Nocturnales 20/?

Adieu

La force et la raison m’abandonnaient ; je ne pouvais me soutenir ; du 9 au 11 je restai sur le parquet ; je n’avais plus de force ni de connaissance ; je ne me couchai pas. Grand Dieu ! et l’on ne meurt pas de douleur.

Élisabeth Duplay, Mémoirs

 

“Anche tu hai la faccia di una che non ha dormito per tutta la notte.” Babet disse a Henriette, mentre la guardava ritirare i panni nel cortile di casa Duplay.  Non c’erano operai quel giorno, il cortile era stranamente silenzioso, quasi addormentato. Ad essere onesti, sembrava che solo lei ed il piccolo Philippe avessero dormito quella notte. Sua sorella le aveva accolte in casa con il volto cadaverico, come se avesse visto un fantasma, sua madre le aveva salutate appena e si era rinchiusa in cucina col piccolo Philippe, cantandogli nenie a voce decisamente troppo alta.
“Possibile che Philippe non ti abbia detto niente stamani?” le chiese Henriette. Perché erano tutti così irritati? Insomma, in fondo da quello che aveva capito, ieri sera ai Giacobini la seduta era andata bene, il discorso di Maximilien era piaciuto ed i traditori erano stati espulsi. Oggi Antoine avrebbe tenuto il suo discorso e tutto sarebbe andato per il meglio. Antoine aveva una grande influenza sulla Convenzione e sicuramente non avrebbe mancato di esercitarla oggi. E se nella peggiore delle ipotesi qualcosa fosse andato storto, ci avrebbe pensato Maximilien a riportare la ragione in aula. Ma sì, sarebbe andato tutto bene, non poteva essere altrimenti, no?
“Dormivo. Mi ha dato un bacio e mi ha stretto forte. E mi ha detto di crescere Philippe. Come se potesse crescere in un giorno solo!” tentò di ridere, ma la risata le morì in gola vedendo le lacrime rigare le guance della cognata.
“Henriette…” le si avvicinò. “Che succede?” La vide cercare qualcosa nel vestito. Le strappò il libro dalle mani, sicuramente non poteva essere il libro di Antoine, doveva aver visto male. Ma Henriette continuava a piangere e più si portava il libro vicino più non poteva negare l’evidenza. Avrebbe voluto sapere perché e quando Antoine glielo avesse dato, ma più guardava il viso dell’amica e più non voleva sapere. Le andò vicina e l’abbracciò forte.
“Beh, non dovevate ritirare i panni voi due?” Le rimproverò Éléonore, scendendo le scale che dalla corte portavano su alla camera dei genitori e di Maximilien. “Possibile che debba fare tutto io?”
“Smettila di trattarci male!” le rispose Babet, con le lacrime agli occhi.
“Ragazze, non mi sembra il caso di litigare.” Marie uscì, Philippe che le piangeva fra le braccia. ”É un giorno difficile per tutti. Babet, credo che Philippe abbia fame.”

