Nocturnales 15/53

Avviso ai naviganti: prima che pensiate che sia completamente impazzita, leggete le note finali 🙂

Lettres

No, non, il n’est rien d’impossible| à qui prétend vaincre ou périr.| Ce cri: Vivre libre ou mourir,| est le serment d’être invincible.

Chant de Fleurus – Denis Le Brun

8 Messidoro/ 26 giugno

Henriette entrò con nonchalance nell’Hotel des États-Unis: ci andava così spesso che ormai era una tappa fissa, come un qualsiasi altro negozio del quartiere. Il palazzo a tre piani all’esterno era molto elegante, ben diverso dall’edificio -più modesto e più recente- dove abitava lei. Spinse il portone di legno intarsiato ed entrò nell’atrio, una stanza larga e corta che aveva sempre un curioso odore di tabacco aromatico.
Henriette scorse Marianne china sul banco della concierge, intenta a leggere il registro e ad annotare qualcosa con una matita appuntita. Marianne era la più precisa di famiglia e non di rado la zia, proprietaria dell’albergo, le affidava la revisione dei conti.
“Disturbo?” le chiese Henriette con un filo di voce. L’altra alzò immediatamente gli occhi.
“Bonjour, Henriette. Erano due giorni che non ti vedevo, mi stavo quasi preoccupando.” Sorrise l’altra, senza nascondere un’espressione irriverente. Henriette decise che non valeva la pena dare peso a quel gesto.
“Come vanno le cose?” le chiese, cercando di intavolare una conversazione. In quel momento qualsiasi discorso non vertesse su pannolini e allattamento le sembrava interessantissimo.
“Come al solito.” Rispose riservata. “Da voi? Come sta il bambino?”
“Sta bene, grazie. E a me tocca lavare pannolini e stare a sentire le lamentele di Babet.” Disse Henriette.
“Uh, una vita eccitante.” La prese ancora in giro. ”Vediamo se questa la rende più felice.” Marianne le passò una piccola busta e gli occhi di Henriette si illuminarono: per la fretta quasi strappò la lettera dalle mani dell’altra. I loro occhi si incrociarono per un momento, poi entrambe scoppiarono a ridere.
“Lo vedi? La mia vita ultimamente é così noiosa che un semplice biglietto diventa l’evento della settimana.”
“Perché non vieni qualche volta con me ai Giacobini o alla Convenzione?” le chiese l’altra.
“Mio fratello non mi permette di uscire da sola la sera.” Si rammaricò Henriette.
“Potresti sempre andarci con Éléonore.”
“Soprattutto, mi porterebbe sicuramente con lei.” Rispose Henriette sarcastica. “Credo che mi odi.”
“Forse perché avete più cose in comune di quanto pensiate.” Rispose enigmatica l’altra, stringendo gli occhi.
“Alla Convenzione ci verrei volentieri.” Cambiò discorso la più giovane, che non aveva intenzione di approfondire le sue eventuali somiglianze con Éléonore. Lei, simile a Cornélie? “Ci credi che in tutto questo tempo ci sono stata una volta sola? E per tipo cinque minuti, perché Babet si annoiava.”
“Io ho intenzione di andarci oggi. Incontriamoci all’ una alle Tuileries, va bene?” le sorrise l’altra con maggior benevolenza.
“Allora sarà il caso che mi sbrighi a fare tutte le mie commissioni.” Henriette si congedò, mettendo al sicuro il biglietto sotto il fichu: se lo sarebbe conservato gelosamente per la sera, quando avrebbe potuto leggerlo e rileggerlo in pace, lontano da occhi indiscreti.
