Nocturnales 13/53

En arrière

“Le peuple françois reconnoit l’Être Supréme et l’immortalité de l’âme.”

Decret de la Convention National, 17 Floréal an II

Paris, 20 Prairial an II (8 giugno 1794).

Éléonore si guardò allo specchio mentre sua madre finiva di sistemarle i capelli. Solitamente la giovane provvedeva da sola alla propria toilette, ma per quell’occasione speciale sua madre si era offerta di arricciarle i capelli castani in modo che ricadessero morbidi sulle sue spalle.

Éléonore aveva messo il vestito buono delle grandi occasioni, quello confezionato appositamente per il matrimonio della sorella, perché non era il caso di fare un vestito nuovo visti i tempi che correvano, ma allo stesso tempo sua madre le aveva regalato un nuovo fichù, della stessa tonalità di celeste della nuova redingote di Maximilien.

“Va bene così, maman. Lasciami un attimo da sola.” Le chiese Éléonore. Ne approfittò per guardarsi ancora una volta: il viso un po’ irregolare, dai tratti più forti di quelli delle sorelle, gli occhi densi e scuri, il seno piccolo. Era consapevole che la bellezza non era il suo punto di forza, ma quel giorno voleva ugualmente risplendere perché quello era il suo dovere. Doveva mostrare a tutti come Éléonore Duplay fosse una perfetta patriota, degna della Repubblica, e allo stesso tempo come fosse una donna affascinante eppure istruita, adorna soprattutto della propria Virtù.

Maman, verrò a vedere la processione solo per un breve tratto, se poi mi dovessi stancare mi farò accompagnare a casa da Henriette.” Éléonore riconobbe la voce di Babet provenire dal salotto.

“Babet é testarda, lo sappiamo tutti.” Disse Philippe con aria rassegnata, passando un braccio sulle spalle della moglie. “É inutile cercare di farle cambiare idea.”

“Babet, non avrai per caso deciso di venire anche tu oggi?” chiese Éléonore entrando in salotto.

“Come sei bella, Cornélie!” esclamò Babet, svincolandosi dall’abbraccio di Philippe. “Ovvio che voglio venire anche io, non mi perderei mai la festa!” sorrise Babet.

“Ma mi raccomando, stai attenta.” Le raccomandò Marie, continuando a sistemare la tavola per la colazione. In quel momento Henriette entrò in casa, con due pani tra le mani.

“Sono riuscita a trovarne abbastanza oggi.” Sorrise.”Il quartiere é uno spettacolo, tutto già addobbato di fiori e festoni!” sorrise la giovane. Éléonore non poté fare a meno di provare un moto d’invidia: i capelli lunghi di Henriette ricadevano lungo le spalle e sul petto della giovane simili a raggi di sole. La Natura non era stata così benevola con lei.

“Bonjour.” Marguerite Couthon comparve sulla porta, anche lei vestita a festa.”Siamo pronti?”

“Stavamo giusto apparecchiando per una veloce colazione, Marguerite.” Rispose Marie. “Ci farebbe piacere se tu e Georges ci raggiungeste.”

“Volentieri. Babet, sei splendida.”

“Sono enorme!” si lamentò la giovane. Éléonore guardò la sorella con un certo disprezzo: da quando la gravidanza era diventata visibile, non faceva altro che lamentarsi. Alla fine nessuno l’aveva obbligata a…

“Bonjour à tous.” Éléonore si riprese subito dai suoi pensieri e mise su un composto sorriso.

“Bonjour, Maxime.” La precedette sua madre. “Stavamo giusto per servire il caffé.”

Éléonore si diresse al tavolo, controllando che tutto fosse in ordine e lasciando che Maxime si intrattenesse con Philippe e Babette. Quella mattina Maxime sembrava splendere di luce propria nella sua redingote celeste ed i pantaloni color nanchino. Maurice e Momo raggiunsero la famiglia e solo allora Marie portò la brocca del caffé. Éléonore si sedette e Maxime prese posto accanto a lei, come sempre.

“Bonjour, Cornélie. Sei meravigliosa stamani.” Le disse sorridendole, mentre sistemava delicatamente il tovagliolo sulle ginocchia. Éléonore si sentì arrossire. “Il colore del tuo scialle ti dona molto.”

