Nocturnales [18]

À la récherche de l’harmonie.
Jamais famille n’avait été plus unie que noun ne l’étions mes deux fréres et moi. Comme il sont coupables ceux qui ont troublé cette bonne armonie!

Charlotte Robespierre, Mémoires.
5 thermidor an II

Charlotte sparse la polvere sulla lettera e la scosse soddisfatta. Guardò le due copie sul tavolo, prese la bella, ormai asciutta, e la ripiegò con cura. Quella situazione di fraintendimento tra lei e Augustin doveva finire, con le buone o con le cattive. Non era riuscita a sottrarre suo fratello minore dalle grinfie di quella donnaccia con la forza della ragione? Bene, lo avrebbe fatto parlandogli col cuore e facendolo sentire così in colpa per come la stava trattando che sarebbe dovuto andarle a chiedere perdono in ginocchio. E certo, se avesse potuto coinvolgere Maximilien sarebbe stato anche meglio. Sicuramente poteva dirsi soddisfatta della lettera che l’aveva impegnata per giorni: era commovente e allo stesso tempo risoluta. Augustin non avrebbe potuto ignorarla come ignorava i suoi inviti a cena.
Nascose la brutta copia sotto la scialle e si preparò per uscire.
Quell’anno l’estate era particolarmente afosa: i vestiti si appiccicavano alla pelle ed il sole era impietoso. Si poteva uscire solo a pomeriggio inoltrato, per non rischiare un colpo di calore.
Soffriva particolarmente quel clima e rimpiangeva le estati fresche di Arras: più volte l’aveva davvero attraversata il pensiero di andarsene da quella città. Non sapeva se amava o odiava la capitale. Paris era rumorosa, caotica, sproporzionata, maleodorante e non l’aveva mai accolta a braccia aperte: la maggior parte delle persone era maleducata e rude. I suoi amici erano quasi tutti dell’Artois come lei, perchè i Parigini con il loro dialetto troppo nasale e la loro parlata veloce, la percepivano sempre come una forestiera. D’altronde rimproveravano la stessa cosa a Maximilien e spesso lo prendevano in giro per il suo accento da `provinciale del nord’. Charlotte si figurò l’immagine di un loro ritorno ad Arras: di sicuro suo fratello avrebbe avuto il problema contrario, tutti l’avrebbero accusato di parlare come uno straniero. Il nonno lo aveva bonariamente rimproverato proprio per quel motivo dopo il primo anno passato al Louis-le-grand.
Ogni tanto le tornavano in mente dettagli della sua infanzia. Le suore del convento nel quale era stata educata la tormentavano ancora nel sonno: poteva ancora sentire sulla sua pelle, come una sorta di serpente strisciante, la riprovazione della madre badessa per lei e sua sorella Henriette. Ce n’erano tante di ragazze orfane, ma la loro storia era speciale. Una volta aveva sentito una suora più anziana raccontare a due novizie che quelle due ragazzine avrebbero dovuto dedicare la vita a Cristo per salvare la loro famiglia e che la loro madre era morta di parto per espiare la sua vita di peccatrice. Darsi via prima del matrimonio, come la peggio prostituta! E finire nel letto di un uomo di buona famiglia…forse l’aveva fatto di proposito per farsi sposare!
Charlotte aveva pianto per una settimana a causa di quelle offese alla memoria di maman. In realtà di lei ormai ricordava poco o nulla, non aveva mai avuto una particolare memoria ed in fondo quando era morta aveva solo quattro anni. Ne ricordava i capelli lunghi, di un rosso intenso e gli occhi grandi e chiari. Ed il profumo, maman profumava sempre di buono. Tra i fratelli, Maximilien era quello che a maman assomigliava di più, ne aveva ripreso i colori, la pelle chiara coperta di lentiggini e i capelli di fiamma.
Lui di maman si ricordava bene, ma d’altronde non c’era ricordo che sparisse dalla sua mente: suo fratello aveva qualcosa di prodigioso, lei si stupiva ogni volta che nonostante l’aria perennemente distratta,in realtà non dimenticasse mai un nome o un volto. Con lei Maximilien si lasciava andare a parlare di maman, anche se poi inevitabilmente doveva togliersi gli occhiali e asciugarsi le lacrime.
Charlotte sospirò. Chissà se un giorno sarebbero davvero tornati tutti e tre nel loro paese natale. Le sarebbe bastato anche solo Maximilien, in fondo quasi sperava che Augustine si sposasse con una donna onesta e avesse dei figli: le avrebbe scaldato il cuore avere dei nipotini per i quali preparare merletti e confetture. Alla fine prendersi cura degli altri era quello che aveva fatto per la maggior parte della sua vita e adesso, che tutti sembravano fuggire le sue cure, le giornate scorrevano più lente. Perciò era contenta di potersi incontrare con Babet e sfogarsi un po’ delle cose che le affliggevano il cuore.

