Le Bal des Victimes

Le Bal des Victimes

 

Dormir, enfin.

Cimitère des Errancis

 

Il marchese e la marchesa di Chantilly si erano vestiti secondo le tendenze dell’ultim’ora. Lui indossava dei pantaloni di seta bianchi, sbrindellati ad arte in fondo ed una camicia bianca e semplice- proprio come dovevano essere quelle del popolo- a cui era stato appositamente rimosso il colletto con un maldestro colpo di forbice. Aveva ordinato ad una delle sue serve di pungersi il dito con l’ago di modo che le macchie di sangue sul collo di lui sembrassero realistiche abbastanza. La marchesa, invece, aveva optato per un corto abito rosso cremisi -ci aveva messo un pomeriggio intero a trovare la stoffa della giusta tonalità, che assomigliasse il più possibile al sangue che scorre nella profondità delle viscere, ma non ne avesse il ripugnante odore. Voleva sembrare una donna smembrata dalla folla, non é forse così che i crudeli giacobini- solo a pronunciare il nome le veniva la nausea- torturavano le donne?

Il duca e la duchessa di Montreuil, invece, avevano osato ancora di più. L’uomo si portava appresso un recipiente di vetro dal quale traspariva un denso liquido rosso ed alcuni fili di paglia. Quando interrogato, il duca, il cui volto era bianchissimo per la spropositata quantità di cipria, rispondeva che era il sangue versato sulla ghigliottina, che una volta morto si era curato di raccogliere dal patibolo. Sua moglie, per non essere da meno, era appena coperta di una fine camicia bianca e portava un nastro rosso al collo legato così stretto che pareva soffocarla: non c’era bisogno di chiedere spiegazioni per quel simbolo.

Il conte de Bantreau e il suo compagno di scorribande, il marchese de Seurat, di sangue scorrere ne avevano visto parecchio, sia vero che finto. Vero, perché uno dei loro passatempi preferiti, da reputati incroyables quali erano, era andare in giro per i faubourgs parigini con i loro eleganti bastoni dalla punta di ferro per stuzzicare -cioé bastonare, infilzare, cavare gli occhi- a quei terribili sanculotti, che a loro personalmente non avevano fatto niente, ma di sicuro qualche testa su una picca l’avevano infilata e in ogni caso puzzavano talmente tanto ed erano così un insulto alla decenza e al pudore che una sonora bastonata era il minimo che due giovani di tanto vigore potessero fare.

Di sangue finto ne avevano visto perché due giovani come loro non si erano persi un solo ballo delle vittime quell’anno. Come non andare a quelle gioiose feste in maschera, dove ballare per una notte intera vicino ai luoghi delle fosse comuni del Terrore, brindando alla vita che trionfava sulla ghigliottina? E poi, diciamo la verità, vedere tante belle donne col collo bianco così scoperto o i seni prosperosi che spuntavano dagli abiti scollati (si sa che ogni forma di colletto é un intralcio per la macchina infernale) non era uno spettacolo che due giovani si sarebbero fatti scappare. Così una sera ti trovavi a ballare con una Charlotte Corday, che sotto al largo capello di paglia nascondeva una fine acconciatura all’ultima moda, con nastri di seta rossa che fermavano i riccioli biondi ben ritti sulla testa, oppure usufruire delle grazie di una parricida vestita con una succinta camicia rossa che dimostrava di essere meno inesperta di quanto volesse far credere. I due non avevano disertato un ballo né all’Hotel de Ville, né all’Hotel Thuriot, ma quello era di gran lunga il migliore e se ne era parlato per mesi. Nessuno di loro due conosceva di persona l’organizzatore di tanta meraviglia, ma non era la prima volta che ricevevano un invito solo grazie alla loro fama.

Il luogo per quella festa era perfetto: un padiglione in legno costruito apposta per l’occasione sopra la colata di calce viva che aveva fermato per sempre il Cimitière des Errancis. Che soddisfazione ballare direttamente sopra la carne  putrida e le ossa consumate dei Mostri di Francia! E poi l’arredamento era a dir poco magnifico. Quando erano arrivati, al tramonto, un pallido sole aveva permesso loro di apprezzare le tende nere di velluto, raccolte ai lati delle finestre con nastri bianchi a greche nere, che assomigliavano alle decorazioni di un sepolcro, candele giallastre aspettavano di essere accese su candelabri bianchissimi a forma di ossa. Il vino era servito in calici di peltro con simboli di morte a rilievo oppure in tazze d’avorio che imitavano calotte di teschi. Il Prince de Reitruem, il magnanimo ospite, non aveva proprio badato a spese; doveva essere proprio un uomo di buongusto e chissà quale altra sorpresa avrebbe riservato per quella magnifica serata. Adesso che il sole era calato, tutto l’ambiente era illuminato oltre che dalle fioche candele, da pochi lumi in vetro rosso, che proiettavano ombre sinistre sulle pareti. La musica sembrava provenire dal nulla, sicuramente dietro una delle pesanti tende rosso scuro inchiodate al muro doveva nascondersi una stanza dove i musicisti eran nascosti. In breve ogni cosa contribuiva a dare a quella gaia occasione quel brivido d’orrore che la rendeva più interessante. Sembrava che il principe fosse riuscito a controllare anche gli elementi naturali: fuori si era scatenata una pioggia incessante che accompagnava la musica e le danze con il suo violento ticchettio.