“Maximilien, posso passarvi..passarti un po’ di pane?” Ci si doveva mettere Henriette ad interrompere quel momento, pensò Éléonore seccata. Era incredibile, ogni volta che la giovane LeBas si rivolgeva a Maxime scivolava inesorabilmente nel vous.

“No, grazie, Henriette.” Le sorrise lui.

“Dovresti mangiare qualcosa, Maxime.” Gli sussurrò Éléonore, mettendogli davanti metà del pezzo di pane che aveva preso. “Oggi la giornata sarà lunga e avrai bisogno di tutte le tue energie.”

Una mezz’ora dopo il gruppo cominciò ad avviarsi verso il raduno ai giardini delle Tuileries. Éléonore era grata che Maxime quel giorno fosse pieno di riguardi per lei, tanto dal permetterle di dargli il braccio. Adesso camminavano veloci, di qualche metro avanti al resto del gruppo. Lui l’aveva ringraziata per il mazzo di spighe e fiordalisi che lei gli aveva regalato.

“Qualcosa ti preoccupa, Maxime?” la giovane aspettò pazientemente che Maxime tornasse a prestarle attenzione. “Maxime?”

“É tardi.” Sussurrò lui.

“Ma no, siamo in perfetto orario. Ed in ogni caso sei tu il Presidente della Convenzione, la cerimonia non può iniziare senza di te.” Sorrise Éléonore. “Guarda com’é bella la nostra strada, tutta addobbata per celebrare l’Essere Supremo!” Avrebbe voluto chiedergli se fosse contento, ma sapeva che lui non le avrebbe risposto, quindi si limitò ad ascoltare il suo silenzio e a pensare che doveva mostrare la felicità che lui tratteneva.

“Bonjour, citoyen le president.” Éléonore si girò di scatto all’indietro. Ecco, fra tutte le persone che potevano interrompere nel momento meno adatto ce n’era una che avrebbe proprio preferito non vedere adesso. Lui ed il suo…

“Antoine.” Lo salutò Maximilien. “Sei in ritardo.”

“Belli i fiori. Opera tua, Éléonore?” le disse Antoine, le labbra atteggiate in un sorriso di scherno. Quel petit monstre era l’unico a chiamarla con il nome che lei tanto detestava. Come se non fosse bastata la sua sola presenza a darle sui nervi!

“Cornélie, ci lasceresti soli un attimo?” le chiese Maxime.

“Certo, come no.” Rispose, mimando un sorriso e tornando indietro di qualche passo.

“Tutto bene, Cornélie?” le chiese Babet, rimettendole a posto una ciocca.

“Tutto bene.” Rispose a denti stretti.

“Antoine ce l’ha fatta ad arrivare, meno male.” Commentò Henriette a voce alta.

“Se le petit monstre non perdesse così tanto tempo ad annodarsi dieci metri di stoffa attorno al collo… o forse gli servono per tenere la testa sulle spalle e non da altre parti.” Rispose pungente Éléonore.

“Cornélie!” ridacchiò Babet. “Almeno Philippe non é l’unico con il costume ufficiale. Mi ha raccontato che gli altri deputati non ne hanno voluto sapere di indossarlo.”

“Jacques-Louis andrà su tutte le furie.” Prevedette Éléonore, sapendo che al prossimo incontro si sarebbe dovuta sentire le lamentele del pittore. L’orgoglio ben nutrito dell’artista era molto suscettibile e sicuramente il fatto che i colleghi non avessero apprezzato il suo modello non gli avrebbe fatto piacere.

In quel decadì (? Controlla) di primavera Parigi si era svegliata prima dell’alba per prepararsi a celebrare la prima festa dell’Essere Supremo. Alla maggior parte degli abitanti della città non importava molto che nome la Convenzione avesse votato per la celebrazione, ma tutti sembravano eccitati all’idea di aver qualcosa da festeggiare. Ogni balcone era adornato di fiori o di bandiere tricolori e i giardini delle Tuileries erano già gremiti di folla.

“Ci vediamo più tardi.” Sorrise George, salutando la moglie e le altre donne e allontanandosi verso il gruppo dei deputati. “Andiamo, Philippe.”

“Mi raccomando state attente.”

