Nocturnales 9/53

Insurrection

(Floréal/Prairial III)

Je recevais souvent des lettres de mon mari ; il s’inquiétait de ma santé et me recommandait d’instruire ma mère de tout ce que j’éprouvais ; ma bonne mère comprit bien que je devenais grosse, et me le dit avec joie, en m’engageant à en écrire promptement à Philippe :  “Qu’il va être heureux ! quel bonheur pour lui ! “

Elisabeth Duplay, Memoirs
“Domani non venite a lavorare.” Sussurrò Manon a Elisabeth e Felicite, mentre le due donne si affaticavano con gli ultimi panni. ”Barricatevi in casa se potete, non fate uscire i bambini per nessuna ragione.” Si raccomandò la capo-lavandaia con uno sguardo serio e un po’ truce.
“Che succederà domani?” chiese Felicite, sfidando la donna con lo sguardo.
“Ci riprendiamo la Convenzione.” Rispose criptica Manon. “Ci avevano promesso il pane e la libertà, dall’estate scorsa abbiamo avuto solo fame e botte. Il popolo non dimentica.” Manon posò una mano pesante sulla spalla sinistra di Elisabeth. ”Li vendicheremo tutti.” Elisabeth trattenne un sospiro: non riusciva ad essere contenta del prospetto di una nuova insurrezione, di nuovo sangue che si sarebbe sparso. Adesso, senza più una guida forte, che cosa speravano di fare le sezioni? E perché allora non si erano mosse la scorsa estate? Perché erano rimaste mute all’appello di suo marito e degli altri? Elisabeth sfogò la sua rabbia sul pezzo di stoffa che aveva davanti.
Quel giorno Babet e Felicite aspettarono che tutte le altre donne se ne andassero, cercando di prolungare al massimo il loro lavoro fin quando Manon si avvicinò di nuovo.
“Allora che succede?” chiese con ansia Babet.
“Le sezioni si stanno armando, Faubourg Antoine e Faubourg Marceau. Costringeremo la Convenzione a dare ascolto al popolo che l’ha eletta.” Rispose compita Manon. Babet la guardò spaventata.
“Cosa avete intenzione di fare?” chiese, asciugandosi le mani sul grembiule liso e appoggiandole poi sulle braccia di Manon.
“Si parla di…” Manon abbassò ulteriormente il tono della voce “assaltare la Convenzione.”
“Di nuovo?” intervenne Felicite. Quante volte era successo negli ultimi tre anni? Due, tre volte?
“I precedenti sono stati un successo, perché non dovrebbe esserlo anche stavolta?” Manon sorrise energicamente. “Adesso andate a casa e vedrete che in pochi giorni tornerà pane sulle nostre tavole.”  Quando Manon si fu allontanata, le due amiche si presero per mano.
“Ho paura di dove tutto questo andrà a finire.” Disse la giovane. ”Massacreranno altra gente e tutto sarà peggio di prima.” Felicite rimase in silenzio, non sapendo come rispondere a quella che le sembrava la prospettiva più verosimile.
Procedettero mute fino al cortile di casa. Lì, godendo della bella e calda giornata, Libertè stava giocando con Philippe. Elisabeth sorrise: il suo bambino stava crescendo ogni giorno che passava. Adesso, con l’aiuto della piccola, riusciva a compiere i primi passi sulle due gambe, mentre a gattoni riusciva ad arrivare praticamente ovunque.
“Andiamo da maman.” Sentì dire dalla bambina, mentre aiutava il piccolino a venire verso di lei.