All’inizio l’idea di quella corrispondenza nascosta tra lei ed Antoine l’aveva innegabilmente eccitata: era la prima volta che disubbidiva a qualcuno, che faceva qualcosa che non le era permesso. Le era sembrato di essere diventata un’eroina dei romanzi. Adesso, però, la cosa era diventata scocciante: in fondo non stavano veramente facendo niente di male. Cosa ci poteva essere di sbagliato se ogni tanto Antoine quando era lontano -cosa che quell’anno era capitata frequentemente- ogni tanto le scriveva un biglietto? Di certo non parlavano di politica, Antoine aveva altre persone con il quale parlarne e a lei, in fondo, non interessava poi così tanto. Si parlavano di piccole cose, anzi, a dir la verità era lei che nelle sue lunghe lettere parlava a lui delle sue cose, di come conducesse la sua vita, di quanto a volte si sentisse sola. Dei libri che leggeva. Le risposte di lui erano solitamente più stringate, ma ormai lei aveva imparato a leggere tra quelle sintetiche righe mille sfumature, sapeva riconoscere il tono del suo umore, le sue preoccupazioni, come di solito gli amici fanno l’uno con l’altro.
Eppure se suo fratello l’avesse scoperto sarebbe successo un disastro; tutto questo perché mancava un fidanzamento ufficiale, perché, secondo Philippe, Antoine l’aveva rifiutata. Tante volte avrebbe voluto prendere suo fratello e spiegargli veramente come erano andate le cose, dirgli che lei non aveva affatto sofferto, che, certo, voleva bene ad Antoine, ma non c’era nulla di romantico tra loro né mai ci sarebbe potuto essere. Philippe non avrebbe sicuramente capito e per farglielo entrare in testa avrebbe dovuto raccontargli quello che sarebbe stato meglio non sapesse, quanto meno non da lei. E d’altronde non poteva veramente biasimare Antoine per quella situazione: in un modo o nell’altro se la cosa si fosse risaputa in giro ne sarebbe andata della sua reputazione politica. Se neppure suo fratello poteva concepire che esistesse un’amicizia tra un uomo e una donna, figuriamoci se i nemici politici di Antoine -e lei sapeva bene che il numero cresceva ogni giorno- non ne avrebbero approfittato per montare su uno scandalo.
Nonostante tutto, continuava a provare rabbia per il trattamento che le era riservato. Perché Éléonore, invece, godeva di molta più libertà di lei? Perché c’era stata tanta fretta nel chiarire ufficialmente la situazione fra lei e Antoine l’anno prima, quando Éléonore poteva non fare alcun mistero del proprio affetto verso Robespierre? Certamente, i loro comportamenti erano sempre molto corretti e casti, ma Cornélie aveva accesso alla camera del suo amico quando voleva, mentre lei ed Antoine non erano liberi neppure di vedersi da soli. Qual era la differenza? Babet le ripeteva che sua sorella e l’Incorruttibile si sarebbero sposati una volta che lui si sarebbe ritirato dalla politica, che si sarebbero ritirati in una casetta in campagna e che non c’era stata alcuna promessa ufficiale perché non ce n’era bisogno. Ogni volta che l’amica gliene parlava, Henriette non poteva fare a meno di pensare che la sua amica doveva essere veramente un po’ étourdie, come dicevano in famiglia. E, se proprio doveva esprime la sua opinione sincera, le pareva che quello di Robespierre fosse stato semplicemente un rifiuto molto elegante: lui avrebbe lasciato la politica il giorno in cui il sole avrebbe smesso di girare intorno alla terra.