“Non ti preoccupare, avremmo buona cura della piccolina.” Scherzò Marie.

“Smettetela di trattarmi tutti come una bambina!” protestò Babette. “E piuttosto incamminiamoci verso lo Champ de Mars o non vedremo niente.” Henriette la prese sotto braccio.

“Sono proprio curiosa di vedere la montagna posticcia di David.” Disse all’amica.

“Quelle due non sembrano due bambine, lo sono proprio.” Commentò Éléonore. Perché non potevano comportarsi con un po’ di serietà.

“Non essere così dura con tua sorella e tua cognata.” Le sussurrò sua madre. “A Maxime sono piaciuti i fiori?”

“Sì.” Certo, forse l’avrebbe pure ringraziata di più se qualcuno non avesse come al solito monopolizzato l’attenzione. Sospirò. A volte avrebbe preferito che Maxime non fosse sempre così assorbito dal lavoro tanto da preferire gli aggiornamenti di Antoine a lei, ma d’altronde quello era il suo dovere e lei non poteva certo biasimarlo. Magari quella sera avrebbe avuto tempo per lei, erano ormai diverse settimane che non si fermavano a chiacchierare insieme la sera: Maxime non aveva tempo libero.

“Avete tutte imparato l’inno sì?” chiese a voce alta, mentre raggiungevano la testa del gruppo delle donne.

“Sì, certamente.” Rispose Marguerite, sorridendole bonaria. Come se Éléonore non si fosse personalmente curata di ripeterlo all’infinito sulla spinetta di casa, cantandolo a voce piena.

Éléonore si sentiva gli occhi di tutti i presente addosso e si serrò nel fichu nuovo, come se la stessero spogliando. Sistemò la cuffia sui capelli, in modo che neppure una ciocca fosse fuoriposto.

“Bonjour, citoyenne Duplay.” Qualcuno si azzardava a salutarla con riverenza, donne che lei aveva visto una volta o due, forse al mercato o forse alla societè. Lei poteva non conoscerle, ma tutte sapevano chi fosse. Sapeva che non tutte quelle occhiate erano buone. Qualcuno la giudicava una giovane troppo banale, troppo vecchia, troppo blanda. Non si spiegavano perché Robespierre l’avesse scelta come fidanzata. C’é chi sosteneva che lui l’avesse deciso per dovere di amicizia verso i genitori della ragazza o solo perché lei fosse una vera patriota, silenziosa e rigida: una compagna senza pretese. Si chiacchierava che lui non provasse alcun interesse maschile per lei, ma che la trattasse con deferenza, come una sorella. Ma no, ma no, quelle erano le voci stupide messe in giro da Danton e la sua cricca: ma si sa che certe dicerie sono dure a morire. La invidiavano perché era stata scelta lei, invece di una di quelle ricche borghesi che scrivevano sdolcinate lettere d’amore profumate alla rosa all’uomo più importante della Montagna e gli mandavano in dono fazzoletti ricamati o denaro, come se il cittadino Robespierre mancasse di qualcosa.

Éléonore le sentiva tutte quelle voci e reagiva drizzando la testa, senza sorridere, procedendo senza fermarsi, ogni tanto alzando gli occhi a guardare il cielo azzurro.

***

“É stata proprio una bella festa, ma adesso sono distrutta. Mi fanno male le gambe!” protestò Babet, ricadendo pesantemente su una delle poltrone del salotto. Henriette le porse un bicchiere di vino annacquato.

“Cornélie, stasera vai ai Giacobini?” le chiese Henriette.

“Non credo. Penso che staremo a cena tutti insieme stasera.” Sorrise. Era soddisfatta, la giornata era andata bene. É vero c’era stato quel piccolo incidente con una delle creazioni di David: quando Maxime aveva dato fuoco alla statua dell’ateismo la statua della saggezza ne era venuta fuori un po’ annerita. Di sicuro qualcuno degli apprendisti di David aveva sbagliato nel montare il modello. Pazienza, un dettaglio di cui tener conto per l’anno successivo. La gente oggi pareva contenta, avevano bevuto le parole di Maxime come l’acqua fresca di una fonte, ed era stato proprio bello vedere la città in festa dopo tanto tempo.

