Nocturnales 12/53

Je Vous laisse ma mémoire, elle Vous sera chère et Vous la defèndrez. 

Maximilien Robespierre, Discours du 8 Thermidor.

Quatre saisons pour un amour

 

“Papa, vieniti a sedere.” Éléonore invitò suo padre a sedersi sulla poltrona. Pierre e Charles sostenevano l’uomo tremante. C’era voluto un po’ alla giovane per trovare il coraggio per guardarlo nel viso: suo padre era tristemente invecchiato. I capelli che fino ad un anno prima avevano conservato il loro colore castano erano completamente ingrigiti e diradati. Il volto aveva perso ogni rotondità e rughe visibili lo solcavano come una rete, ma ciò che faceva più paura erano le labbra, contrite in un’eterno ghigno. Come aveva potuto constatare quando lo aveva incontrato in cortile poco prima, la bocca di suo padre era rimasta per metà paralizzata e l’uomo faceva fatica a parlare.

Felicite uscì fuori dalla cucina con una ciotola fumante tra le mani.

“Citoyen Duplay, questo ti tirerà un po’ su.” La donna guardò Eléonore con uno sguardo a metà tra la commiserazione e l’ansia. L’uomo rimase immobile senza guardare né la figlia né Felicite. Eléonore fu distratta dai rumori nel cortile e riconobbe la voce acuta di sua sorella. Avrebbe voluto uscire fuori ed avvertirla che c’era poco da stare allegri, quando Babet entrò. Eléonore vide la sorella gettarsi tra le braccia del padre con un sorriso, accarezzandogli i capelli, continuando a parlagli dolcemente anche se lui ignorava tanto lei quanto il cibo.

“Su, su, Charles, perché non fai un po’ di conversazione? Noi siamo solo donne,  che argomenti vuoi che possiamo avere.” Disse Felicite, dando un’occhiataccia al marito, che adesso sedeva accanto al padrone di casa in un silenzio altrettanto inquietante. Éléonore si chiese quale conversazione avrebbero mai potuto iniziare: Charles era sempre stato un uomo semplice, buon lavoratore, ma di poche parole…dopo l’esperienza dell’ultima insurrezione fallimentare nel quale aveva rischiato la propria vita, sembrava che qualsiasi discorso non legato a bisogni primari fosse stato bandito dalla sua bocca.

“Voglio andare a letto.” Annunciò Maurice.

“Ti aiuto a salire le scale, papa.” Éléonore gli si precipitò accanto e lo aiutò ad alzarsi.

“No, non voglio dormire lassù.” Le due sorelle si guardarono negli occhi.

“Distenditi in camera nostra. Posso andare io a dormire di sopra.” Propose Éléonore, ingoiando le proprie emozioni. Quanto sembrava fragile suo padre adesso e questo sarebbe bastato a infliggerle un dolore tremendo: suo padre, il suo eroe, il suo protettore , ridotto ad un vecchio senza più energie. Lasciò che lui si appoggiasse a lei, gli accarezzò i capelli. Quando lo ebbe aiutato a mettersi a letto, lo baciò sulla fronte e se ne tornò rapidamente in salotto. Charles era uscito, rimaneva solo Felicite a cercare di consolare il pianto di Babet.

“Che é successo a papa?” chiese la sua sorellina, guardandola negli occhi.

“É invecchiato.” Rispose laconica, trattenendo nuovamente le proprie emozioni.

“Andiamo a vedere cosa fanno i bambini.” Propose Felicite a Babet. “Da quando il piccolino ha cominciato a gattonare ovunque, ci vuole proprio l’energia di Liberté per stargli dietro. Ma temo che Camille si senta un po’ escluso.” La donna prese Babet per un polso e la fece uscire. Éléonore si abbandonò sulla sedia, ancora calda del corpo del padre.

“Posso?” Marianne era entrata senza che lei se ne accorgesse. Le appoggiò delicatamente le mani sulle spalle.

“Sei in ritardo.” La voce di Éléonore era divenuta cupa.

“Aspettavo fuori.” Sussurrò l’altra.”Non mi sembrava giusto intromettermi nella riunione della tua famiglia. Ma non mi sono scordata di averti promesso qualcosa.”

“Mio padre non é voluto andare a dormire in camera sua, al piano di sopra.” La informò.

“Gli avrebbe ricordato troppo tua madre.” Rispose l’altra con un tono secco. “Tanto meglio, abbiamo del lavoro da fare noi.” Marianne ruppe il contatto con l’amica e incrociò le braccia guardandola fissa, come per istigarla a muoversi.

“Non sono sicura di volerlo fare oggi.”

“Abbiamo rimesso a nuovo tutta la casa, sistemato ogni cosa. Basta procrastinare, Cornélie. Non é da te comportarsi come una donnicciola qualsiasi: non ci sono fantasmi pronti a morderti le gambe lassù.” Éléonore trovò la forza di guardare l’amica negli occhi.