***

“Henriette, mi hai sentito? Potresti ritirarmi i pannolini dal filo? Sono veramente esausta.” Henriette alzò gli occhi sull’amica. No, non l’aveva sentita.
“Vado subito.” Meccanicamente si alzò dalla sedia e uscì nel cortile, fare qualcosa forse l’avrebbe distratta dai propri pensieri. Ritirare i pannolini del suo nipotino, aiutare Babet con le faccende di casa… guardò il cielo, avvolto in una cappa grigia d’afa e nuvole e sospirò: quando sarebbe tornata una situazione di normalità?
“Ce ne hai messo di tempo!” la canzonò Babet, quando rientrò in casa.
“Scusa.” Rispose, poggiando distrattamente i pannolini sul tavolo.
“Si può sapere che hai?” le chiese l’amica, cominciando a ripiegare i panni.
“Niente.”
“Sono dure le pene dell’amore…” la canzonò l’amica.
“Se non ti dispiace andrei alla Convenzione questo pomeriggio.”
“Da sola?”
“Con Marianne Choiseul.”
“Bene, almeno ti aiuterà a distrarti da certe preoccupazioni inutili.” Sorrise Babet. Già ci pensa mia sorella a mettere tutti di cattivo umore.”
“Parli del diavolo…” Éléonore passò loro davanti, dando loro uno sguardo severo, ma senza dire nulla.

***

“Ma è sempre così affollato e rumoroso?” chiese Henriette, stringendo il braccio dell’amica.
“Sì. Come sai le gallerie della Convenzione hanno preso il posto dei giardini: ci puoi persino trovare moglie.” Scherzò l’altra, facendosi largo tra il via vai di gente.
“Sembra di stare a teatro.” Commentò Henriette, soffermandosi sulle tende pesanti dietro al seggio del presidente, che parevano proprio le quinte di un teatro. Lo scranno del presidente e dei segretari era il confine di quel palco strano che era la tribuna. Sullo sfondo in nicchie una volta pensati per divinità pagane o re, i busti di altrettanti uomini meritevoli, come Brutus o Rousseau, testimoniavano attenti ogni mossa.
“Che si discute oggi?” chiese Henriette.
“Barére dovrebbe parlare dei nostri successi militari. Ma i Comitati non sono ancora entrati.”
“Infatti non riesco a vedere mio fratello da nessuna parte.” Commentò Henriette. Le due ragazze si erano infatti posizionate esattamente sopra la Montagna.
“Ecco il Comitato di Salute Pubblica!” disse eccitata Henriette. Si sentiva come una bambina davanti ad un teatrino di strada. Le figure erano così lontane e perfette che non potevano essere attori, ma marionette. Riconobbe subito l’Incorruttibile, che era entrato per primo con la sua caratteristica andatura veloce.
“Con chi sta parlando Robespierre?” chiese all’amica, indicando un uomo dai capelli neri e dal portamento dignitoso. Le sembrò di qualche anno più giovane di Robespierre, ma sapeva che quell’impressione contava poco: l’Incorruttibile dimostrava molto più dei suoi anni.
“Quello é Barére, il deputato di cui ti avevo parlato prima. La banderuola della Convenzione.” Henriette non soppresse un risolino. “Ma non dovrebbero essere un po’ di più? Pensavo che il Comitato fosse composto da dodici…cioé undici membri.”
“Pensavi che solo Antoine andasse in missione?”rise Marianne. “Ed ecco, Couthon.”
“George è una persona davvero ammirevole. Sia lui che sua moglie, Marguerite, sono due persone splendide.” In effetti, l’avevano sempre trattata con grande gentilezza e rispetto. E poi ammirava tantissimo George che nonostante la propria disabilità, riusciva comunque a svolgere il proprio lavoro per il bene della Patria e allo stesso tempo era sempre gentile e sorridente con tutti. Un po’ come suo fratello, del resto.
“Questo discorso mi fa venire sonno. É facile riempirsi la bocca con i successi degli altri.” Pensava a voce alta Marianne.”Scommetto che questo uomo non ha mai impugnato un’arma in vita sua. Andiamoci a comprare due limonate nel frattempo.” Marianne afferrò il polso dell’amica con risolutezza e la trascinò fuori dalla galleria. Henriette non poteva dire di non essere sollevata di prendere un po’ di aria fresca.
Si stavano avvicinando alla venditrice di bibite quando Henriette si sentì chiamare ed una mano le afferrò il braccio. Si voltó inorridita, ma poi distese un sorriso:
“Nicolas!” esclamò, gettando le braccia al collo del fratello. Che strano effetto le faceva vederlo in uniforme militare. In realtà Nicolas non aveva nessun compito di tipo pratico e la sua attività si svolgeva per la maggior parte del tempo dietro ad una scrivania a controllare i conti e per fortuna: Nicolas non era proprio tagliato per gli sforzi fisici, era sempre stato di costituzione debole.
“Marianne, conosci mio fratello Nicolas?” Nicolas galantemente baciò la mano di Marianne. “Siete venute a seguire il dibattito?”
“Era una buona scusa per uscire un po’ di casa. E tu? Come mai non sei alla Scuola Militare?”
“Stavo cercando Philippe. Gli dovrei parlare.” Rispose il fratello, sorridendole. ”É meglio che vada a cercarlo in sala. Ci vediamo presto.”
“Vienimi a trovare qualche volta, Nicolas. Non sei ancora venuto a vedere tuo nipote!” Lui divenne rosso.
“Verrò, te lo prometto.” Le disse, poi le baciò la mano e scomparse di nuovo tra la folla.
“Vi assomigliate molto tu e tuo fratello.”Le disse Marianne.”Vi assomigliate tutti e tre.”