***

I giardini delle Tuileries erano più affollati del solito: sembrava che tutta la popolazione cercasse refrigerio all’ombra degli alberi. Da lontano, pensò Charlotte, la scena appariva quasi come teatro, tra pastorelle e pecore bianche, solo entrando nel giardino il brusio delle voci e le risate sguaiate prendevano il sopravvento. Si diresse verso la parte destra dei giardini, si erano date appuntamento sotto al Pavillon de Flore. Scorse da lontano la figura rotonda di Babet, con Henriette al fianco. Quelle due erano proprio inseparabili. Scambiatisi i convenevoli di rito, si accomodarono sotto un albero vicino alle mura del palazzo.
“Oggi è proprio caldo.” Affermò distrattamente Henriette, guardando verso le finestre aperte del secondo piano.
“Sì, è davvero terribile.” Affermò Charlotte. “Chissà come il piccolo Philippe debba soffrire questa afa.”
“Preferisco portarlo fuori al crepuscolo, infatti. Con questo caldo non ho molte energie, per fortuna mia sorella mi è di grande aiuto in questo periodo.”
“Povera Éléonore.” Affermò non senza malizia Charlotte: per quanto ci provasse, non riusciva a mantenere un tono neutro quando si parlava di quella. ”Scommetto che fra il suo nipotino e mio fratello non le rimanga molto tempo per i suoi quadri.”
“Mia sorella si prende cura degli altri molto volentieri.”
“Anch’io lo farei, se solo mi fosse permesso.” Charlotte notò che Henriette nel frattempo si era allontanata per andare a salutare una ragazza bionda e magra, che lei non aveva mai visto prima. La piccola LeBas si avvicinò dopo a passo svelto:
“Se non vi dispiace vado a fare due passi con la cittadina Chausel.” Annunciò loro. Babet le sorrise:
“Cerchiamo di rientrare a casa insieme però, altrimenti chi la sente mia madre?”  Charlotte fu sollevata che Henriette se ne fosse andata, non poteva negare che la ragazza la mettesse un po’ in imbarazzo. A volte le mancavano i pomeriggi spesi insieme a Babet alla Convenzione Nazionale.
“Augustin ancora non ti parla?” le chiese Babet, quando si furono nuovamente accomodate.
“Già. Avevo chiesto a Maxime di intervenire, ma dubito che abbia avuto il tempo di fare qualcosa.”
“Ha altre cose alle quali pensare.”
“Ne sono ben cosciente. Per questo ho deciso di tentare di risolvere la cosa a modo mio, ed è proprio di questo che volevo parlarti: gli ho scritto una lettera.”
“E che c’è scritto?” Charlotte allungò all’amica la brutta copia.
“Leggi tu stessa e mi dirai.”
Charlotte si gustò i minuti nei quali Babet scorse la lunga lettera nella scrittura pasticciata della prima bozza. Poteva quasi sentire le parole accarezzarla.

