Nocturnales 17/53

Danser avec les phantômes.
 

 

“I don’t want to survive you.”
“Eléanore, obey me, I want you to live. I want to leave you all in this house intact as I found you.”
I will never be as you found me. I wasn’t fully alive then.”

Marge Piercy, City of Darkness, City of Light.
3 Thermidor an II/ 21 Luglio 1794

Chante rossignol, chante, toi qui as le coeur gai, tu as le coeur à rire, moi je l’ai à pleurer.” Éléonore si era persa in quella ninna nanna sussurrata, che ripeteva all’infinito, mentre il piccolo Philippe già dormiva pacifico nella sua culla. Quei toni infantili la riportavano indietro, quando da bambina sognava, vedendo passare alle Tuileries le giovani spose con i loro pancioni, che quella era la vita che l’aspettava. Era sicura allora che un giorno un uomo bello e gentile l’avrebbe chiesta in moglie ai suoi genitori, l’avrebbe portata a vivere in una bella casetta e le avrebbe dato dei figli. Adesso quelle illusioni adolescenziali le facevano tenerezza: una vita del genere per lei sarebbe stato un inferno. L’amore non era soltanto romanticismo, tenersi la mano e scambiarsi fiori, era anche contatto, padronanza fisica, dominio : tutto questo la nauseava. Era per questo che una volta diventata più grande, più consapevole delle cose del mondo, aveva evitato di incrociare gli sguardi degli uomini. Non si era mai persa, come le sue poche amiche o le sue sorelle, per il bel volto di un operaio o per il figlio del tabacchiere, che aveva occhi blu come il cielo a primavera. L’unica attrattiva che l’altro sesso esercitava su di lei era quando un uomo mostrava la capacità si sostenere una conversazione che avesse un significato, le cui parole rimanessero scolpite a lungo nella mente e magri sapessero emozionare o almeno divertire. Le piacevano l’eloquenza e la retorica, uomini che parlassero come gli eroi di Roma, che le insegnassero qualcosa. Non una qualità che si trovasse facilmente, sia perché, come donna, era stata tradizionalmente esclusa da quelle conversazioni, sia perché di uomini di tale fatta ne nascono pochi e ancor meno fra la gente del popolo.

La Rivoluzione aveva appagato un po’ questo desiderio, abbattendo le barriere. Così poteva frequentare l’atelier di Regniauld o David, dove gli apprendisti erano tutti uomini, senza che nessuno la giudicasse e discorrere di prospettiva, di allegorie e simbolismi. A poco a poco si era ritagliata i suoi spazi d’indipendenza, al punto che anche sua madre, dopo il matrimonio di Babet, aveva finalmente smesso di chiederle quando si sarebbe sposata.

E poi la Rivoluzione le aveva portato Maximilien. Lei e Maxime, rifletté, erano due colori complementari che si erano aspettati per tutta la vita. Non c’era mai stato bisogno di spiegare niente tra di loro o di indulgere nelle chiacchiere inutili di Babet e Phillippe. Per loro due era bastato qualche scambio di sguardi per capire che erano esattamente ciò che avevano cercato al mondo. Éléonore non gli chiedeva mai, non lo costringeva a parlare di sentimenti, gli dava il silenzio e l’ascolto di cui lui aveva bisogno e domande per alleggerire la testa dai ragionamenti inespressi. Ogni suo pensiero era per lei il dono meraviglioso del rispetto e la soddisfazione di essere per lui una sorta di cura. Certo poi c’erano anche i piccoli gesti di riconoscenza, un mazzo di fiori, un sorriso, il contatto dignitoso delle loro mani, sporadici abbracci. Forse a qualunque altra donna, convinta ancora che esistano le favole, tutto questo sarebbe sembrato ridicolo, ma per lei era un sogno. Cosa poteva importarle del giudizio degli altri quando lei sapeva di possedere la cosa più preziosa al mondo, l’affinità intellettuale  con un uomo così speciale?

Certo, non sempre era tutto facile, ma stare bene con lui significava anche sapersi fare da parte, dividerlo con la Rivoluzione, con la Convenzione Nazionale e con gli altri dieci membri del Comitè. Ormai ci aveva quasi fatto l’abitudine.