***

Henriette si sedette sul letto, godendosi finalmente il momento per leggere il biglietto: in fondo aveva pulito lei dopo la cena, si poteva meritare qualche minuto in solitudine. Quella sera a casa si erano ritrovate tutte donne, un evento che negli ultimi mesi non aveva nulla di eccezionale. Maurice, Momo e il cugino Simon erano ai Giacobini, Couthon e Robespierre ancora al Comitato e Philippe alla Scuola di Marte, Charles era alla sezione. Da un po’ di giorni in quelle serate al femminile c’erano poche chiacchiere, sembrava che ognuna di loro fosse immersa nelle proprie preoccupazioni. La sua assenza in salotto non sarebbe stata notata.
L’unica candela poggiata sul comodino le sarebbe bastata. Aprì il biglietto con le dita tremanti.

“Herriette,

Tutto Va bene qui. confido in Una vittoria vicina e devastante per Il nemico; poi tornerò a parigi. Se non torno entro tre giorni, Scrivimi come va la situazione. Se ti annoi prendi in prestito qualche mio libro. Chiedi a Mar.

T’ Embrase.

SJ.”

Henriette rilesse il biglietto più volte, lo annusò e le parve di sentire l’odore della polvere da sparo e della cipria di Antoine. Antoine le diceva che le cose andavano bene, quindi poteva rassicurarsi almeno per quella sera che non si sarebbe preso una pallottola austriaca in pieno petto -sì, quello era uno degli incubi ricorrenti che aveva di notte-, anche se comprendeva che dietro il controllato “tornerò a Parigi” c’era un fiume in piena di sentimenti, di voler controllare la situazione di persona, rivedere cose e persone. Henriette non si illuse di essere la prima tra quelle, ma almeno una nella lista. Tirò un sospiro e nascose di nuovo la lettera sotto lo scialle: magari le avrebbe dato un altro sguardo più tardi. Era tempo di tornare in sala.
Babet si stava riposando completando un ricamo, mentre Marie cullava il piccolo Philippe, Felicite lavorava velocemente a maglia. Marguerite piegava dei panni appoggiandosi sulla tavola. Solo Éléonore sedeva in un angolo con l’aria crucciata: non era andata al club quella sera.
“Vuoi che ti dia una mano?” chiese a Marguerite, avvicinandosi al tavolo.
“Magari. I bambini sono già a letto, altrimenti avrei chiesto a loro.” Si scusò.
“Nessun problema.” Rispose Henriette, afferrando una camicia.
“Spero che George non faccia troppo tardi.” Disse la donna più anziana ad Henriette. ”Sono un po’ preoccupata per lui, ultimamente non sta molto bene.”
“Mi dispiace.”
“Sono ricominciati i dolori, stanno cominciando ad aggredirgli la spalla sinistra.”
“Si deve di certo poter fare qualcosa.” Intervenne Marie.
“Portare pazienza.”Rispose l’altra, continuando a ripiegare la coperta che aveva in mano.
“Stanno lavorando tutti troppo.” Intervenne Babet. “A volte ho paura che Philippe non riconosca suo padre.”
