L’ombre et la petite fille 16/53

L’ombre et la petite fille.

Je sens que partout où on rencontre un homme de bien, en quelque lieu qu’il soit assis, il faut lui tendre la main, et le serrer contre son cœur, je crois à des circonstances fatales dans la révolution, qui n’ont rien de commun avec les desseins criminels, je crois à la détestable influence de l’intrigue, et surtout à la puissance sinistre de la calomnie. Je vois le monde peuplé de dupes et de fripons : mais le nombre des fripons est le plus petit : ce sont eux qu’il faut punir des crimes et des malheurs du monde.

Maximilien Robespierre, Discour du 8 Thermidor II
 

“Uffa, non é possibile che Henriette sia ancora fuori… e adesso chi mi aiuta?” si lamentò Babette.
“La coda per il pane la mattina é lunga.” Rispose Éléonore senza alzare lo sguardo dal libro che stava leggendo. In quel momento Philippe si mise a piangere.
“Che ha lo scricciolo?”
“Fame.” Rispose Babet, prendendo il piccolino. “Oh, no!” le scappò.”Si é pure bagnato e nessuno mi ha ancora ritirato i pannolini e… non ce la faccio più, questo caldo mi fa girare la testa, sono stanca!” la giovane si sentì le lacrime salirle agli occhi. Senti la presa forte di sua sorella sorreggerla, mentre lei teneva forte il piccolino. Le sembrava che il cuore stesse per scoppiarle nel petto. “Non ce la faccio più.”
“Siediti.” Éléonore la sorresse fino alla poltrona, dove Babet sprofondò. “Stai ferma qui, ci penso io al piccolino.” Babet avrebbe voluto obbiettare, ma riuscì soltanto a biascicare delle sillabe. Si limitò a vedere sua sorella sparire dalla stanza con in braccio suo figlio. Un’angoscia profonda la invase, si sentiva priva di forze e allo stesso tempo le sembrò che nulla avesse senso. Perché suo figlio non era lì con lei? Nelle orecchie le sembrava di sentire il suo pianto che le lacerava i timpani. Si sarebbe dovuta alzare, ma non ci riusciva, le gambe erano pesanti e la testa troppo leggera ed il mondo improvvisamente le sembrò troppo pericoloso. Cosa sarebbe successo se si fosse alzata di lì? Chiuse gli occhi perché la luce la feriva, avrebbe pregato se ci fosse stato un Dio nel quale ancora credeva.
“Come ti senti, Babet?” le voci di sua sorella e di Henriette la riscossero da quello stato di torpore.
“Un po’ debole.”
“É normale bambina mia, ti sei strapazzata troppo dopo il parto. E con questo clima infernale poi. Scommetto che la notte non dormi bene.”
“Sono così preoccupata… per mio figlio, per mio marito… sembra che nulla vada bene. Ho sempre paura che succeda qualcosa di brutto.”
“Ma che dici, non succederà niente. Siamo solo tutti molto stanchi: l’inverno é stato lungo e difficile.” La voce di sua sorella era così risoluta, così autorevole..come si faceva a non crederle? “Mamma tornerà tra poco, é andata a chiamare il dott. Souberbielle.”
“Non c’era bisogno di disturbarlo.”
“Lo avremmo chiamato comunque per Maxime.”