***

Nessuna aveva pensato a mangiare o a scambiare due chiacchiere, da qualche ora in casa era calato il silenzio. Ognuna si era trovata qualche occupazione, che fosse spolverare cento volte lo stesso tavolo o badare che le lenzuola fossero ripiegate in maniera nitida. Éléonore andava e veniva incessantemente dalla camera di Maximilien: all’inizio aveva addotto qualche pretesto “mi sono scordata una camicia”, “vado a sistemare queste lenzuola”, poi non aveva più cercato giustificazioni.
Ad un certo punto le sembrò che quasi piangesse.
“Cornélie, va tutto bene?”
“Benissimo, come dovrebbe essere altrimenti?”
“Maxime ti ha detto qualcosa?”
“Di non temere nulla, perché “il cuore della Convenzione è puro”. Ed io, infatti, non temo nulla.” Le rispose, ma Babet non poté fare a meno di notare un movimento convulso delle labbra.
“Marguerite è alla Convenzione?” chiese Henriette.”É un paio di giorni che non la incrocio.”
“George l’ha mandata in campagna insieme ai bambini.” Rispose laconica Marie.
“Che cosa orrenda. Non permetterei mai a Philippe di allontanarmi così.” Rispose Babet, pensierosa. Ripiombarono nuovamente nel silenzio. L’unico che sembrava rilassato, pensò Babet, era il piccolo Philippe che dormiva tranquillo. Aveva preso il latte, fatto i suoi bisogni e si era addormentato tra le sue braccia, ignaro di tutto.
“Magari fra qualche anno ti racconterò di questa giornata di spavento e ti dirò che solo tu dormivi tranquillo, perché sapevi che tutto sarebbe andato bene. Guarderai me e tuo padre invecchiati, che ci teniamo per mano come facciamo ora e scuoterai la testa quando la tua vecchia mamma ti racconterà della paura di oggi.” Pensava tra sé, quasi trovando nuovamente la forza di sorridere.
La porta si spalancò di colpo: Babet sentì il cuore accelerare e le sembrava quasi di svenire. Henriette si avvicinò a lei e le prese la mano, insieme guardarono Momo, fermo sulla soglia a riprendere fiato, rosso in volto e sudato.
“Allora?”Marie gli andò vicino, prendendolo per un braccio.
“Li hanno arrestati.” Disse il ragazzo, gli occhi fissi a terra.
“Chi?”chiese Éléonore, con i pugni serrati. Babet incrociò gli occhi di suo fratello, poi si portò le mani agli occhi.
“Maximilien. George. Antoine. Augustin e Philippe hanno chiesto di essere arrestati e quei traditori di deputati non si sono certo tirati indietro.” Babet avrebbe voluto urlare, ma non ne aveva la forza. Non era possibile. Philippe, il suo amore, il padre del suo bambino. Arrestato.
“Cos’è successo?” chiese Henriette.”Perché il discorso di Antoine non ha avuto effetto?”
“Gli hanno impedito di andare oltre le prime frasi. Lo hanno interrotto. E poi è cominciato l’inferno, non hanno fatto parlare nessuno di loro.”
“Carogne!” esclamò Babet.
“É chiaro che li vogliono morti.” Babet non riuscì a trattenersi stavolta. Perché sua sorella aveva dovuto pronunciare quella parola? Scoppió in singhiozzi violenti.
“La lotta non è finita, Babet.” Henriette le sussurrava, toccandole le guance.
“Maurice, torna alla Convenzione. Dobbiamo sapere dove li porteranno.” lo istruì perentoria Marie.