C’era solo una persona alla quale non si sarebbe abituata mai ed era esattamente quel petit monstre che da più di un’ora la tratteneva dal salire la scala di legno. Sospirò vistosamente. Un altro nomignolo appropriato sarebbe stato `l’Indiscutibile’. Tante volte Maximilien le aveva parlato dei suoi amici, alleati o nemici, rivelandole anche cose -su Philippe, ad esempio- che la decenza avrebbe preferito che lei non sapesse, ma su Toinon mai nemmeno una parola. Eppure sapeva bene che fra tutti i collaboratori di Maximilien, il petite monstre era probabilmente quello che gli aveva causato maggiori grattacapi e più volte aveva sentito l’eco delle loro liti furibonde. Maxime mai una volta le aveva spiegato il motivo di tante urla.

Gettò un altro sguardo alla scala: dopo l’ultima volta non aveva il coraggio di salire e interromperli.

Bonsoir, Cornélie. Mia moglie si sta riposando?” chiese Philippe, facendo irruzione in salotto, con passo deciso. Il cognato l’aveva sorpresa, era strano che Philippe non fosse alla scuola militare a quell’ora, ma le bastò un rapido sguardo su di lui per capire che c’era qualche problema che lo preoccupava.

“No, l’ho mandata fuori con Henriette e Marguerite. Aveva bisogno di fare una passeggiata.” Gli sorrise. “Siediti, vieni.” Scostò una sedia per lui. Philippe si mise a sedere, accavallò la destra sulla sinistra, poi fece il contrario.

Suo cognato si alzò di nuovo, andando vicino alla culla del figlio. “Mh, volevo dire, bene, bene.”

“Si é appena addormentato, non lo svegliare.”

“É molto gentile da parte tua occuparti del piccolino. Babet da sola non ce la fa proprio e mia sorella non ci sa molto fare.”

“Henriette é ancora una ragazzina, Philippe. Non ha ancora diciotto anni.”

“Sarai un’ottima madre quando avrai figli tuoi.”

“Sappiamo tutti benissimo che non avrò mai figli miei.”

“E senti, Cornélie, Maximilien come sta?”

“Non malissimo. Meglio di qualche giorno fa.”

“Ah.” Rispose distrattamente.“Bene, bene. Meglio così.” Éleonore non poté fare a meno di notare quanto lui fosse inquieto e si spaventò: Philippe era sempre così calmo.

“Antoine é da lui, vero?” Éléonore arrossì.

“Mi sa che avremo bisogno di parlare dopo. Sai com’é, in un posto lontano da orecchie indiscrete.”

“Potete utilizzare il parloir.”

“Grazie, sapevo che su di te si può sempre contare.”

“Bonsoir.” Salutò entrambi George. Éléonore si precipitò a tenergli la porta aperta.

“Come stai?” chiese Philippe al collega.

“Sono ancora vivo.” Rispose. “Oggi sono tornato al Comitato, ma il dottore mi ha consigliato di non passare troppo tempo a lavoro. Anche volendo, il dolore mi impedisce di concentrarmi e muovo il braccio a fatica.” Spiegò, muovendo un po’ il rigido braccio sinistro. “Non sono in ritardo, presumo.”

“Affatto. Antoine è ancora su. Da quanto tempo stanno discutendo quei due?” Éléonore arrossì di nuovo.

“Antoine é arrivato ormai più di un’ora fa, ma non mi ha detto quanto ci avrebbe messo né di cosa dovessero parlare.” Éléonore finse di concentrarsi su un’inesistente macchia del proprio vestito per non dover affrontare gli sguardi: figurati se il petit monstre non si era lasciato scappare di averla sorpresa ad origliare.

“Speriamo solo che Antoine abbia saputo mantenere la calma.” Si augurò George, ma il rumore della porta del piano superiore ed i toni concitati fecero immediatamente pensare altrimenti.

“A quanto pare, non avevo molta scelta, n’est-ce pas?” Éléonore, Philippe e George si voltarono quasi all’unisono. Éléonore scattò quasi per automatismo su per le scale, anche se si rese ben presto conto che Maximilien non aveva affatto bisogno di lei: il braccio di Antoine era più che sufficiente a sostenerlo nello scendere le scale.

“Maximilien, dobbiamo parlare.” Gli disse George. Maxime non rispose e si limito a voltarsi verso Antoine, lanciandogli uno sguardo di ira.

“Ho sistemato il parloir, potete stare di là. Mi curerò che nessuno vi disturbi.” Cercò di sorridere Éléonore, mostrando la strada. “Vi porto subito qualcosa da bere.” Dispose, facendo del suo meglio per dissipare la crescente tensione. Andò in cucina, con mille pensieri in testa. Cos’é che le stavano nascondendo? Cos’era successo ancora di così grave? A dir la verità era ormai qualche giorno che Maxime si era rinchiuso con lei in uno strano silenzio e non le aveva parlato più di niente.

