Nocturnales 14/53

Ces petits riens
Mais, accablé des affaires et des travaux comme il l’était, entièrement absorbé par ses fonctions de membre du comité de salut public, mon frére ainé pouvait-t-il s’occuper d’amour et de mariage?Y-avait-t-il place dans son coeur pour de pareilles futilités lorsque son coeur était rempli tout entier de l’amour de la patrie[…]?

Charlotte Robespierre, Mémoirs.

 

30 Prairial an II – 18 giugno 1794

Charlotte stava ricamando l’ennesimo lenzuolo. Visto che ormai le sue opportunità di  sposarsi erano nulle, aveva deciso di impiegare il suo tempo preparando il corredo per la piccola Louise, una graziosa bambina, figlia di due cari amici. Louise era figlia di una cara amica di infanzia, una brava ragazza che Charlotte aveva conosciuto in convento e che per caso aveva ritrovato a Parigi, all’inizio della Rivoluzione. La donna era morta per le ferite riportate al Campo di Marte, lasciando la bambina senza una madre che si occupasse di lei. Louise non aveva zie vicine, non aveva nessuna donna in famiglia che si occupasse di lei, tranne le donne del quartiere. A Charlotte era sembrato doveroso prendersi cura di lei, sapeva bene cosa volesse dire crescere senza una madre premurosa. E poi era piacevole potersi occupare di qualcuno che apprezzasse le sue premure e le sue preoccupazioni e non le dicesse di farsi gli affari suoi. Così era andata con i suoi fratelli, che l’avevano estromessa dalla loro vita per dare retta a donne di cattiva morale.

Fu sorpresa quando sentì i colpi alla porta. Lo stupore aumentò quando si vide davanti il piccolo Maurice “Momo”, il più giovane figlio di casa Duplay. Momo era un ragazzo alto -come il padre- perennemente allampanato e al quale la Natura non aveva voluto particolarmente bene nei tratti del volto e nell’andamento dinoccolato. Ma dalla sua aveva ereditato gli occhi cerulei del padre e folti capelli castani.

“Babet vorrebbe che tu andassi da lei. Il bambino sta per nascere.” Charlotte rimase bloccata per qualche secondo, indecisa su cosa sarebbe stato meglio fare. Sicuramente ci sarebbero state Marie Duplay e la sua orribile figlia e non le sembrava proprio il caso…ma d’altronde Babet l’aveva sempre trattata con gentilezza e le aveva mostrato l’affetto e la deferenza che si devono ad un’amica più anziana. In fondo, se non fosse stato per lei, la piccola impacciata ragazzina non avrebbe mai attirato l’attenzione dell’uomo che amava e che aveva poi sposato; entrambi i coniugi le erano riconoscenti per questo.

“Dammi qualche minuto e sarò pronta.” Non poteva certo uscire senza incipriarsi il viso e prendere scialle e borsetta: era pur sempre una signorina dabbene. E come ogni donna bene educata, si disse mentre si guardava allo specchio, avrebbe saputo celare i propri dissapori -come del resto faceva per la maggior parte del tempo- dietro un sorriso di convenienza per il bene dell’amica.

Appena Charlotte e Momo giunsero in vista della casa, Philippe venne loro incontro a grandi passi.

“Che succede, Philippe?” gli chiese Charlotte, facendogli intendere che lui avrebbe dovuto prestarle il braccio. Charlotte aveva sempre provato una simpatia speciale per Philippe: fra tutti gli amici dei suoi fratelli era di sicuro quello che teneva più caro. Non che avesse mai provato attrazione per lui, ci mancasse altro! Lo amava come un altro fratellino minore, in fondo aveva la stessa età di Augustin e gli ispirava la stessa tenerezza. Philippe, poi, a differenza di suo fratello, non si era mai sottratto alle sue premure e le aveva sempre dimostrato affetto e gratitudine. Come si era divertita a fare il cupido fra il giovane deputato e la piccola Babet! Era stato uno di quegli avvenimenti che avevano allietato la sua -per altri versi triste-permanenza parigina. Ed ora eccolo là Philippe, che in un anno aveva assunto un’aria grave e composta, ritornare quasi ragazzino, i grandi occhi marroni quasi pronti alle lacrime.

“Mi hanno detto di farmi una passeggiata, ché in casa sarei stato solo d’impiccio, ma non ho cuore di allontanarmi.” Le confidò tremante.

“Vedrai che andrà tutto bene, Babet é forte ed il bambino sarà sano.” Non era vero. Babet aveva sofferto moltissimo fin dai primi mesi di gravidanza, con nausee e continui sbalzi di umore e negli ultimi dieci giorni era stata malissimo. Se solo non avesse voluto imitare le eroine dei libri e partecipare per forza alla Festa dell’Essere Supremo. Ma non era certo il momento di confermare le paure del già troppo ansioso padre.