***

Si udirono dei passi nel cortile, delle voci. Éléonore corse fuori a vedere e tornò con un commissario e delle guardie nazionali.
“Dobbiamo sequestrare le carte del cittadino Robespierre.” Annunciò, senza il coraggio di guardare nessuna negli occhi. “Cittadina LeBas, dobbiamo mettere i sigilli anche alle carte di tuo marito. Prima però chiede che gli venga portato una branda, un materasso e una coperta. Ti accompagnerò personalmente a casa a prendere queste cose.” Babet si sentì svenire e ringraziò che Henriette la sostenesse.
“Andate.” Fece cenno Marie. “É più sicuro che rimaniate a casa vostra.” Disse loro, assicurando il piccolino tra le braccia di Henriette. Babet ricevette apatica il bacio di sua madre, prima di sentirsi spingere verso la porta. Fece solo in tempo a vedere sua sorella salire su per la scala di legno, accompagnata da due guardie.
“Dove avete portato mio fratello?” sentì chiedere Henriette.
“A La Force, cittadina.” Babet non riusciva a dire una parola. La strada non sembrava la stessa, gente andava e veniva e gruppi di soldati si muovevano. C’era un’agitazione che la città aveva già vissuto: l’ultima volta durante i massacri di settembre.
“Restate di guardia, io accompagnerò su le cittadine.” Una volta per le scale sentì che l’uomo le posava una mano sulla spalla, come avrebbe fatto suo padre. “Mi dispiace molto cittadina, ma non dovete disperare. Il popolo di Parigi non lascerà morire i giusti.” Babet avrebbe voluto rispondergli che il popolo voleva bene al suo Phillipe, aveva voluto bene al suo Camille, però dalla ghigliottina non aveva salvato quest’ultimo. ”Philippe è un uomo onesto, non avrebbero dovuto arrestarlo.”
“Mio fratello non potrebbe accettare di vedere la fine dei suoi amici.” Commentò lapidaria Henriette, baciando il piccolo per poi restituirlo alle braccia della madre. La giovane varcò la soglia di casa: la porta era già aperta e delle guardie stavano aprendo i cassetti ed ogni cosa.
“Vi sembra il modo di trattare la proprietà di una cittadina rispettabile?” li sgridò l’uomo.
“É pur sempre la moglie di un condannato.” Ripetè sprezzante uno dei soldati continuando il suo lavoro.
“E tu bellezza, chi sei?” Babet guardò inerme, mentre l’altro soldato tratteneva sua cognata per un polso.
“Lasciate in pace la sorella del deputato LeBas. Andiamo, cittadine, prendete quello che dovete.” Henriette, liberatasi dalla presa inopportuna, la guardò, facendo strada verso la camera da letto. Babet si sedette sul letto.
“Buono Philippe, buono.” Sussurrava al piccolo che reclamava attenzioni.
“Quanto tempo ha tuo figlio?”
“Meno di due mesi.” Rispose lei, tirando su col naso. La guardia scosse la testa senza dire niente e si alzò per aiutare Henriette a spostare la brandina e Babet credette che le sussurrasse qualcosa all’orecchio. “Vi faccio cercare una vettura.” Propose, scomparendo.
“Che ti ha chiesto il commissario?” chiese Babet, rassegnata. Era come se per la prima volta si sentisse debole, senza protezione.
“Mio fratello ha chiesto le sue pistole. Ovviamente non ce lo poteva dire davanti a tutti.” Babet si alzò meccanicamente.
“Stai tremando.” Commentò l’altra, posandole una mano sulla spalla.
“Non ce la faccio, Henriette, non ce la faccio.”Babet aprì il cassetto del sécretaire e tolse un doppio fondo di cartone, tirando fuori due pistole e una scatola con i proiettili e la polvere.
“Le pistole di papa.” Commentò Henriette, guardando le due pistole.”Il nonno le aveva lasciate a nostro padre, ma lui non le ha mai usate. Pensava che sarebbero servite di più a Philippe qui a Paris.” Babet capì che l’amica stava cercando di distrarla. ”Hanno ancora il giglio di Francia sopra, spero che funzionino.”
“Spero che non servano.” Avrebbe voluto aggiungere Babet, ma il commentò le morì in gola, sapeva perfettamente che quella era un’illusione. Henriette involtò le armi tra le coperte.
“Vuota la cesta dei panni, metteremo tutto lì.” Babet rimase ferma, stringendo ancora di più il piccolo a sé, quasi lui l’avesse potuta salvare. Henriette con passo stizzito rovesciò le poche cose che erano nella cesta a terra e la guardò, ma Babet non si mosse.
Che cosa le poteva importare di qualche camicia sporca? In quel momento il suo pensiero fisso era alle pistole, il solo pensiero che Philippe le potesse usare le faceva venire la nausea. Sapeva che aveva sparato tante altre volte in missione, forse aveva anche ucciso; ma adesso quello che la preoccupava è che le usasse per uccidere se stesso. Henriette si affacciò in sala da pranzo per annunciare che erano pronte. Il commissario le aiutò a caricare tutto sulla vettura e ordinò al vetturino di accompagnare le due donne alla prigione de La Force.
“Buona fortuna, cittadine.” Sussurrò, dando una carezza sulla testa del bambino.
In un’ora le strade erano divenute ancora più affollate, c’era un’agitazione crescente.