“Insomma, siete tutti d’accordo col fatto che dovremmo…dovremmo scendere a patti con ces fripons.” Éléonore aprì delicatamente la porta e appoggiò il vassoio sul tavolo, cercando di fare meno rumore possibile, cominciando a versare il vino nei bicchieri.

“Dobbiamo riguadagnare la fiducia della maggioranza e l’unico modo di farlo é mostrare che il governo è unito e gode della fiducia della Convenzione.” Éléonore gettò uno sguardo furtivo al petite monstre, le cui dita nervose torturavano i lembi della cravatta. Era palese che stesse facendo un grande sforzo di autocontrollo.

“Ma bravi, mi sembra che adesso vi siate tutti trasformati in abili politici. E allora che motivo avete di consultarmi? Io, piccolo inutile deputato, a cosa mai vi dovrei servire? Se vi sono di intralcio, potete vendermi ai miei nemici.” Éléonore conosceva bene cosa significava quando la voce di Maximilien prendeva quei toni striduli, non ebbe bisogno neppure di guardarlo in viso.

“Ai nostri nemici.” Puntualizzò Couthon.

“É la mia vita ad essere in pericolo, non certo la vostra. Ma che almeno il mio sacrificio serva a qualcosa.” Quanto le faceva male sentirlo parlare così.

“Merde, Maxime!” Éléonore sobbalzò. La voce di Antoine era scoppiata come un tuono.

“Antoine, controllati.”Sussurrò Philippe, indicando verso Éléonore.

“Non verrà detto qua niente che lei stasera non saprà comunque.” Rispose acidamente il petit monstre. “Anzi, magari Cornélie potrebbe far capire ad un certo qualcuno che é l’ora di smetterla con i vittimismi! Maxime, qui non é in gioco soltanto la tua vita, putain!, qui è in gioco la salvezza della Repubblica e di tutti gli ideali per i quali abbiamo combattuto sino ad oggi.” Antoine si alzò in piedi. ”Se finiamo noi, muore la Repubblica.”

“E fare il gioco di Collot, di Billaud e degli altri terroristes sarebbe meglio secondo voi? Appoggiarsi a Barére che cambia idea come cambia il tempo? O forse a Carnot, che in fondo é ancora affezionato al mondo antico nel quale é cresciuto o a Lindet, le cui simpatie per Danton non si sono mai spente?”

“Resta il fatto che se il Comité é diviso non conta nulla. E ti assicuro che nel Comitè de suretè géneral puoi contare soltanto su di me e su David; tutti gli altri hanno troppa paura.”

“Se hanno paura é perché non sono innocenti. Se non sono innocenti sono i nostri nemici. E se non sono innocenti perché dovremmo voler avere a che fare con loro?”

“Forse perché in questo momento di crisi, Maxime, non abbiamo altra scelta.”

“George, vedo che l’hai capito anche tu, finalmente. Ed é proprio per questo che ho smesso di frequentare il Comitato e la Convenzione.”

“Ma non capisci che in questo modo hai solo dato un vantaggio ai tuoi nemici? Maxime, tu puoi anche ritirarti per settimane, ma é il tuo nome quello che aleggia alla Convenzione. É a te che guarda il popolo parigino e lo sai benissimo.”

“Mi stai accusando di dittatura anche tu, Antoine? O devo forse dedurre che l’idea non ti dispiaccia?”

“Smettetela entrambi. Maximilien” lo apostrofò Philippe, cercando di riportare la calma “quello che Antoine stava cercando di dire è che sicuramente sei il membro più autorevole dell’intera Convenzione, che tu lo voglia o meno. É per questo che finché non sarai tu stesso ad accettare un compromesso, tornando al Comitato, la nostra parola conterà poco o nulla.”

“Posso accettare la vostra strategia, ma sappiate che la reputo inutile. Scendere a compromessi con quelli é già una prova che abbiamo perso.”

“Bene, sono contento che almeno abbiamo iniziato a ragionare. Io adesso andrò al Comitato, ché non pensino davvero che ci sia un governo parallelo che vuole tagliare le loro teste.”

“Vengo con te.” Antoine e Philippe si alzarono e prima di sgusciare via dalla stanza, Éléonore notò come Antoine si fermò a salutare calorosamente George, mentre non degnò Maximilien di una sola parola.

“Antoine, cerca di trovare il tempo di riposare un po’ per favore.” Sentì Philippe dire all’amico, che rispose con una scrollata di spalle. “Éléonore, per favore di’ a Babet che ci vediamo più tardi.”