***

“Gliel’ho già ripetuto, tua sorella deve riposarsi, Éléonore. É normale che dopo il parto si senta debole e stanca.” Spiegò il dott. Souberbielle, mentre si aggiustava gli occhiali sul naso.
“Ma chi penserà al mio bambino?” chiese Babet, che aveva ascoltato i discorsi del dottore con il cuore in gola.
“Ci siamo io, la mamma ed Henriette.” Le rispose sua sorella.
“Non é bene che tu sia così attaccata al piccolo, Élisabeth. Non é bene né per la tua salute né per la sua.” Babet si sentì come se le stessero strappando le viscere.
“Ecco, lo sapevo che sarei stata un disastro come madre. E adesso dov’é il mio bambino?” Éléonore le prese gentilmente una mano e gliela baciò. “É con maman. Adesso cerca davvero di stare tranquilla.” Élisabeth guardò sua sorella negli occhi, sentendosi un pochino rassicurata.
“E Maximilien come sta?” Élisabeth fu ferita dallo scambio di sguardi fra sua sorella ed il dottore. Souberbielle fece una lunga pausa, bevendo un sorso della limonata che gli era stata offerta.
“Non bene, é esausto. Ma sono sicura che Éléonore saprà perfettamente cosa fare.” Babet non era affatto soddisfatta di quella risposta elusiva, ma non sembrava che il dottore fosse disposto a dirle altro, così lasciò che le raccomandasse ancora di riposarsi e mangiare e che augurasse ad entrambe una buona giornata.
“Vuoi andare un po’ a distenderti?” le chiese gentilmente sua sorella.
“No.” Babet sentiva che di lì a poco sarebbe scoppiata a piangere. ”Resta con me.” La supplicò, afferrandole un lembo della gonna. Le sembrava di essere tornata bambina, quando sua sorella usciva per andare a scuola e lei non voleva rimanere né con Sophie né con Victoire. Era sempre a lei che aveva voluto più bene.
“Diventerò come Victoire.” Si lamentò quasi piangendo, cominciando a tremare al ricordo della sorella che avevano perduto qualche anno prima.
“Victoire aveva il mal sottile, Babet.” Sua sorella le baciò la testa con dolcezza. ”Tu non hai niente del genere.”
“Ma anche lei si sentiva sempre senza forze e passava le giornate a piangere!”
“E sputava sangue ogni volta che tossiva. Babet, non essere ridicola. Tu hai solo bisogno di dormire bene e di mangiare di più. In ogni caso ho detto a Momo che vada ad avvertire Philippe. É meglio che passiate un po’ di tempo insieme.”