“Non è una buona giornata per stare in giro, cittadine. State attente, si prepara un’insurrezione.” Consigliò loro il conducente. ”Cuore di Marat!” la vettura si fermò bruscamente: era impossibile avvicinarsi alla prigione, una folla di gente con picche e bastoni ne circondava l’ingresso.
“Scenderemo qui, grazie mille.” Ordinò Henriette. Babet non fece in tempo a scendere che si sentì toccare da mille mani.
“La cittadina LeBas!”
“Venite, vi aiutiamo a scaricare la roba.” Babet si sentì un po’ sollevata a sentire l’affetto di quelle persone attorno a lei.
“Non permetteremo a questo bambino di crescere orfano del padre.” Le disse una donna, baciandola sulla guancia.
“Babet.”
“Philippe!” Il cuore sembrò scoppiarle a sentire la voce del suo amore, gli corse incontro e tenne il bambino tra di loro.
“Cosa ci fai qua fuori?” chiese Henriette.
“Mi hanno liberato.” Rispose, prendendo la cesta dalle braccia di Henriette e posandola a terra. Babet capì cosa stesse cercando. Lo vide nascondere le pistole nel gilet.
“E dove andrai adesso?” chiese Babet, la speranza negli occhi. Se lo avevano liberato voleva dire che non era più sotto arresto!
“All’Hotel de Ville.” Rispose, guardando Babet negli occhi. “Pare che le prigioni ci stiano rifiutando o liberandoci. I buoni patrioti non vogliono ancora vederci finiti.”
“Ti accompagniamo all’Hotel de Ville.” Propose Henriette, con un tono che non ammetteva repliche.
“E sia.” Acconsentì Philippe. Si misero in marcia verso l’Hotel de ville, accompagnati da una folla di gente, che stranamente, lasciava loro almeno un po’ di spazio. Henriette le prese il bambino dalle braccia e si tenne un passo indietro.
Babet si aggrappò forte a lui per cercare di reggere il passo e perché non voleva perdersi un momento.
“Ma che è successo?” gli chiese.
“Avevano già deciso di ammazzarci.” Lei scosse la testa e cominciò a tremare e neanche un bacio riuscì a consolarla.“Ma ci avranno a caro prezzo. Il popolo ci sostiene, le sezioni sono con noi. I cittadini lo sanno chi è dalla parte del giusto, lo hanno sempre saputo.” Eppure il tono della sua voce, pensò lei, non lasciava spazio a tanta speranza.
“Mi raccomando, ragazze, dopo andatevene subito a casa e serratevi là. Non a casa Duplay, a casa nostra, è più sicuro.” Babet non ebbe cuore di dirgli che avevano già messo i sigilli. ”Non uscire per alcun motivo.”
“Babet.” La guardò negli occhi, mentre ormai erano in vista dell’Hotel de Ville.”Mi raccomando, continua ad allattare nostro figlio, che diventi un uomo virtuoso e forte. Insegnagli ad amare la Repubblica e la patria per cui suo padre si è sacrificato.”
“Philippe!” Babet non poteva resistere. ”Non mi puoi abbandonare! Se mi abbandoni, io muoio! Vieni via con noi..”
“Per farci arrestare entrambi? No, amore mio. Tu devi vivere per il nostro bambino, per tutto quello in cui crediamo.” Si sentì stringere la mano libera. “Philippe deve sapere chi era suo padre e dovrà esserne orgoglioso.” Si baciarono. Babet avrebbe voluto prolungare quel momento ancora e ancora, lo tratteneva ora per la giacca, ora per i capelli.
“Devo andare. Addio, mia Babet, mia amata. Vivi per il piccolo, educalo come avremmo fatto insieme, so che ne sarai all’altezza. Adieu.” Babet distolse gli occhi per un momento mentre la cognata si avvicinava. Non udì cosa Philippe disse alla sorella, troppo era presa dalle proprie emozioni. Guardò Philippe baciare loro figlio su entrambe le guance, accarezzare la testa di Henriette. Poi, senza più dire una parola, si girò e corse verso l’ingresso dell’Hotel de Ville, salutato dalla folla che attendeva sotto.
“Andiamocene.” Henriette la prese per un polso e la trascinò via. Babet avrebbe voluto ringraziarla per riuscire così tanto a mantenere la calma. Come faceva? Era suo fratello quello che avevano appena salutato, non solo suo marito!
“Coraggio, ma soeur, è ancora troppo presto per piangere.” Le disse ancora l’amica, sorridendole, mentre rallentava il passo. Avevano preso il quai lungo la Senna, che pareva meno affollato del faubourg. “Adesso ci chiuderemo in casa, come ha detto mio fratello e aspetteremo.” Babet sospirò, sapeva che in ogni caso notizie le avrebbero presto raggiunte. La sua attenzione fu catturata da tre uomini a cavallo che venivano che venivano loro incontro a velocità sostenuta. Nella luce del crepuscolo dovettero arrivare abbastanza vicini prima che capisse che si trattava di deputati o di ufficiali, dato il loro tricorno dalle piume tricolori. Uno di loro rallentò di colpo appena la notò.
“Cittadina, sei andata a dire addio a quel traditore di tuo marito?” Babet riconobbe il deputato Barras.
“C’è solo una punizione per chi è dichiarato hors-la-loi!”gridò un altro che si era fermato, quasi ridendo.
“Andiamo via, andiamo via.” La incitò Henriette. Stavolta l’amica non ebbe il coraggio di dirle `non piangere’.