“Maurice” ordinò Charlotte” vai a chiedere notizie di sopra.”

“Cara Charlotte, é tutto così strano… i miei colleghi mi biasimeranno per non essere andato a lavoro oggi, ma non potevo stare lontano dalla mia Babet. E adesso mi trovo comunque fuori di casa.”

“La nascita di un bambino é un affare di donne.” Rispose lei. “Ma Babet sa che sei qui sotto ad aspettare con lei e te ne sarà grata. É un peccato che in questi tempi convulsi non ci possano essere i tuoi amici a darti conforto, ma appena nascerà il bambino manderò subito un biglietto a Maxime, sono sicura che, anche se é indaffarato, siete tutti e tre nei suoi pensieri.”

“Grazie, Charlotte. Sei sempre stata gentile con noi.”

“Venite su, venite su!” Momo si precipitò verso di loro correndo. A Charlotte parve quasi che Philippe stesse per svenire tanto tremava ed era diventato bianco.

“Corri da loro.” Gli disse, lasciandogli il braccio. Mentre saliva le scale, prendendosi il suo tempo, Charlotte si preparò ad essere forte e ad affrontare ancora una volta gli oltraggi di Marie Duplay. Era sicura che la vecchia arpia non l’avrebbe lasciata in pace neppure quel giorno.

“Charlotte!” Henriette la accolse sulla porta di casa con un sorriso. “Vieni, é un maschio. Ed é bellissimo.” La donna non poté fare a meno di notare quanto la ragazza fosse bella, i lunghi capelli ramati che sfuggivano fuori dalla cuffia. Non aveva avuto occasione di frequentarla molto, ma le era sembrata sempre una brava ragazza…e d’altronde non c’era da aspettarsi niente di meno essendo la sorella preferita di Philippe. Charlotte seguì la ragazza nella camera dove Babet si sosteneva sui cuscini, pallida in volto, i capelli unti di sudore, con Philippe che le sedeva accanto e accarezzava il loro bambino. Charlotte salutò genericamente, cercando di non posare lo sguardo né su Marie né su Éléonore. Babet le fece un sorriso stanco, ma brillante.

“É un maschietto, Charlotte.”

“Sono felicissima per voi due. Ed il bambino é bellissimo.” Charlotte si portò il fazzoletto agli occhi: sì, era felice.

***

“Mi dispiace, Charlotte, ma temo di non avere molto tempo da dedicarti questa mattina. Devo finire di gestire la corrispondenza e prepararmi per la seduta di oggi.” Le annunciò suo fratello, aprendole la porta. Lei non poté fare a meno di notare quanto il suo Maxime fosse un fascio di nervi: le mani gli tremavano incontrollatamente.

“Non ti disturberò a lungo, mon frére, so bene che sei molto occupato. Non vieni a trovarmi da mesi ormai. Quasi devo prendere appuntamento per venire a trovarti.” Charlotte si accomodò su una delle due sedie di paglia. Aveva insistito per vedere suo fratello quella mattina, anche se sapeva che non era l’orario più consono alle visite di cortesia, ma d’altronde era l’unico momento del giorno nel quale fosse sicura di trovarlo. Per fortuna non aveva dovuto lottare con Marie Duplay per salire stavolta, visto che l’arpia era uscita per delle commissioni e l’arcigna figlia era a lezione di pittura -si vantava di essere una pittrice, la piccola folle. Henriette, che le aveva aperto la porta, l’aveva fatta entrare con la consueta gentilezza. Charlotte si era stupita di averla trovata lì a quell’ora, ma lei, senza aspettare domanda, le aveva spiegato che aveva seguito Babet a casa della madre per qualche giorno, visto che Philippe sarebbe rimasto alla scuola dei cadetti per l’intera settimana.

Tutte le volte che entrava in camera di suo fratello, Charlotte era assalita dal disgusto. La camera era piccola, più piccola di quella che Maxime aveva da ragazzo a casa dei nonni e questo non era l’aspetto peggiore. L’arredamento la faceva inorridire, era decisamente poco consono ad un membro del governo. I mobili erano pochi, di legno chiaro, senza decorazioni, più adatti alla casa di un operaio. C’erano pochi soprammobili, qualche centrino che lei stessa aveva confezionato e un rozzo vaso con dei fiori freschi. Era quasi peggio della camera che lei aveva diviso con sua sorella in collegio! La carta da parati era di un discutibile verde chiaro e la libreria -chiamarla libreria era troppo!- erano assi di legno levigato inchiodate al muro. E le tende blu, così dozzinali! Se solo suo fratello avesse voluto, gliene avrebbe cucite lei stessa delle altre, con una stoffa più adatta e un taglio migliore.