***

Babet si alzò dalla toiletta spengendo il lume con un soffio. Come conosceva bene quel mobile: era lì nella stanza che aveva da sempre condiviso con la sorella, da quando erano bambine. Da piccola si divertiva ad immaginare come sarebbe stata da donna. E adesso le bastò voltarsi per capire che lo era diventata davvero.
Per quella notte Éléonore ed Henriette avrebbero dormito nella camera di Victoire e Sophie: per qualche oscura ragione, o forse per abitudine, prima di sposarsi Babet non aveva voluto cambiare camera, preferendo restare a dormire con sua sorella, piuttosto che in quella stanza che non sentiva le appartenesse.
Phillippe indossava una robe de chambre color nanchino, che gli avevano regalato i suoceri ed era ancora intento a leggere delle carte alla luce fioca di una candela. Babet si avvicinò sedendosi dall’altra parte del letto.
“Non hai ancora finito di lavorare?” gli chiese con gentilezza. Philippe si riscosse e in fretta mise via i fogli e si infilò sotto le coperte.
“Non sono più abituato a passare una notte senza dover lavorare.” Si scusò con voce gentile e impacciata, invitandola a raggiungerlo.
“Lo so, amore mio…mi dispiace tanto.” Babet gli accarezzò il viso, passando l’indice sulle rughe che andavano formandosi attorno alla bocca di lui, prima che il marito spegnesse la candela. Babet si sentì stretta dolcemente tra le braccia di Philippe, come lui non aveva fatto da tempo: ormai erano molte le notti nelle quali si addormentava da sola.
“Mi dispiace, amore mio.” Sussurrò lui. “Mi dispiace tanto.”
“Un giorno la rivoluzione finirà, Philippe. A volte spero che accada il prima possibile.” Sussurrò lei nel suo orecchio. Si sentì stringere ancora di più.
“A volte temo che questo giorno arrivi troppo presto, Babet. Se così fosse, non sarà nel modo che speriamo.” Gli sussurrò lui.
“Cosa c’é che ti preoccupa tanto?” Babet lo baciò sulle labbra.
“Sembra che questa battaglia non finisca mai. E lo sai, non tutti intendono la Rivoluzione allo stesso modo, non tutti sono disposti a sacrificare qualcosa e se stessi affinché la Repubblica trionfi.”
“Ma adesso che la guerra é lontana, le cose dovranno pure andar meglio no?” cerco di rassicurarlo. “Il pane tornerà e finalmente nessuno cospirerà più contro il governo e non ci sarà più bisogno che la ghigliottina lavori così tanto.”
“Vorrei che fosse così semplice, Babet.” Philippe si zittì e quando Babet lo baciò di nuovo si accorse che stava piangendo.
“Non tutti vogliono che il Terrore si fermi, perché fermarlo potrebbe mettere in pericolo loro stessi o perché il terrore fa comodo. E qualcuno pensa che la Rivoluzione debba fermarsi adesso, che sia andata oltre i suoi limiti.” Babet non era sicura di riuscire a capirlo: la Rivoluzione poteva avere limiti?Libertè, Egalitè, Fraternitè, pensò, quelli potevano essere i limiti naturali della Rivoluzione. Adesso che la Libertà era conquistata, quali sforzi avrebbero mai richiesto l’Uguaglianza e la Fraternità? Non le sembrava proprio possibile che ogni essere umano, ogni cittadino, non potesse voler essere uguale ai suoi simili nei diritti e nei doveri ed era ovvio che ci dovesse essere solidarietà fra tutti. Sì, magari a volte poteva sembrare difficile essere fraterno con qualcuno che ti stava particolarmente antipatico, ma, insomma, non per forza bisogna essere grandi amici per aiutarsi o almeno per non farsi del male reciproco. In fondo sua madre e Charlotte potevano pure ignorarsi, no? Ma di sicuro non sarebbero mai arrivate a farsi fisicamente del male, ecco.
“Scusami, non dovrei intristirti così.” Si scusò Philippe, cercandola, una mano calda che si posava sulla schiena di lei.
“Io sono convinta che andrà tutto bene, amore mio. E un giorno nostro figlio vivrà in un paese migliore e sarà fiero che quella é l’eredità di suo padre.” Sussurrò all’orecchio di lui, una mano che pudicamente si appoggiava sul suo petto, cercando di riconoscere le forme che da troppo tempo le venivano negate.
Je t’aime, ma Babet.” Dopo molte notti, Babet sentì di nuovo che la sua vita era completa.