“Salve, ragazze.” Momo rientrò in casa. “Cornélie, papà ha detto che andrà lui al club stasera.” In quel momento rientrarono George e Philippe, senza interrompere il loro dialogo.

“Marguerite, é meglio che torniamo a casa, sono esausto.” Disse George alla moglie.

“Come vuoi.” Gli rispose lei. Philippe accostò una sedia vicino alla poltrona di sua moglie.

“Come stai, amore mio?” le chiese baciandola sulla guancia e posando una mano sul pancione. Éléonore pensò che fossero stomachevoli, quasi indecenti. C’era proprio bisogno di dimostrare tanta tenerezza in pubblico? E com’é che nessun altro pareva aver voglia di protestare?

“Riposati. Lo sai che non dovresti dare giudizi affrettati quando sei troppo stanco.” Commentò Antoine, tenendo aperta la porta di casa per lasciar passare Maxime.

“Ed invece dobbiamo analizzare adesso. Dobbiamo capire perché é andata così ti dico!” gli rispose Maxime. Éléonore indovinò dall’acutezza della voce, senza alzare gli occhi per guardarlo, che Maxime era profondamente alterato. “Bonsoir à tous.” Salutò lui, tossendo, nel tentativo di far tornare la voce su un registro meno stridulo.

“Rimanete a cena con noi?”

“Abbiamo del lavoro da sbrigare adesso.” Rispose secco. Éléonore notò che il petit monstre nascondeva a stento un sorrisetto divertito. Quanto sapeva essere irritante! “Saliamo in camera mia.”

“Come preferisci. Ci vediamo più tardi, allora.”

“Fra poco non mi rivedrete più affatto.” Borbottò, già dirigendosi a passo svelto verso il corridoio. Antoine si girò verso gli altri, roteando gli occhi verso l’alto e facendo un gesto di chiara rassegnazione.

“Non c’é proprio niente da ridere!” disse Éléonore, stringendo le mani a pugno, rivolta alla sorella e alla cognata, che a quanto pare avevano trovato la scena particolarmente divertente.

L’umore di Éléonore si era inevitabilmente guastato. Perché Maxime era così arrabbiato? Aiutò sua madre a preparare la cena meccanicamente e non toccò quasi niente. Nessuno fece un tentativo di chiederle cosa avesse.

Dopo cena, Philippe sparì presto per andare al Comitato di Sicurezza Generale, Simon e Momo raggiunsero il padre ai Giacobini: le donne si ritrovarono sole. Nessuna aveva voglia di chiacchierare: Babet era sfinita per la giornata, Henriette scriveva qualcoa e Marie lavorarava a maglia.

“Vado a portare qualcosa da mangiare a Maxime.” Non le sfuggì lo sguardo che le lanciò Henriette: se lei voleva continuare a preoccuparsi per il petit monstre dopo che lui l’aveva lasciata con quel pretesto assurdo, che lo facesse; ma di certo non poteva aspettarsi che lo facesse lei.

Si incamminò su per la scala di legno, attenta come al solito a non fare il minimo rumore.

“Ti ho già detto come la penso, che questa festa sia stata un po’ troppo. Non puoi pretendere che ogni singolo deputato ti segua in ogni dannata cosa che fai, Maxime.” Éléonore si avvicinò cauta all’anticamera. Di solito il petit monstre abbassava la voce quando era in camera di Maxime: spesso era difficile intuire che ci fossero due persone nella stanza perché entrambi parlavano quasi a sussurri. Non stavolta però.

“E quindi? Secondo te dovevamo lasciare la patria allo sbando? Eppure mi sembrava che la pensassimo esattamente allo stesso modo! Insomma, non mi sembra che tu abbia avuto molto da ridire quando é stato decretato il culto dell’Essere Supremo!”

“A parte che, se ti fermassi un attimo a ragionare, sapresti da solo che io non c’ero, non potendo essere in due luoghi contemporaneamente.”

“Mi sembra che tu ci stia prendendo gusto a giocare al piccolo Leonida.” Éléonore si accostò alla porta. Forse non era esattamente la cosa migliore da fare, ma… che sarebbe successo se avessero continuato a litigare? Maxime era ancora debole e il dottore gli aveva raccomandato di non forzarsi più di tanto..