Per non parlare poi della sicurezza di quella casa! Il pensiero che un mese prima quella traditrice di Cécile Renault era quasi riuscita ad ammazzarlo la fece rabbrividire.

“Sei molto pallido.” Gli disse, cercando di attirare la sua attenzione. Lo era davvero: da molto tempo non vedeva suo fratello senza cipria né trucco e la differenza con il ritratto che aveva in mente l’aveva molto colpita. Il suo volto aveva perso quell’accenno di rotondità che aveva sempre avuto, la pelle era così spenta che persino le lentiggini che gli avevano sempre costellato il viso parevano diventate opache. Profondi lividi neri gli segnavano la zona sotto gli occhi, acuiti dall’ombra degli occhiali. Dal modo in cui stava piegato sui fogli, non aveva avuto dubbi sul fatto che la vista gli fosse peggiorata.

“Non ho di sicuro tempo per prendermi cura di me stesso, Charlotte.” Gli rispose lui distrattamente.

“Non l’hai mai fatto.” Lo rimbrottò lei. Ed era vero: suo fratello era persino capace di scordarsi del pranzo e della cena. Quante volte lo aveva dovuto chiamare dal suo studio per farlo scendere a cena, quando abitavano insieme ad Arras.

“É quello che dice sempre anche Cornélie.” Rispose senza staccare gli occhi dal foglio.

“Direi che ti conosco da più tempo di lei, Maxime.” Perché doveva sempre tirar fuori il nome di quell’impertinente. “E per questo ti dico che stai diventando sempre più magro e…”

“Basta, Charlotte. Se questo é tutto, adesso puoi anche andartene.” Charlotte rimase in silenzio, lasciando che suo fratello si rimettesse a scrivere. Maxime aveva sempre avuto la capacità di riuscire ad ignorare ciò che lo circondava. A dimenticarsi degli altri. Eppure era un peccato che si stesse rovinando la vita a quel modo: di sicuro gli altri membri del Comitato non mettevano altrettanto impegno. Ed era vero che lui era il membro più importante, ma non riusciva a credere che questo gli impedisse di prendersi qualche giorno di riposo. Tanto più che la sua salute era sempre stata fragile. Fin da giovane Maxime aveva sofferto per il suo stomaco ed i suoi polmoni, proprio come la loro sorellina Henriette.

“Hai parlato con Bonbon di recente?” gli chiese.

“Se intendi che ho parlato con nostro fratello, ovvio che sì. Ci vediamo ogni giorno alla Convenzione; se vuoi chiedermi che gli abbia parlato della vostra lite, no. Siete adulti e potete risolvere le cose da soli, io proprio non ho tempo.”

“Ma come faccio a risolvere le cose se mio fratello si rifiuta di parlarmi! E tutto per quella.. Oca.. Con la quale tuo fratello intrattiene relazioni disdicevoli!” Come poteva Maximilien perdonare al loro Bonbon un affronto simile? Aveva relazione con una donna sposata! Come poteva non dire nulla? E per giunta Bonbon preferiva dare credito a quella peste di donna piuttosto che alla propria sorella! ”Maxime, sei proprio cambiato! Anche a te non importa più niente di me!” si lasciò andare, il volto coperto di lacrime. Perché entrambi i suoi fratelli la stavano abbandonando.

“Charlotte, ti prego.” Maximilien lasciò andare la propria penna che finì a macchiare i fogli e si alzò per farsi più vicino alla sorella, posandole una mano sulla spalla.

“Mi vorreste morta!” esclamò ancora lei, abbracciandolo stretto.

“Non dire stupidaggini, Charlotte.” La voce di lui era più calma, adesso, più disponibile.

“Gli parlerai?” chiese lei, sempre stringendolo a sé, il viso nascosto nel corsetto di lui.

“Appena avrò un momento libero. Ma non ti assicuro nessun risultato, Charlotte.” Lei gli prese le mani, come era solita fare quando voleva fare pace con lui.

“Sapevo che non potevi essere cambiato così tanto, mon cher frére.” Charlotte non fece caso al sospiro di lui, troppo intenta ad asciugarsi le lacrime. “Ti dispiace se uso il tuo specchio? Non voglio farmi vedere da… non voglio farmi vedere in queste condizioni e basta.” Disse alzandosi e rassettando la propria gonna. Non era stupita per niente che suo fratello non le avesse risposto e si fosse già rimesso a lavoro.