“Non dovrei farmi vincere dalle mie debolezze in questo modo. Andiamo.” Éléonore fece strada all’amica, salendo la stretta scala di legno ed entrando in quella che era stata l’anticamera dei suoi genitori. Con risoluzione posò la mano sulla maniglia  e spinse con tale determinazione che la porta si aprì completamente con uno scricchiolio di legno vecchio.

Dentro la stanzetta c’era odore di polvere e di chiuso. La luce del pomeriggio rendeva quel panorama desolante ancora più squallido: ovunque carte, libri spaginati abbandonati sul pavimento, pezzi di cornice, vestiti. Nulla era stato risparmiato: persino la carta da parati in alcuni punti era stata strappata. Éléonore sentì che sarebbe scoppiata a piangere da un momento all’altro perché quel dolore in mezzo al petto si faceva sempre più forte e le impediva il respiro. Era come se il tempo fosse tornato indietro di un anno o forse di due. Poteva sentire ancora il rumore della penna sulla carta e da lontano l’eco delle voci e delle risate al piano di sotto, sua sorella suonare il piano, assaporava il profumo della cena che saliva dalla cucina e l’odore dei trucioli  dal cortile. Tutta la felicità passata sembrava di nuovo assalirla di ricordi insistenti, riportarla indietro in un momento nel quale, se avesse potuto scegliere, avrebbe voluto rimanere per sempre.

“Coraggio, Cornélie.”Le sussurrò Marianne, troppo vicina al suo orecchio. Si sentì spingere dolcemente oltre la soglia della stanza, la sua gonna sollevò la polvere. Ancora dopo quasi un anno il legno dei mobili rimaneva impregnato di lavanda, alcuni chicchi ingialliti erano sparsi sul pavimento, poco distante il sacchetto che li conteneva era stato  sventrato, probabilmente da un coltello. Senza chiedere il permesso, Marianne si chinò a raccogliere una copia sgualcita, del Contrat Social che dolorosamente era riverso sul pavimento, le pagine a spazzare il parquet. Lo accarezzo, soffiando via la polvere.

“Questi oggetti hanno bisogno di cura. Maxime non avrebbe voluto che tu li lasciassi alla polvere e ai tarli.”

“Com’é strano sentirti pronunciare il suo nome.” Le rispose Éléonore, ancora imbambolata, appoggiandosi al tavolo. Senza pensare si mise a raccogliere i fogli sparsi per il tavolo, li impilò meticolosamente e batté un lato della risma affinché fossero in perfetto ordine. Qui gesti le erano così naturali, li aveva fatti per sequenze intere di giorni che le erano sembrati infiniti.

Invece adesso quella vita non esisteva più, niente più serate in compagnia di amici, niente più Maxime con il quale poter parlare di tutto o rimanere seduta in silenzio, ascoltando il suono della scrittura. In quel momento fu come se per la prima volta si rendesse conto che lui non c’era più, che non sarebbe tornato più indietro e così tutto quello per il quale era vissuta fino ad allora. Non sarebbe più andata al mercato con sua madre la mattina, non avrebbe riso con sua sorella, scherzando su quando le avrebbe regalato una nipotina alla quale insegnare a dipingere. Non aveva neppure più pennelli e colori.

Adesso, si rese conto, era davvero sola.

Si voltò a cercare il sostegno dell’amica, sperando che per una volta le avrebbe perdonato la propria debolezza.

Marianne, con un gesto brusco la prese per un polso e la spinse contro il muro, le si avvicinò e posò le labbra sulle sue. Éléonore ricambiò quel bacio, sorpresa di se stessa, sorpresa da quanto le sembrasse naturale. Persino giusto. L’altra non le lasciò molto tempo per pensare, le cinse la vita con un braccio, la accompagnò sul letto polveroso e rimasto per mesi sfatto.

Éléonore non riusciva a pensare ad altro che alle mani dell’amica, sorprendentemente calde e rassicuranti, alle dita che le slacciavano la gonna, le sfioravano i capezzoli. Perché non urlava? Perché non provava paura? Eppure era così che si era sentita ogni volta che l’idea del sesso le aveva sfiorato la mente.

Marianne le guidò delicatamente le mani timide sul corpetto slacciato. Eléonore accarezzò delicatamente il seno piccolo che l’amica le aveva offerto, con imbarazzo, ma senza repulsione. Com’era calda la sua pelle e bianca come farina di grano. Ebbe un moto di pudore quando le labbra dell’amica le sfiorarono l’intimità, avrebbe voluto nascondersi. Chiuse gli occhi, incapace di comandare le proprie gambe: era come se il suo corpo l’avesse tradita, la obbligasse a spegnere i pensieri, a lasciarsi andare. Strinse forte la mano di Marianne, per non affogare in quelle sensazioni nuove e intense.

L’amica le fu poi di nuovo a fianco, abbracciandola e cercando le sue labbra ancora una volta. Mentre ricambiava quel bacio, Eléonore cominciò a piangere. Lontanissima le giunse l’eco delle parole di Marianne:

“Lasciati andare, mon amour, con me non sei più sola.”

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