***

“Ma sei proprio sicura che sia una buona idea?” chiese per l’ennesima volta a Éléonore, intenta a sistemare la colazione su un vassoio.
“Ti ho già detto che Maxime mi ha chiesto se potevi venire su a fare colazione con noi. Evidentemente vuole parlarti.”
“Ma…” Babet non era convinta per nulla, le sembrava un’inutile intrusione in qualcosa che avrebbe dovuto appartenere soltanto a sua sorella. Inoltre Maxime non stava bene, come avrebbe potuto la sua visita fargli piacere.
“Piantala con le tue lagne e prendi il vassoio, per favore.” La invitò Éléonore, mentre prendeva in mano una pila di biancheria.
Salirono in silenzio su per la scala di legno, poi Éléonore bussò con gentile decisione alla porta. A Babet non parve di aver sentito risposta alcuna quando sua sorella aprì.
“Bonjour, Maxime.” Lo salutò, posando i panni su una sedia di paglia con movimenti rapidi. Elisabeth fu stupita dalla naturalezza dei gesti di sua sorella, mentre lei sarebbe rimasta ancora sulla porta se Éléonore non le avesse fatto cenno di entrare e di poggiare il vassoio sul tavolo di legno.
“Bonjour, citoyennes. E scusatemi se non mi alzo a ricevervi come si deve.” La voce di Maximilien stupì Elisabeth: non era abituata a sentirlo parlare in tono così basso e così roco. Si tenne a distanza mentre Éléonore si avvicinava e stringeva gentilmente la mano di lui con pudica tenerezza. Le sue mani, pensò, erano l’unica prova che Maximilien non fosse ancora vecchio. Guardarlo in volto le faceva male: oltre all’espressione sofferente, la pelle aveva assunto un colore grigio opaco e rughe profonde gli solcavano il viso, incorniciato da radi e lunghi capelli rossi, unti dal sudore. Ogni rotondità superflua era stata cancellata dal suo viso e questo dolorosamente le ricordò come anche il corpo di suo marito fosse cambiato.  Solo il tocco di Éléonore che la invitava a sedersi vicina a loro la riscosse dai suoi pensieri.
“Come stai, Babet? Cornélie mi ha detto che ieri non ti sei sentita bene.” La giovane arrossì, sentendosi in colpa per essersi lamentata così tanto di fronte alla sofferenza di lui, degli occhi stanchi che si sforzavano di mettere a fuoco senza gli occhiali.
“Una cosa da niente, colpa del caldo.” Rispose parlando lentamente, cercando di sorridere. Seguì un lungo sospiro di lui e un silenzio imbarazzante.
“Ed il bambino, come sta tuo figlio, ma petite?” Dopo ogni domanda scendeva di nuovo il silenzio, come se ogni parola dovesse essere studiata e soppesata. Solo il tintinnio delle tazze che Éléonore stava sistemando ed il rumore lontano degli operai riempiva quel vuoto.
“Sta bene, cresce in fretta. É sano.”
“Forte come il padre e bello come la madre, ne sono sicuro.” Maximilien cercò di sorriderle, mentre con un gesto automatico e autoritario rifiutava il tozzo di pane che Éléonore gli aveva silenziosamente offerto.
“Mi immagino che debba essere un periodo difficile per te, con Philippe sempre impegnato, a volte devi sentirti molto sola.” Ed ecco che lui aveva cominciato a parlare con quel suo ritmo calmo, rassicurante e saggio che lei -ed era sicura molte altre persone- trovava confortante e persuasivo. “Che a volte tu ti chieda se tutti questi sacrifici siano…veramente giusti, se servano a qualcosa.” Babet cercò lo sguardo della sorella per indovinare dove quel discorso sarebbe andato a parare, ma lei aveva lasciato il suo posto per aprire la finestra e adesso era rimasta ferma là.
“A volte é dura, ho paura che nostro figlio cresca senza suo padre e che Philippe si perda i momenti più belli di suo figlio. Ma io credo nella Repubblica e lo so che Philippe é molto impegnato.” Rispose sperando di aver trovato le parole giuste, perché l’ultima cosa che voleva era causare altre preoccupazioni ad un uomo le cui spalle erano già troppo oberate.
“Babet” Maximilien le prese una mano tra le sue ”ricordati che qualsiasi cosa dovesse succedere, anche la peggiore, ci sarà sempre qualcuno che veglierà su di te: prega l’Essere Supremo e quei momenti che adesso ti sembrano perduti, saranno ritrovati nel tuo animo immortale.” La giovane aprì la bocca come per dire qualcosa, quando sentì sua sorella, che si era mossa silenziosa dalla sua postazione alla finestra, tirarle un lembo del vestito. Allora abbassò gli occhi e si limitò a stringere con la mano che le era rimasta libera il polso dell’Incorruttibile.