“Dov’é Camille?” chiese Felicite, preoccupata di non vedere l’altro bambino a giocare.
“É di là con Éléonore. Si é messo di nuovo a piangere!” Babet si chinò per prendere il suo bambino e abbassandosi guardò la piccola negli occhi. “Avete litigato di nuovo?”
“Voleva andare fuori con il nonno, ma il nonno ha detto che Camille non poteva andare con lui. E lui si é messo a piangere. E a strillare. E ha fatto piangere Philippe. Per fortuna Éléonore l’ha preso con lei.” Elisabeth cercava di prestare ascolto alle parole di Libertè, ma Philippe cercava continuamente la sua attenzione tirandole le ciocche che sporgevano dalla cuffia e facendole capire con pochi suoni che reclamava `pappa’ e `nenne’.
“Dov’é andato tuo nonno?”chiese Felicite. “Sempre in giro, quel buono a nulla.”
“Buonasera, cittadine.” La voce profonda di Marianne le sorprese. Elisabeth si voltò verso di lei per salutarla, ma il suo aspetto le fece morire ogni parola in gola. Per quale diavolo di motivo la giovane donna si era vestita da uomo? Invece dell’usuale gonna indossava un paio di polpe lise, che le andavano grandi.
“Ma come ti sei conciata?” la rimbrottò Felicite, scuotendo la testa.
“Non posso mica sporcare i pochi vestiti decenti che ho stando nella polvere tutto il giorno!” ribatté lei. Elisabeth non poté fare a meno di ridere: non c’era verso di vincere una schermata verbale con Marianne.
“Che hai lì in quel fagotto?” le chiese ancora sospettosa la donna più anziana.
“Sono passata da mia zia a prendere qualche provvista. Si dice in giro che domani ci sarà un’insurrezione, meglio essere previdenti. Tua sorella é in casa, immagino.” Elisabeth annuì.
“Sempre ligia al dovere, la nostra Cornélie.” Rispose, mentre già a passo svelto si avviava verso il secondo cortile.
“Io a volte non vi capisco, voi giovani.” Bofonchiò Felicite, avviandosi verso casa sua. ”Andiamo Libertè e spero che tu abbia tenuto la casa in ordine.”
“Sì, nonna.” Rispose ubbidiente la bambina. Libertè si girò un’ultima volta verso Elisabeth e il bambino, alzandosi sulla punta dei piedi per dargli un bacino sulla guancia.
“Più tardi vengo a vedere se hai imparato bene le tue lettere.” Le promise Elisabeth. “Philippe, stai buono.” Sussurrò a suo figlio, baciandogli la testa mentre si incamminava verso casa.  La porta era stata lasciata aperta. In un angolo del salotto, Camille era intento a stendere qualche sostanza dall’odore acre su un piccolo tavolino rotondo.
“Babet!” esclamò il bambino notandola. ”Guarda che so fare!” le disse orgoglioso.
“Sei bravissimo.” Lo complimentò lei, anche se la vista di quel mobile le fermò il respiro a metà. Riconobbe il tavolinetto del parloir.
“Ben tornata, Babet.” Sua sorella comparve sulla porta. Aveva i capelli scarmigliati, la cuffia caduta sulle spalle, era coperta di polvere e gli occhi erano rossi. Ma soprattutto aveva di nuovo quella strana espressione in viso che rattristò grandemente Elisabeth.
“Abbiamo quasi finito.”Le comunicò quasi sforzandosi di sorridere. “Stasera devi venire a vedere!” la esortò, per poi richiudersi nuovamente la porta alle spalle.