“Non mi interrompere!” ruggì l’altro. “Ti ho scritto più volte che concordo sia un bel principio, ma..”

“Un bel principio? Un bel principio? Non si tratta di un principio! Si tratta di dare un nome e prestare riconoscenza a qualcosa che é sempre esistito!”

“Maxime, non puoi pretendere che da un giorno all’altro ogni uomo creda esattamente alla stessa maniera alla quale credi tu! La stanchezza sta seriamente affliggendo le tue capacità intellet…”

“Dì la verità, avresti fatto come loro vero? Avresti riso come loro? E allora perché non l’hai fatto? Hai paura di me?”

“Non stai ragionando.”

“Sei tu che sei un voltagabbana! E pensavo di potermi fidare di te!” un colpo di tosse troncò la voce stridula e lasciò posto al silenzio. Ëléonore strinse la maniglia della porta, meditando se fosse il momento buono per entrare.

“Cornélie, smettila di origliare.” La voce autoritaria di Maxime la trafisse come una lama. La giovane aprì la porta, muta e tremante, concentrata nel cercare di non rovesciare il vassoio. “Ne ho abbastanza della tua assurda abitudine di stare ad origliare dietro la porta. Vattene.” Lei non l’aveva mai visto così paonazzo in viso, l’occhio sinistro completamente rosso, le mani tremanti di rabbia. Sembrava quasi un’altra persona.

“Io.. Io” Éléonore non sapeva che dire.

“Sparisci.” Quando Maxime le parlò fissandola sguardo nello sguardo, rimase pietrificata.

“Maxime, Élé…Cornélie é venuta a portarti da mangiare: é preoccupata per te.” Antoine le prese il vassoio dalle mani e lo appoggiò sulla scrivania. Il mondo doveva andare alla rovescia se Maxime le urlava contro e il mostriciattolo la difendeva.

“Vi siete messi d’accordo per farmi saltare i nervi voi due?” sbottò Maxime, ma la sua espressione tradiva il fatto che fosse un po’ più calmo di prima.

“Grazie.” Le disse Antoine, voltandosi nuovamente verso di lei. La ragazza fece un mezzo sorriso e uscì dalla stanza, questa volta senza fermarsi ad origliare.

***

Non riusciva a prendere sonno. Sorella e cognata, che erano rimaste a casa con loro, dormivano già da un pezzo. Babet russava. Decise di alzarsi e a tastoni recuperò candela, cerini, il suo quaderno e la matita. Disegnare la notte non avrebbe certo portato grandi risultati, ma almeno l’avrebbe rilassata un po’. Sempre meglio che ascoltare il sonno degli altri. Accese la candela in corridoio e si guidò con quella fino al salotto.

“Chi c’é?”chiese, percependo nel silenzio il respiro di qualcun altro. Con un movimento rapido poggiò la candela sul tavolo.

“Sono io, Éléonore.”

“Si può sapere perché diamine stavi dormendo in salotto, Antoine?”sibilò lei. “Non ce l’hai una stanza dove stare?” lo provocò lei, aspettandosi qualche risposta pungente. Lui si lasciò solo sfuggire un sospiro. Si mise a sedere accanto a lui.

“Non sono poi così tanto un petit monstre, no?” rise. La ragazza ringraziò che fosse buia, perché era sicura di essere arrossita. Sicuramente Henriette doveva avergli raccontato di quel soprannome.

“Ti sei comportato civilmente stasera.” Non ce la faceva proprio a non stuzzicarlo.

“Parto.”

“Di già?” chiese lei. Antoine era rientrato dal fronte meno di una settimana prima.

“Sono preoccupato per Maxime. Adesso si é addormentato, ma é molto stanco. Prenditi cura di lui.”

Note: grazie a chi mi ha seguito fin’ora.
Come avrete letto da questo punto in poi cominceranno una serie di capitoli in flashback per esplorare la vita delle nostre Nocturnales, la linea narrativa post-termidoro tornerà fra un po’.
Per lo svolgersi della festa dell’Essere Supremo mi sono basata sulle testimonianze dell’epoca e sull’iconografia rimasta (alcune disponibile su Wikipedia: http://fr.wikipedia.org/wiki/Culte_de_la_Raison_et_de_l’%C3%8Atre_supr%C3%AAme).

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