“Non credi di essere stata troppo dura?” gli chiese Babet, guardandola perplessa.
“Non più di quanto Bonbon sia ingiusto con me. E tutto per colpa di quella donnaccia che va in giro dicendo cose ignobili su di me. Dammi retta, con gli uomini bisogna sempre usare termini forti, se si vuole sperare di ottenere uno straccio di risultato.”
“Ma non pensi che sarebbe meglio usare il `tu’? É obbligatorio e credo che tuo fratello possa trovare offensivo che tu gli dia del voi.” Charlotte intuì che la ragazza era preoccupata per lei e sorrise: Babet le era stata affezionata fin da quando si erano conosciute. Allo stesso tempo sapeva anche che l’amica ragionava ancora come una ragazzina ingenua.
“Pensi davvero di andartene?” Charlotte fu grata dello sguardo preoccupato dell’amica.
“Se sarà necessario.” rispose con tono duro.
“Credo che Augustin potrebbe arrabbiarsi molto.”
“Se si arrabbierà, si renderà conto di quello che mi sta facendo.”
“Ma `odio’, `disgrazia’…” la giovane scorreva ancora la lettera puntando con l’indice le parole che parevano sconvolgerla. “Charlotte, che succederebbe se cadesse nelle mani sbagliate?”
“Non accadrà.” A dire la verità, l’eventualità non l’aveva proprio sfiorata. Chi poteva essere interessato ad una lettera privata tra fratello e sorella? Questa era la tipica idea che poteva venire in mente solo a quella étourdie di Babet.
“Pensa se cadesse nelle mani sbagliate. Potrebbero usarla contro di lui…” continuò Babet.
“Per questo ho bisogno che gliela porti qualcuno di fidato. Se lasciasse che mi avvicinassi a lui, gliela darei io stessa.” Insinuò Charlotte. Magari Babet le avrebbe pure risparmiato di dover chiedere.
“Non sono sicura di poterlo fare, Charlotte.” Babet si interruppe quando sentì qualcuno posarle le mani sulle spalle. Charlotte si chiese come avesse fatto a non accorgersi che i due uomini si fossero avvicinati a loro.
Bonsoir, citoyenne Robespierre.”
Bonsoir, Saint-Just.” Rispose lei. Le faceva piacere che il giovane deputato le usasse sempre la dovuta riverenza e la trattasse con cortese distacco. Non era solo il rispetto dovuto alla differenza di età, è che mal avrebbe sopportato una maggiore familiarità. Non che lui gli avesse dato mai particolare motivo di odio -in effetti non erano mai andati oltre i convenevoli di rito- ma c’era qualcosa di lui che le incuteva diffidenza, se non proprio timore. D’altronde se suo fratello lo rispettava così tanto, significava che era una persona più che degna.
“Sono sorpreso di trovarvi qui.” Disse Philippe, che, dopo aver adeguatamente salutato la propria sposa, ancora le teneva le mani sulle spalle.
“In realtà anche io.” Sorrise Babet. “Come mai eri al Comitè de Salut Public?”
“Riunione congiunta.” Spiegò Antoine con un tono deciso che poneva fine alle domande. Charlotte notò quanto il giovane piccardo fosse provato: era ancora bello, ma nessuno avrebbe potuto dargli meno dei suoi anni adesso. In confronto Philippe, seppur stanco anche lui, pareva molto meno invecchiato.
“Antoine, ma stai bene?” gli chiese Babet. Charlotte si portò la mano alla bocca per nascondere un sorriso: adorava il modo nel quale la giovane amica parlava sempre con sincerità, senza valutare se le sue parole fossero o meno opportune.
“Certo che sì.” Rispose l’altro, lanciando uno sguardo glaciale a Philippe.
“Babet, stavo appunto cercando di convincere Antoine a fermarsi a cena da noi stasera.” Philippe tornò accanto all’amico e gli batté una mano sulla spalla.
“Devo lavorare.” rispose l’altro, guardando a terra.
“Eccone un altro che se potesse non dormirebbe neppure.” Si lasciò sfuggire Charlotte. “Quando la Rivoluzione sarà terminata, sarete tutti profondamente annoiati. Parlando di cose importanti, mio fratello è ancora su a discutere oppure è a casa?”
“Dovrebbe scendere a momenti.” Rispose Philippe. “Antoine?” Charlotte notò che il giovane si era spostato per appoggiare la schiena contro l’albero. Aveva lo sguardo fisso verso un punto lontano e pareva non accorgersi di quanto succedesse attorno: era indecisa se fosse disprezzo verso di loro- e verso il mondo intero- o semplicemente stanchezza.
“Non pensavo ci aspettaste.” Disse George, uscendo dal Pavillon de Flore congedando con un sorriso le due guardie nazionali che avevano sostenuto la sua carrozzina fino a quel punto.
“Maxime!” Charlotte andò incontro a suo fratello, stringendogli le mani sudate. “Che fortuna incontrarti.”
“Charlotte.” si sentì respinta quando Maximilien si liberò dal suo tocco con un gesto nervoso.
“Stai meglio?”gli chiese, cercando di indovinare il suo umore, visto che gli occhi erano nascosti dagli occhiali scuri.
“Charlotte, volevi qualcosa? Sono molto occupato.”
“Maxime, per favore ti devo parlare.” Cercò di dare alla propria voce il tono più indifeso e disperato del quale era capace, sapeva bene che suo fratello non sopportava di vederla triste o peggio isterica e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di vederla sorridere di nuovo. Maximilien non disse niente.
“Per favore.” Insisté ancora con voce petulante. Lui l’avrebbe ascoltata se non altro per evitare brutte figure di fronte ai suoi colleghi. “Si tratta di Augustin…”
“Basta con le perdite di tempo, la Convenzione si riunirà tra poco.” La voce di Antoine la sorprese alle sue spalle. Come si permetteva di definirla una `perdita di tempo’?
“Maxime!” di sicuro suo fratello non avrebbe lasciato che fosse insultata in quel modo.
“Charlotte, come capirai, non è certo il momento appropriato per parlare di affari privati.” Fu la risposta fredda di lui. Non poteva credere che la stesse veramente liquidando a quel modo. Rimase ferma, cercando l’espressione di lui, solo per vederlo raggiungere Antoine ed andarsene. Perché l’aveva trattata a quel modo? Allora Augustin era riuscito a convincere persino Maximilien che lei fosse veramente una poco di buono?
“Non te la prendere, Charlotte.” Babet le afferrò un polso. “Sono tempi difficili.”
“Ma è mio fratello!” si lamentò, lacrime di rabbia e delusione che cominciavano a fluire liberamente contro la sua volontà. “La verità è che a nessuno dei miei fratelli importa più niente di me, ormai!”
“Charlotte, sei ingiusta.”
“Babet, non puoi capire. E adesso, se vuoi scusarmi, me ne torno a casa, non mi sento molto bene.” Proclamò, asciugandosi gli occhi col dorso della mano e camminando velocemente senza una precisa direzione.
Com’era possibile che persino Maximilien la trattasse come un peso? Sicuramente aveva parlato con Augustin… ma sì, quella sgualdrina della Ricord aveva sicuramente parlato con Éléonore ed insieme avevano architettato di trascinare Maximilien dalla loro parte.
Ed ecco, adesso per la fretta si era pure scontrata contro qualcuno.
“Vai di fretta, cittadina Robespierre.”
“Fouché.” Lui le sorrise con cortesia. In quel momento persino l’incontro con lui le sembrava desiderato.
“Ti vedo triste, cittadina. Me ne dispiaccio.” Le disse, baciandole la mano.”Hai pianto.” Le prestò il suo fazzoletto con galanteria.
“Io e te non siamo amici.” Gli rispose sgarbatamente.
“Tuttavia non posso non affannarmi quando vedo una donna così abbattuta. Robespierre dovrebbe tenere di più alla sua diletta sorella e non farla andare in giro in queste condizioni e per di più da sola.” Quelle parole le fecero di nuovo tornare le lacrime.
“Vuoi che ti faccia accompagnare a casa in vettura?”
“Non ne ho bisogno.” Rispose, cercando di riguadagnare un minimo di compostezza. Gli restituì il fazzoletto e gli voltò le spalle, masticando un saluto.