***

“Dov’é mia sorella?” chiese Elisabeth a Marianne, alzando lo sguardo dal foglio che aveva davanti.Philippe dormiva pacifico sulla poltrona, avvolto nelle coperte e la giovane si era concessa un po’di tempo per scrivere. Non aveva rivisto sua sorella per tutto il pomeriggio: Éléonore non aveva interrotto il suo lavoro neppure per mangiare.
Marianne si accomodò su una sedia e accennò con la testa verso la porta chiusa del parloir.
“Voleva stare un po’ da sola.” Rispose con naturalezza la giovane.”Posso interromperti?”
“Stavo cercando di scrivere una lettera alla mia cara cognata.” Marianne diede uno sguardo sommario alla scrittura grande e non troppo precisa di Elisabeth. “Ormai non scrivo lettere più tanto spesso,” Disse, rabbuiandosi, ripensando a quante volte avesse scritto lettere d’amore al suo Philippe in missione. Si scrivevano quasi tutti i giorni.” e sono stanca: ho appena fatto una grande fatica a scrivere un biglietto di scuse a Charlotte.” Elisabeth colse la smorfia sul viso di Marianne al suono di quel nome.
“Vuoi dettarla a me?” propose con gentilezza l’altra, avvicinando a sé il calamaio ed il foglio.
“Non l’ho mai fatto, non so come si detti una lettera.”
“Dimmi le frasi come ti vengono in mente.” Babet ricominciò a pensare a voce alta come aveva fatto prima. Dopo un po`si fermò, guardando l’altra donna. “Sto andando troppo veloce?”
“Affatto.” Babette ammirò la scrittura regolare e nitida di Marianne, che riusciva a tenere dietro al corso dei suoi pensieri.
“Hai una calligrafia molto chiara e precisa, molto più della mia.”
“Ho fatto questo per gli ultimi quattro anni della mia vita.” Ridacchiò l’altra.”Mia zia é molto lenta nello scrivere e la sua scrittura é disordinata, le ho sempre copiato i registri, mi sono abituata a segnare tutto velocemente. E capita spesso che qualcuno degli ospiti abbia bisogno di una mano precisa e rapida.”
“Mio cugino Simon era solito fare la stessa cosa per Maximilien.” Ad Elisabeth sembrò quasi che Marianne annuisse.
“Sai, il tuo volto non mi é completamente nuovo.” Osservò Elisabeth.
“Probabilmente ci saremo incrociate nei corridoi della Convenzione. Oppure ai Giacobini, mio padre ne era parte.” Annuì Marianne, poi dette un altro sguardo alla lettera. “Io ed Henriette ci siamo incrociate più volte.” A quella frase i sensi di Elisabeth si allertarono nuovamente e le fecero fare un balzo sulla sedia.
“Pensavo che tua sorella ti avesse raccontato tutto di me.” Elisabeth notò che l’altra aveva uno strano modo di sorridere, quasi come se il sorriso rimanesse sempre incompleto, sempre un po’ ambiguo.
“Mia sorella non parla molto. Sembra che l’unica persona con cui abbia voglia di discorrere sia tu.” Sempre quell’espressione indecifrabile. Elisabeth decise di abbassare lo sguardo, forse erano solo la stanchezza e la luce fioca delle candele i responsabili di quel sorriso strano.
“Noi non parliamo mai più del necessario.” Rispose l’altra ed Elisabeth notò un movimento nervoso nel modo in cui l’altra accavallò le gambe. “Henriette veniva spesso da noi in rue Gaillon.” Elisabeth fu ancora sorpresa e quel tipo di stupore non le piaceva molto. Perché sua sorella le nascondeva dettagli così importanti?
“Non sapevo fossi la nipote della padrona dell’Hotel des États-Unis. Ma certo che ci siamo viste, partimmo da là per il nostro viaggio in Alsace!” esclamò Elisabeth. Quella sera sembrava che il destino avesse deciso che i ricordi dovevano tormentarla in tutti i modi.
“Sono contenta di sapere che Henriette sta bene, che abbia trovato qualcuno che la ama. Spero che sarà felice.” Elisabeth scattò nuovamente.
“Ti metto così a disagio, Elisabeth?” sentirsi rivolgere quella domanda la fece arrossire.
“Se hai un poco a cuore Henriette, spero che non farai parola con nessuno, tranne io e mia sorella, delle sue frequenti visite.” Aggiunse a bassa voce.
“Non é un mistero che Saint-Just e tua cognata fossero buoni amici. E intendo la parola `amicizia’ nel modo più solenne e casto. Ma certo, la gente potrebbe non capire e non so che uomo sia suo marito.” Rispose affabile Marianne, posando una mano freddissima sul polso tremante di Elisabeth.
“Henriette le teneva nascoste a tutti tranne che a me. Non lo aveva detto neppure a mio marito.” Disse perplessa Elisabeth, lasciando trasparire il sospetto che aveva sempre covato nella sua mente.
“Saint-Just le era affezionato come ad una sorella più piccola.” Marianne si schiarì la voce. “Non ho mai visto un legame meno compromettente del loro.”
“Sei tu il motivo per cui lui l’ha lasciata?” chiese ancora Elisabeth, con l’aria di chi ancora si chiede ragione di una piccola cicatrice. Marianne proruppe in una risata forte, quasi sgangherata, mostrando i denti.
“Ne hai di immaginazione.”