“Conoscete, Messieur, il Prince de Reitreum?” era la domanda che continuava a serpeggiare con sempre maggiore inquietudine per la sala.

“Si vocifera che sia il figlio del Duca d’Orléans.” Rispondeva una nobildonna il cui petto era coperto di finto sangue rosso.

“Ma no, sarà sicuramente il Dauphin, pardon, Louis XVII.” Rispondeva un uomo attempato, che, approfittando della canizie, aveva decorato il proprio cranio di rivoli rossi. Un rumore sinistro fermò la musica e fra la folla, senza che nessuno potesse dire da quale porta fossero entrati, due ragazzini vestiti da romani, con un tamburo rosso ciascuno, portato appeso sul davanti in bella mostra. Le loro facce erano coperte da due pesanti maschere di cera che sembravano proprio maschere mortuarie. Dietro di loro venivano due uomini nerboruti, vestiti di abiti poveri e neri, i volti che mostravano ghigni feroci, il capo coperto da -orrore!- due lisi berretti frigi. Trascinavano qualcosa coperto da un drappo di un rosso così intenso che pareva odorare di sangue. Si fermarono al centro della sala. Il silenzio era sceso sul pubblico. I due giovani batterono all’unisono dodici colpi esatti. Il velo cadde per terra e l’ospite più inquietante del ballo fece la sua apparizione: una ghigliottina, la cui lama arrugginita, testimoniava che non si trattasse di una mera riproduzione.

“Benvenuti e grazie per aver partecipato a questo ballo, carissimi ospiti.” Annunciò una figura rivelandosi da dietro il profilo dello strumento. Nessuno ebbe dubbi sul fatto che quello doveva essere sicuramente il Principe de Reitreum. Che audace costume vestiva! Indossava stivali di cuoio nero e pantaloni alla vecchia maniera, stretti ai polpacci, anch’essi neri. Rosso sangue la camicia, con macchie più scure, di pelle nera il gilet e nera la redingote. Solo la cravatta, alta sotto il collo doveva un tempo essere stata candida, ma adesso macchie color carminio e sfumature giallastre la rendevano mostruosa. Il viso era irriconoscibile: un’orrenda maschera di cicatrici, sangue, ferite e deturpazioni così ben simulate ne deturpavano i tratti somatici fin quasi a renderla disumana. Solo gli occhi grigi, grandi e luminosi rivelavano dietro a tanto artificio una vera persona.

“Messieurs e Mesdames, vorrei adesso che faceste la conoscenza della nostra ospite d’onore, la cittadina Guillotine. Non siate timidi e per dimostrarvi che non avete nulla da temere da lei, sarò il primo ad aprire le danze.” La folla aveva ascoltato curiosa quel discorso, mai in nessun ballo si era osato così tanto! Ma prima che gli ospiti cominciassero a chiedersi come si poteva ballare con lo strumento infernale, i tamburi cominciarono a rullare incessantemente ed invece che due, sembravano cento, sembrava che un plotone intero battesse quella pelle con insistenza. Il Principe si fece legare le mani dietro la schiena da uno dei due nerboruti personaggi e fu spinto senza grazia sulla bascula della macchina, mentre l’altro losco personaggio sistemava un cestino di paglia ai piedi della macchina e prendeva in mano la corda che manovrava la lama. La musica si fece ancora più forte, ma non riuscì a coprire lo stridulo rumore della lama che si abbatté sul collo del Principe, tranciandolo di netto. Il sangue colò a terra, macchiando i vestiti di coloro che stavano tra le prime file. Tra gli ospiti si diffuse l’orrore ed il panico, cos’era mai quel gioco? Erano finiti forse nelle mani di un vecchio pazzo?