***

Charlotte non era riuscita a tornare a casa, il silenzio l’avrebbe fatta impazzire di dolore. Fu così che entrò nella bottega di Mathieu. Le piaceva quel negozio ordinato, con l’odore perenne del cuoio. Su degli scaffali erano esposti in bella mostra alcuni campioni di pelle, con i quali Mathieu era in grado di realizzare più o meno qualsiasi cosa, dai porta documenti eleganti (Charlotte ne aveva regalato uno nero a Maximilien qualche anno prima) a copertine che avrebbero rifornito i rilegatori di tutta la città. Ringraziò che in quel momento non ci fossero clienti; l’apprendista doveva essere già andato a casa.
“Bonsoire, Charlotte.” Gli sorrise lui con dolcezza, continuando a cucire due pezzi di marocchino. “Come posso esserti d’aiuto, ma chére?”
“Sono disperata. Distrutta. Me ne voglio andare da Paris.”
Quo que té dis ?” gli chiese lui con stupore, posando gli strumenti ed andandole vicino. “Non puoi lasciarci. Che torni a fare ad Arras? È successo qualcosa?”
“I miei fratelli mi disprezzano, non ho un motivo per rimanere qui.” Non fuggì l’abbraccio di Mathieu, come avrebbe fatto normalmente, e lasciò che la sua testa si posasse sulla spalla di lui.
“Sono sicuro che qualsiasi cosa abbiano fatto o detto non sia stato per male.” Gli sussurrò lui.
“Maximilien non mi ha mai trattata in modo così duro. Di fronte ad altri, oltretutto.”
“Ti chiederà scusa. Ti vuole molto bene e lo sai.” Cercò di calmarla. “E comunque, se davvero fossero entrambi arrabbiati con te, non avrebbe comunque senso lasciare la capitale. Pensa alla povera Louise, per lei sei la persona più vicina ad una madre che abbia. Chi le racconterà favole in patois se tu riparti?” Charlotte si sentì stringere ancora di più, la mano di lui pericolosamente sul fondo della schiena, un abbraccio che era lecito solo per la notte. Eppure non ebbe il coraggio di invocare la forza della decenza.
Note:
La lettera esiste veramente e finì in mani sbagliate: fu pubblicata da Courtois nel suo rapporto sulle carte dei `mostri del Termidoro’, modificata accentuandone i toni lividi e inventando che fosse indirizzata a Maximilien. Charlotte per tutta la vita, come si evince dalle sue memorie, fu perseguitata dalla vergogna per quella lettera.

Quo que té dis : `Che cosa dici?’. Mathieu e Charlotte vengono dalla stessa città, mi è sembrato naturale che intercalino al francese il dialetto (lo ch’ti o piccardo del Nord). La standardizzazione della parlata francese, infatti, incominciò soltanto con la Rivoluzione e fu molto lenta (lo ch’ti sopravvive ancora).

 

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