Giving up the ghost (recensione e pensieri sparsi)

Oggi vi voglio parlare di uno dei libri che ho letto di recente, Giving up the ghost di Hilary Mantel.

É un memoir ed è una cosa abbastanza inusuale che mi ci sia accostata, perché di solito leggo biografie e memoirs solo di gente morta (e preferibilmente vissuta durante la Rivoluzione Francese o l’antichità classica). Tuttavia non ho saputo resistere perché l’autrice mi piace moltissimo ed ha una delle prose più belle della narrativa inglese contemporanea: frasi corte, pungenti ed un’implacabile ironia. Di lei ho già letto diversi romanzi (raccomando a tutti Wolf Hall, uscito anche in Italia da Fazi) e la sua scrittura mi ha sempre colpito molto, tanto che mi ha fatto quasi perdonare le sue invenzioni molto antistoriche in A place of Greater Safety e le sue decisamente bizzarre teorie sulla Rivoluzione espose in quel documentario.(*)

Il libro è l’autobiografia dell’autrice ed in particolare del suo rapporto con la malattia cronica che l’ha resa sterile e si gioca molto sul topos che i figli di uno scrittore sono i propri libri. Quello che mi è piaciuto -e mi ha fatto divorare il libro – e l’ironia e la lucidità con la quale l’autrice parla della sua condizione, senza cercare pietà né compassione, ma affrontandola come uno degli avvenimenti importanti della vita. Questa prospettiva mi è piaciuta, forse perché mi ci ritrovo un po’: se c’é una cosa che non riesco a capire sono le persone che non riescono a farsi una ragione delle malattie che purtroppo capitano e ne fanno la croce della loro esistenza; ancora di più non perdono gli scrittori che, attraverso personaggi affetti da qualche malattia, cercano di far leva sul pietismo e la compassione del lettore.

Sono impietosa? Probabilmente.  Quando mi è stata diagnosticata la mia ultima malattia cronica, molte persone intorno a me erano pronte a stracciarsi le vesti: non credo di averle ancora perdonate. Io l’ho messa accanto alle altre mie caratteristiche e se devo prendere medicine tutti i giorni il peggio è per l’NHS/SSN che me le devono pagare.

Tornando al libro, vi lascio con questo estratto:

I wonder whether I should mention the fact that I am dying, either from a fly or a green sweet. I decide to keep it to myself, as there won’t be anything anyone can do. It will be kinder for them; but I feel lonely, here on the stairs with my future shortening. I curse the moment I opened my mouth, and let the fly in. There is a rasping, tickling sensation deep in my throat, which I think is the fly rubbing its hands together. I begin to wonder how long it will take to die . . .

After a while I am walking about in the room again. My resolve to die completely alone has faltered. I suppose it will take an hour or so, or I might live till evening. My head is still hanging. What’s the matter? I am asked. I don’t feel I can say. My original intention was not to raise the alarm; also, I feel there is shame in such a death. I would rather just fall over, and that’s about it. I feel queasy now. Something is tugging at my attention. Perhaps it is a sense of absurdity. The dry rasping in my throat persists, but now I don’t know if it is the original obstruction lodged there, or the memory of it, the imprint, which is not going to fade from my breathing flesh. For many years the word ‘marzipan’ affects me with its deathly hiss, the buzz in its syllables, a sepulchral fizz.

* non chiedete mai ad un* giacobin* di quel documentario della BBC. Ok, avete chiesto. Fra le varie ridicolezze, Mantel fa la storica e dà questa interpretazione di Saint-Just, come ad un adolescente (sic!) al quale sarebbe bastato prenderlo da parte e parlargli con tono materno (`sit down, child’) per farlo `calmare’ (nel senso di far smettere il Terrore). A parte l’assurdità storica in sè che si commenta da sola, se a me (che ho la stessa età del suddetto) qualcuno mi dicesse `siediti, bambina mia’ con quel tono come minimo gli riderei in faccia e continuerei a farmi gli affari miei.

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