***

“Cornélie…hai mai la sensazione di essere inutile?” Finalmente soli, lei e Maximilien e basta, senza che lui avesse la febbre o stesse troppo male per ascoltarla. Le sembrava quasi un miraggio stare nuovamente seduta attorno alla scrivania di legno.

“Che cosa intendi dire?” le chiese lei, preoccupata. Sapeva che Maxime poteva indulgere, con inaudita profondità, dentro il proprio animo e scavarci dentro delle piaghe profonde.

“Di non contare niente. Che alla fine la vita di ciascuno non faccia alcuna differenza.” Rispose lui, poggiando gli occhiali sul tavolo e massaggiandosi le tempie.

“Sai perfettamente che non é vero: la tua vita significa molto. La tua vita é la Rivoluzione.” Rispose lei, allungando un braccio fino a sfiorargli un dito.

“A volte penso che il mio ruolo sia finito: nessuno ha più bisogno di me.” Si lasciò scappare. Non era la prima volta che lui si lasciava andare a quelle confidenze, ricordò Éléonore, ma stasera trovava nella sua voce un tono di profonda tristezza che gli aveva sentito pochissime volte.

“La Rivoluzione ha ancora bisogno di te e della tua forza.”

“E se altri potessero prendere il mio posto? Magari qualcuno potrebbe pure sperarci, adesso che non ha più bisogno di me.” Éléonore avrebbe voluto dirgli che di sicuro lei aveva ancora bisogno di lui e che non doveva neppure farsi venire quei pensieri. Non se lo poteva permettere. Ma sapeva, che per quanto si illudesse, non fosse questione di lei.

“In realtà credo che abbiano tutti bisogno di te, é per questo che stavano cercando di convincerti a tornare oggi. Non tutti abbiamo lo stesso modo di dimostrarlo.” Ed i petits monstres riescono a dimostrarlo solo urlando e dicendo parolacce, pensò. E poi Maxime aveva altri alleati, persino più affidabili: Philippe e George si erano sicuramente comportati in maniera molto più razionale oggi. E poi c’era Augustin e suo padre ed i membri della Commune. Éléonore scelse il silenzio, come faceva spesso, perché sapeva che qualsiasi argomentazione razionale in quel momento non sarebbe servita e non era neppure sicura che stessero veramente discorrendo soltanto di politica. Si limitò ad osservare la tempesta di emozioni che intuiva nelle rughe di lui, nel continuo movimento delle ciglia. A volte avrebbe voluto poterlo raggiungere in quei pensieri che sbattevano al vento e si davano continuamente battaglia.

Sospirarono quasi all’unisono. Éléonore avrebbe voluto urlargli di smetterla di pensare che tutto sarebbe andato sempre male, di smetterla di fare paragoni inutili, che non avevano senso. Perché sapeva che cosa stesse pensando adesso: che stesse succedendo la stessa cosa che era successa l’inverno precedente con Camille. Ma Camille era morto ed i morti non tornano in vita. E, per quanto Camille le fosse sempre stato più sopportabile, se non proprio simpatico, persino lei capiva quanto Antoine fosse differente. Antoine non avrebbe mai tradito Maximilien.

Éléonore si accorse che adesso Maxime la fissava, strizzando gli occhi, allora gli sorrise. Lui allungo una mano a stringere la sua.

“Grazie, Cornélie.” Sussurrò, poi si alzò con un movimento nervoso. ”Potresti dire al parrucchiere di venire domani mattina? Tornerò al Comité.”

Note:
Grazie a tutti per continuare a seguire e a commentare :). I vostri commenti sono sempre molto utili per sapere se sto gestendo bene la storia, se vi piace come va avanti e anche per la mia autostima ballerina :). Un grazie di cuore. E sapere che ci sono altre due `Robespierristes’ su EFP fa sempre bene al cuore 😉
La ninna nanna è la tradizionale nenia À la claire fontaine.
Éléonore, che è sempre molto precisa, si ricorda che dal gennaio 1794 i membri del CSP erano undici, non dodici come da norma (Hérault de Seichelles non fu mai rimpiazzato).
Per chi non fosse familiare con la Rivoluzione, gli avvenimenti accennati qua e là nel capitolo saranno spiegati al momento opportuno, quindi non vi preoccupate se vi sembra che stiate perdendo qualcosa (e sì, il Camille citato in fondo al capito è ovviamente Camille Desmoulins).

Alla prossima!

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