***

“Charlotte, ti fermi a colazione da noi?” si sentì chiedere mentre scendeva la scala. Charlotte fu sorpresa di trovare Babet già in piedi. Aveva il viso di nuovo florido e colorato come quello di una pesca: si era decisamente ripresa dal travaglio. Serrava stretto in braccio il piccolino, al quale era stato dato il nome del padre (e del nonno e del bisnonno): Philippe.

“Non vorrei essere di disturbo quando torneranno tua madre e tua sorella.”

“Maman non tornerà prima di mezzodì. Accomodati.” La invitò.

“Ma com’é grande il frugoletto!” la complimentò, senza avvicinarsi troppo al neonato.

“Vero? É ha anche tanto un buon carattere.” Sorrise la giovane.

“Come il suo babbo e la sua mamma.” Osservò Charlotte, prendendo posto attorno al tavolo.

“Ed é anche vorace come i suoi genitori!” scherzò Babet, serrandoselo al petto, quasi sentendosi in colpa di aver parlato male del proprio bambino.

“Quindi hai deciso di allattarlo tu alla fine?” Quella moda non sarebbe mai riuscita a capirla. Come poteva una donna di buona famiglia e perlopiú giovane e bella desiderare di farsi rovinare il seno?

“É ciò che ogni vera madre repubblicana dovrebbe fare.”

“Ti fermi con noi per colazione?”Henriette sbucò fuori dalla cucina, portando il vassoio del caffé. ”Mi fa piacere.” Sorrise ancora la giovane, posando tutto sulla tavolo e mettendosi a sedere a sua volta.

“Ultimamente non riceviamo più molte visite qui a casa di maman.” Spiegò Elisabeth con rammarico. “Non é più come un anno fa.”

“E con mio fratello quasi sempre fuori casa -al comitato o alla scuola militare- non possiamo permetterci di invitare qualcuno a casa noi due da sole. Sarebbe poco consono.” Spiegò Henriette.

“Deve essere dura per due giovani ragazze essere sempre così sole, anche se ovviamente, tu, Babet, sarai molto impegnata con il bambino.”

“Ognuno deve fare sacrifici quando le condizioni della patria sono così disastrose.” Commentò distrattamente la giovane Le Bas, versando il caffé nelle tazze. “Ma sono sicura che le cose andranno meglio presto.”

“Se dovessi giudicare dalle condizioni di mio fratello, direi che queste speranze sono veramente lontane. Sembrava che aspettasse l’annuncio di un disastro oggi.”

“Con tutto il rispetto, Charlotte, ma credo che il cittadino Robespierre non sia un ottimo termometro della situazione: cinque anni di Rivoluzione peserebbero sulle spalle di chiunque.”

“Anche Philippe é sempre molto stanco, a volte quando torna a casa a stento mi parla.” Si inserì Babet.

“Spero che non abbia imparato da mio fratello a non riposarsi mai. Philippe ha dei doveri nei confronti tuoi e del bambino. E naturalmente di Henriette. Invece mio fratello lo so com’é, sempre concentrato sul suo dovere. Sarà la sua morte un giorno o l’altro. E poi mai che abbia un amico, qualcuno su cui contare. Ha sempre avuto il difetto di legarsi a persone… scarsamente affidabili. Io lo so perché: é troppo buono. Nessuna meraviglia che poi i suoi amici lo deludano costantemente.” Henriette abbassò gli occhi, concentrandosi sulla tazza. “E sapete bene a chi mi riferisca.”

“É anche vero che il carico di lavoro che tutti devono sopportare é spropositato. Specialmente dopo i nuovi arrangiamenti per la polizia e la riorganizzazione del tribunale rivoluzionario. Anche Maurice Duplay ormai non torna a casa che raramente…” spiegò Henriette.

“Non ti facevo così informata di politica.” Commentò Charlotte sorpresa: non le piacevano troppo le donne che si occupavano di affari non di loro competenza. Questo nuovo ordine delle cose a volte era veramente troppo nuovo. “Io la trovo troppo complicata. E se vuoi trovare marito, dai retta a me, non dare troppo a vedere certe passioni.”

“Non ho tutta questa fretta.” Rispose la giovane, senza malizia.

“E poi quando la situazione sarà più calma, sono sicura che Henriette avrà già un fidanzato.” Incalzò Babet. “In fondo non tocchi più il tabacco da mesi quindi non ci saranno scuse.” La giovane divenne completamente rossa in volto.

“Se accetti l’avviso di una sorella maggiore, Henriette, lascerei perdere.” Intervenne Charlotte, felice di poter finalmente parlare di argomenti più interessanti. “Te lo dico con tutto il cuore: il cittadino Saint-Just é l’ultima persona sulla terra che qualsiasi donna dovrebbe sposare. Davvero.”

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