***

“Vuoi che ti legga qualcosa?” chiese Henriette. Babet aveva perso il conto di quante ore fossero passate. Fuori era notte chissà da quando. Aveva allattato per la seconda volta Philippe e lo aveva messo a dormire, poi ricordava di essersi seduta sulla poltrona. Come avesse passato il tempo proprio non lo sapeva.
“Magari sì.” Chiuse gli occhi per cercare un po’ di pace, ma era persino peggio. Due colpi alla porta la costrinsero ad alzarsi e ad andare ad aprire. Henriette arrivò subito e le prese la mano.
“É questa la casa del cittadina LeBas?” Babet deglutì e rispose all’ufficiale.
“Sì, cittadino. Sono sua moglie.” Rispose e si stupì quando uno di loro si lasciò sfuggire “É così giovane.” Babet cominciò a tremare. Il più alto di grado si tolse il tricorno piumato e inclinò la testa mentre le passavano una busta sigillata. L’altro le allungò un fazzoletto sporco di sangue. Henriette lo prese al posto suo e non ci fu bisogno di guardarla per capire. Lo aveva ricamato lei quel fazzoletto azzurro, era stato uno dei primi regali che aveva fatto al suo futuro sposo.
“Tuo marito è morto, cittadina.” Babet scoppiò a piangere lentamente, in silenzio.
“Com’ è morto mio fratello?” sentì chiedere Henriette, mentre una mano le stringeva la spalla.
“Si è sparato un colpo in testa.” Rispose l’ufficiale, guardando a terra.” Prima che la Guardia Nazionale facesse irruzione all’Hotel de Ville.” Babet non riusciva a rimanere concentrata le parole le scivolavano addosso. Philippe era morto. Solo poche ore prima le aveva detto addio, solo poche ore prima era vivo e l’aveva baciata. E adesso era morto! Non era possibile! “É morto con grande dignità, cittadina.”
“Che ne sarà del suo corpo?”
“Lo seppelliranno al cimitero del Marais.” Furono le ultime parole che fu in grado di sentire, prima di perdere conoscenza.

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