“Con la Francia in queste condizioni, i nemici interni ed esterni in continuo aumento come potete pretendere che abbiano un momento di riposo?” parlò Éléonore, con tono grave. Avrebbe probabilmente detto qualcos’altro se l’aprirsi della porta non l’avesse fermata.
“Bonsoir, citoyennes.” Le salutò Maximilien rientrando. Henriette pensò tra sé e sé che chi lo avesse incontrato per strada quella notte avrebbe potuto pensare di trovarsi di fronte un fantasma. Il deputato era cereo, il volto scavato e teso.
“Buonasera, Maxime.” Éléonore si alzò per andargli incontro. “Sei tornato presto stasera. Non avevate molti affari da sbrigare al comitato?”
“Non ho più intenzione di tornare in quel covo di traditori. E adesso scusatemi, mi ritiro in camera mia, sono molto stanco. Bonne nuit.” Il tono di lui non ammetteva ripensamenti.
“Maxime, vuoi che ti porti qualcosa?” Henriette osservò come lui aveva rapidamente dato le spalle a Éléonore, senza neppure degnarla di una risposta. Come le faceva pena!
“Lascialo riposare, Éléonore, sarà sicuramente molto stanco. La situazione é tesa.” Disse Marie, invitando la figlia a tornare al suo posto.
“Sarà successo qualcosa?” si preoccupò Babet. “Sarà qualcosa di grave?”
“Se ci fossero notizie particolarmente gravi, le sapremmo.” Henriette cercò di rassicurare l’amica, nonostante anche lei non fosse tranquilla. In quel momento il piccolo Philippe scoppiò a piangere, forse agitato dalla tensione.
“Perfetto. Proprio appena Maxime é andato a riposare.” Osservò Éléonore con amarezza.
“Non sarà il pianto di suo nipote a disturbarlo, Cornélie.” Sorrise Marie, alzandosi a cullare il bambino.
“Hanno bussato alla porta, apro io.” Marguerite spalancò la porta e si chinò a dare un bacio al marito, scambiandogli qualche parola.
“Bonsoir. Il piccolo Philippe sta male?” si informò George.
“Solo un brusco risveglio.” Spiegò Babet.
“Maximilien é andato in camera sua?” In quel momento Philippe e Maurice fecero la loro comparsa sulla porta.
“Philippe, che ci fai qui?” Babet gli corse incontro sorridendo.
“Sono stato richiamato al CSG e ci siamo incontrati con tuo padre, che tornava dai Giacobini.”
“Donne, bisogna festeggiare stasera: le nostre truppe hanno cacciato gli Austriaci a Fleurus.” Annunciò Maurice, gli occhi che brillavano di gioia.
“Che cosa?” esclamò Henriette avvampando. Si morse la lingua per non lasciarsi sfuggire il nome di Antoine, cosa che sicuramente avrebbe messo suo fratello in imbarazzo.
“Vado a prendere una bottiglia di vino, stasera é proprio l’occasione per festeggiare!” esclamò Marie.
“Dov’è Maximilien?” chiese Philippe, accostandosi alla sorella. Le sembrò che l’espressione di lui non fosse così felice.
“In camera sua. Era molto arrabbiato con i suoi colleghi.”

Note: dovute spiegazioni. La lettera è un tentativo di riprodurre l’uso molto particolare delle maiuscole che é tipico della scrittura di Saint-Just, lo stesso dicasi per la particolare grafia delle parole.

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