbiamo parlato, Cornélie. E credo sia ora per una riunione di famiglia. Va’ a togliere tuo fratello dai libri.”
Ta-tie!” sillabò ancora il bambino, protendendo le mani verso Éléonore.
“É proprio pieno di energie, il nostro piccolo.”
Papie!” urlò ancora il piccoletto, puntando verso suo nonno.
“Vieni da me, Philippe.” A Babet sembrava sempre che a giocare col piccolo Philippe suo padre ringiovanisse, come se quel bambino fosse una delle poche gioie che gli erano rimaste.
“Eccoci qua, papa.” Babet guardò suo fratello: ogni volta sorprendeva in lui qualche cambiamento. Da quando era tornato di prigione sembrava che continuasse a crescere e a irrobustirsi, assomigliando sempre di più a loro padre.
“Sedetevi.” Li invitò Maurice con voce autoritaria. Babet si lasciò andare sulla poltrona più vicina.
“Come sapete bene, ultimamente, la conduzione di questa famiglia è stata piuttosto disordinata: non voglio che la situazione si prolunghi oltre. Come sapete possiedo tre proprietà: ho intenzione di venderle. Con quello dovremmo avere abbastanza soldi per garantire a tutti di vivere decentemente, almeno finché le cose non si saranno ristabilite.”
“Se posso esprimere la mia opinione, papa, non credo sia l’iniziativa più saggia.” Con sua grande sorpresa, era stata sua sorella a parlare. Éléonore non si era seduta, era rimasta dietro la poltrona dove il fratello si era sistemato, immobile come una statua. E adesso aveva evidentemente aspettato che suo padre finisse di parlare, prima di spiegargli un piano che aveva già concertato.
“Penso che per ora potremmo tenere la casa di Rue XXX e vendere le altre, per avere una maggiore disponibilità di denaro. Poi dovresti scrivere al governo, che ancora ti deve il tuo stipendio come giurato dal tribunale.” Babet osservò l’espressione di suo padre mutare ad ogni parola, eppure non aveva interrotto Éléonore.
“Cornélie ha ragione, papa. E penso anche che dovremmo riaprire l’attività. Magari non sarà grande come prima, ma almeno potrebbe darci un reddito più sicuro. Charles potrebbe ancora lavorare con noi, io potrei aiutare con la contabilità, papa. Anche se sto ancora finendo di studiare, non c’è ragione per la quale non dia una mano: ho quasi vent’anni, sono un uomo.”
“Io potrei aiutare con le rifiniture, i tinteggi, i disegni: è vero che non ho coltivato più il disegno negli ultimi tempi, ma la mia mano è ancora buona. “ Continuò Éléonore.
“Dimenticate che il capo famiglia sono ancora io. Ho lavorato una vita perché la vostra vita fosse più facile. E adesso dobbiamo ricominciare da capo?” Babet credette che nella voce di suo padre ci fosse una sfumatura di pianto.
“Quel che ci hanno fatto non è colpa nostra, ma sta a noi affrontarne le conseguenze.” Continuò Éléonore. ”Tu emaman ci avete insegnato a non disprezzare il lavoro, ad essere onesti e volenterosi: credo che nessuno di noi ti abbia dato motivo per essere deluso. Maurice ha il diritto di volere un futuro migliore, non lontano sarà il giorno nel quale toccherà a lui prendere moglie. Babet ha un figlio da crescere ed è ancora molto giovane.” Babet si ritrovò lo sguardo ferreo di sua sorella addosso. ”Non è detto che fra qualche anno non si sposi di nuovo. Quanto a me, la mia felicità è fra le mura nelle quali sono cresciuta.” La conclusione del discorso di Éléonore lasciò che il silenzio calasse per qualche minuto.
“Sono stanco.” Commentò Maurice, alzandosi a fatica e attraversando la sala per ritirarsi nelle sue stanze. Babet rimase ancora una volta stupita da quel comportamento: l’uomo che, senza consultare nessuno, un tumultuoso giorno di luglio aveva portato a casa l’Incorruttibile, adesso pareva essere stato messo in crisi dai suoi stessi figli.
Papie?” chiese Philippe, che pareva perplesso quanto lei dal comportamento di Maurice. “Maman? Joujou?” Babet tese la mano al suo bambino, che aveva voglia di giocare.
“Vieni dallo zio a fare dada.” Sorrise Momo, andando vicino alla sorella e prendendo Philippe tra le braccia.
Dada! Dada!” esclamò di gioia il piccoletto, mentre Maurice lo faceva andare su e giù. ”Il nostro Philippe è sicuramente il bambino più coccolato del mondo.” Disse ancora.
“Non essere troppo preoccupata per papa, Babet.” La confortò Éléonore. “Dagli un po’ di tempo per digerire l’idea.”
“Invecchiare non piace a nessuno.” Commentò Maurice. Babet vide sua sorella correre ad aprire la porta e fare qualche passo nella corte.
“Che tempo umido, oggi. Bonsoir à tous.” Salutò cortesemente Marianne, togliendosi la cuffia umida dai capelli. “Babet, questa è per te.” Disse, facendole cadere sulle ginocchia una busta.
“Noi due abbiamo del lavoro da sbrigare.” La incitò Éléonore e a Babet non sfuggì la confidenza con la quale le due donne si trattavano: era quasi un po’ gelosa che sua sorella riservasse più attenzioni alla sua amica che a lei. ”Babet, puoi sorvegliare la cena?” Babet assentì, quello era da mesi diventato il suo compito. A dir la verità non le dispiaceva: sua sorella si occupava di tutto il resto, le sembrava il minimo che potesse fare. E poi in quei mesi freddi era piacevole rimanere più a lungo in cucina, il locale più caldo della casa.
“Andiamo, Philippe.” Prese in braccio il bambino e se ne andò in cucina. Cucinare l’aveva sempre affascinata e rilassata: fin da piccola aveva sempre ammirato sua madre cucinare per la famiglia e per i numerosi ospiti e le era sempre sembrato un modo discreto di prendersi cura degli altri.
“Anche a te piace stare al calduccio in cucina, vero, piccolo mio?”
Maime!” strillò il bambino, puntando col dito la forma di pane che stava sul tavolo.
“Va bene, ma solo un pezzettino.” Babet gli mise tra le mani un pezzetto di pane e lo sistemo sulla sedia. “Adesso stai buono qua, mentre la mamma prepara la cena.” Si mise metodicamente a ravvivare il fuoco ed a trasferire un po’ dell’acqua che stava sempre al caldo nella pentola, poi cominciò ad affettare meticolosamente gli ingredienti che aveva a disposizione. Chissà se Marianne sarebbe rimasta a cena… in ogni caso sarebbe stato meglio preparare una quantità generosa.
MamanMaman!” Babet sorrise notando che Philippe aveva finito tutto il suo pane.
“Bravo il mio bambino.” Gli sorrise con dolcezza, accarezzandogli la testa castana. Girò ancora una volta la zuppa, poi si mise a sedere e solo allora si ricordò della lettera che Marianne le aveva portato. Non aveva bisogno di aprire la busta per indovinare chi fosse il mittente: a differenza di Éléonore, le uniche lettere che riceveva erano quelle di Henriette.
Diede uno sguardo avido a quella scrittura ariosa che conosceva così bene e sentì il suo cuore batter più veloce: Henriette stava per arrivare! In meno di dieci giorni! Un gridolino di gioia le sfuggì dalle labbra e si voltò raggiante verso il figlio. Philippe, come se avesse già capito tutto, batté le mani ripetendo più volte “Maman!”.

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