“Calmatevi, signori, calmatevi.” Parlò nuovamente il Principe, rialzandosi tutto intero. “Non vedete che é solo un trucco teatrale?” All’orrore e allo stupore nel vedere l’uomo con la testa ancora solidamente attaccata alle sue spalle la folla cominciò a ridere estasiata, esaltando l’ingegnosità del principe. “Che si riaprano nuovamente le danze! Io stesso sceglierò la prima donna a rendere omaggio alla Ghigliottina.” Il principe scese dalla piattaforma e si mischiò alla folla: ogni donna cercava disperatamente di attrarre l’attenzione del mecenate della serata. Il principe non negò attenzioni a nessuna, ma alla fine la sua scelta ricadde sulla giovane duchessa di Clermont. Lei fu sorpresa da quanto le mani di lui fossero magre e fredde e di come il suo profumo fosse penetrante e quasi sgradevole, doveva essere sicuramente una fragranza creata apposta per quel genere di occasione. La donna si sentiva stordita, quasi ubriacata, dai movimenti vorticosi in cui quell’uomo la stava trascinando, guardandola con quegli occhi così belli e crudeli da sembrare irreali.

“Venite, mia cara, venite.” Le sussurrò, accompagnandola verso la ghigliottina. La donna si sentì invasa da una certa piacevole inquietudine, che aumentò quando il principe la consegnò tra le braccia dei due assistenti e andò a prendere la corda mortale. La musica si fermò nuovamente.

“Assisteremo ora alla nostra prima esecuzione, miei nobili ospiti.” Proclamò il principe con voce solenne, mentre i tamburi ricominciavano a rullare con intensità, richiamando l’attenzione dei presenti. La folla applaudì e qualche burlone cominciò a gridare a gran voce:

“A morte! A morte!” la donna gridò con tutte le sue forze quando le corde le si strinsero attorno ai polsi e le fecero male per davvero. Fu allora che il panico s’impossessò di lei e cominciò a scalciare, urlare, chiedere aiuto e invocare pietà; ma gli altri ospiti ridevano delle strazianti grida di quella credulona. La sistemarono sulla panca e con un gesto teatrale il principe mostrò alla folla la testa della donna dalla finestra della macchina, prima di aprire le cinque dita lasciando che la lama scendesse con un fischio.

Il sangue si sparse sotto la macchina e sul pavimento e tutti cominciarono ad applaudire aspettando il momento in cui la donna si sarebbe rialzata. Il principe si chinò e con grazia tirò fuori dal cestino la testa mozzata della donna, con gli occhi ancora orribilmente spalancati e una smorfia mostruosa al posto della bocca. La folla rimase impietrita, incapace di muoversi mentre la risata grottesca del principe e dei suoi assistenti risuonava nella sala. Quando il panico cominciò a farsi strada tra i presenti ci furono scene raccapriccianti, qualcuno cercava di sfondare le porte, qualcun altro cercava affannosamente le finestre dietro alle pesanti tende, ma sembravano essere scomparse.

Il principe rise ancora, la sua risata sembrò un tuono che fece tremare l’intera sala. In quel momento fu come se tutti i costumi prendessero realtà. La duchessa di Chantilly si trovò dilaniata viva, gli intestini che sbucavano fuori dalla pancia aperta a metà, la testa del duca di Montreuil fu tranciata di netto dalle sue spalle e finì sul pavimento in un lago di sangue, il conte di Bantreau cadde a terra, come se un bastone invisibile gli avesse trafitto l’occhio sinistro e fosse penetrato fino al cervello.

Dovunque sangue, urla, rantoli e odore di morte.

 

***

Fu alle prime luci dell’alba che alcuni abitanti del quartiere furono svegliati dal fuoco che era divampato nell’ex cimitero vicino e furono dei lavoratori ad accorrere per primi a spegnere le fiamme. Chi osava ancora disturbare quei poveri morti? Sicuramente era stata l’iniziativa di qualche giovane elegante che non aveva rispetto per il sonno eterno né tantomeno per il riposo della povera gente. Come si dovevano essere adoperati poi, quei mascalzoni, per appiccare un incendio dopo che la sera prima era scoppiato quel violento temporale. La polizia, che arrivò con calma, quando era ormai già giorno e l’incendio era stato domato, chiuse la questione dicendo che un fulmine doveva essersi abbattuto su uno dei vecchi alberi vicino alla recinzione e doveva così aver sviluppato quel fuoco, che poi era stato alimentato dalla vecchia baracca del becchino.

Coloro che avevano domato l’incendio furono persuasi da quella spiegazione, ma nessuno riuscì a persuadere l’ispettore di registrare il ritrovamento proprio nel luogo dell’incendio, di una lama di ghigliottina ancora intatta.

Note: Questa storia é stata scritta per lo speciale di Halloween 2011 di Edizioni il Pavone.

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