“Perché non prendete almeno un po’ di caffé?” Mentre riceveva la tazzina, Babet colse lo sguardo di riconoscenza di sua sorella.
Un colpo secco alla porta le fece trasalire entrambe e poco ci mancò che Babet rovesciasse la tazza.
“Entre!” A Babet sembrò di percepire nuovamente un cambio repentino nella voce di Maximilien.
“Bonjour à tous. Mi dispiace di piombare nel mezzo della festa.” Babet si alzò di scatto, posando velocemente il piattino a terra, per andare a salutare l’amico. Antoine le stampò due baci sulle guance, togliendosi il cappello piumato. Aveva ancora indosso l’uniforme di rappresentante in missione.
“Ti trovo splendidamente, Babet.” La complimentò. “Ho saputo che é andato tutto molto bene, congratulazioni. Éléonore, vedo che anche tu stai bene.” Babet lesse sul volto di Antoine un mezzo sorriso di scherno.
“Bentornato, Saint-Just.” Lo accolse Maxime e a Babet sembrò che il cognome di Antoine rimanesse sospeso nella stanza come una minaccia.
“Non credevo riuscissi a vedermi senza questi.” Antoine afferrò con delicatezza tra pollice e medio gli occhiali di Maximilien, rintracciati senza esitazione sul comodino. “Quale dotta conversazione ho interrotto?”
“Stavamo solo facendo due chiacchiere.” Sorrise Babet, cercando di distogliere la tensione che sentiva salire. Antoine si lasciò improvvisamente andare sulla sedia che la ragazza aveva lasciato vuota, senza chiedere il permesso.
“Ho viaggiato tutta la notte.” Il che, si disse Babet fra sè e sè, era una spiegazione convincente per quegli occhi rossi e quello sguardo appannato.
“Scendo a prenderti del caffé.” Propose Cornélie, chiudendosi la porta alle spalle senza aspettare una risposta. Seguirono di nuovo momenti di imbarazzo: Antoine rimase muto per un po’, sorreggendosi la testa con un braccio, guardando Maximilien senza dire una parola. Antoine non la smetteva mai di sorprendere con i suoi atteggiamenti strani, Babet riteneva che almeno per decenza Antoine avrebbe dovuto chiedere a Maximilien come stesse piuttosto che rimanere a fissarlo senza dire niente.
“Immagino che tu non abbia fatto ancora colazione. Babet, sii così gentile da allungare ad Antoine un po’ di pane.”
“Sì, certo. Comunque adesso scendo anch’io, non voglio disturbarvi. Immagino dobbiate parlarvi.” Antoine prese la fetta che lei gli offriva con la mano sinistra, mentre con la destra le fermò il polso.
“Ma no, ti prego, rimani. É un piacere non dover parlare sempre e solo di guerra. Il rombo dei cannoni diventa estremamente monotono dopo un po’.”
“Tutti i cannoni fanno davvero lo stesso identico rumore?” questo l’aveva stupita. Aveva letto da qualche parte che neppure gli strumenti musicali migliori riescono tutti ad avere un suono identico. Fu mortificata dal silenzio e dallo sguardo complice che Maximilien e Antoine si scambiarono: doveva aver detto un’altra delle sue sciocchezze. Si sentì avvampare di vergogna.
“Antoine stava scherzando.” Le spiegò pazientemente Maximilien e lei si sentì arrossire di vergogna.
“Mi mancavi proprio, piccoletta.” Rise Antoine aprendosi in uno dei suoi rari sorrisi.
“Il viaggio é andato bene, comunque?”
“Direi di sì. A parte che la notizia della vittoria ci ha preceduto di molto: saremmo andati molto più veloci se ogni posto non avesse voluto salutarci.”
“Anche noi siamo stati tutti così felici quando abbiamo saputo la notizia, Antoine! É stata una vittoria straordinaria!” gli sorrise lei.
“Non ne dubito, immagino che qualcuno dei miei colleghi abbia già pronto un discorso ricco di inutili florilegi.”
“Allora hai deciso di non parlare alla Convenzione a proposito di Fleurus.” Commentò Maximilien, ma non sembrava che fosse stupito né dispiaciuto. Ma perché Antoine voleva rinunciare al suo momento di gloria?
“Non sono un console, non ho bisogno di trionfi.” Spiegò Antoine, fendendo l’aria con la mano sinistra.
“Ma sei l’eroe della giornata!” si lasciò sfuggire Babet, pentendosene appena realizzo di aver provocato di nuovo quello scambio di sguardi.
“La Rivoluzione può aver bisogno di martiri, di certo non di eroi.” Antoine scattò in piedi, come qualcosa lo avesse punto. “Prenderò il mio caffè di sotto. Devo andare al Comitato.” Con un gesto deciso afferrò la mano di Maxime.
“Ci vediamo più tardi. Ciao, Babet.”

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