“Sono contenta che vi stiate divertendo così tanto.” Intervenne Éléonore, ricomparendo dal parloir. “A giudicare dal tuo rossore, Babet, sembrerebbe che Marianne ti avesse raccontato qualcosa di molto disdicevole.”
“No, no.” Si affettò a precisare la più giovane, arrossendo. Sua sorella le sorrise bonariamente.
“É bello vederti ancora arrossire, sorellina.” Si avvicinò a lei e le tese una mano.
“Vieni a vedere la stanza.” Elisabeth si alzò, anche se sarebbe volentieri rimasta seduta: le girava la testa e le gambe sembravano cedere da un momento all’altro. La sorella la introdusse nella stanza più piccola, illuminata da una lampada ad olio, appoggiata per terra. Eléonore alzò la lampada per mostrarle come la stanza era stata rimessa a nuovo.
“Appena la finitura sarà asciugata, qui nel mezzo rimetteremo il tavolo rotondo.” Le disse orgogliosa. Elisabeth ebbe un tuffo al cuore vedendo le due poltroncine nuovamente rivestite di stoffa verde. Tutto era in perfetto ordine, mancava solo l’aroma gradevole del tabacco di suo padre e l’odore della legna nel camino.
“Guarda.” La incitò ancora sua sorella, illuminando le pareti. Elisabeth credette che il suo cuore si sarebbe arrestato in quel momento. Alla parete erano appesi alcuni ritratti, non più diverse repliche di Maximilien, come la loro madre si era curata di fare in vita, ma di tutti i loro amici. Gli occhi di Babette si spostarono tra le due grandi immagini di Maximilien, una delle quali aveva subito danni che Éléonore aveva tentato di sanare, poi a destra, dove Antoine in alto guardava il nulla con un piccolo sorriso sognante sulle labbra; sotto Augustin le cui guance rubizze riflettevano la luce della lampada. Elisabeth sentì la gola stringersi quando incrociò sulla sinistra gli occhi di suo marito che dal disegno parevano sorriderle benevoli. Fu in quel momento che sentì ogni forza abbandonarla.
Si svegliò la mattina successiva quando ancora non era giorno, per il fracasso che, seppur molto più tenue di quanto dovesse essere in strada, arrivava fino alle sue orecchie. La sua prima preoccupazione fu trovare suo figlio che pensava fosse ancora sulla poltrona del salotto; invece le dormiva placido accanto, avviluppato nelle coperte.  A sentirla muoversi sul letto singolo, Philippe aveva aperto gli occhi e adesso si ciucciava avidamente il pugno.
“No, Philippe, buono.” Gli disse, baciandolo sulla testa dove già crescevano folti capelli rosso castano. Elisabeth si alzò dal letto, prese Philippe tra le braccia e si avviò nella semi-oscurità in salotto per cercare un lume. Che notte aveva passato! Philippe le era tornato in un sogno così intenso da sembrare vero e le aveva ricordato i loro giorni felici insieme, ma il suo volto non era bello come allora, era coperto di terra e sciupato, di un pallore mortuario. E ogni tanto quei ricordi felici erano interrotti dalle lacrime che gli solcavano il viso: si lamentava che là dov’era era un inferno perché era lontano da sua moglie e da suo figlio, incapace di proteggerli o di recare loro alcun conforto.
“Ti senti meglio stamattina?” le chiese sua sorella vedendola entrare in salotto.
“Non pensavo fossi già sveglia così presto.”
“Non mi alzo mai tardi.” Le rispose Éléonore, con volto grave.”Comunque stanotte non sono riuscita a dormire e nemmeno Marianne. Dopo che ti sei sentita male é venuta qui Felicite in lacrime, Charles manca da ieri.” Elisabeth si mise a sedere con un tonfo sordo.
“Come sarebbe a dire `manca da ieri’?” chiese la più giovane.
“Non é rientrato a casa questa notte, Felicite teme che si sia unito alla rivolta. Marianne é uscita per rintracciare lui e suo cugino.” Rispose gravemente Éléonore.”Non ci sono speranze che l’insurrezione di oggi riesca ad ottenere qualcosa, la Convenzione non cederà facilmente ed é molto meglio armata degli insorti. E la Comune stavolta rimarrà neutrale.” Elisabeth sentiva la preoccupazione e il terrore salirle nuovamente al petto.
“Marianne doveva proprio uscire?” si preoccupò.
“Tornerà.” Rispose Éléonore con granitica certezza.
Elisabeth perse la cognizione del tempo, forse si addormentò nuovamente non appena anche suo figlio chiuse nuovamente gli occhi. E di nuovo qualcosa interruppe il suo sonno, il chiacchiericcio sommesso tra sua sorella e Marianne.
“Allora? Ci sono notizie?” chiese ansiosa. Marianne scosse la testa, guardando in basso.
“Non sono riuscita a convincerli di tornare a casa. Nessuno dei due.” Annunciò con sguardo indecifrabile. “Mi hanno risposto che non perderanno, che la Convenzione dovrà cedere alle richieste del popolo. Sappiamo tutte e tre come andrà a finire in realtà.”
“Dobbiamo dirlo a Felicite.” Asserì Éléonore in modo solenne, senza guardare in viso né Marianne né Elisabeth. Senza fare nessun commento, Marianne si diresse di nuovo verso la porta e l’amica la seguì, lasciando la sorella nuovamente sola.
Elisabeth avrebbe voluto piangere, possibile che non ci potesse mai essere un momento di gioia?
“Ma-ma” Elisabeth prestò attenzione a suo figlio che pensava addormentato, accorgendosi che aveva afferrato la sua camicia con entrambe le mani. Ormai erano mesi che Philippe aveva cominciato a mettere insieme qualche sillaba. “Ma-man!”provò ancora ad articolare il bambino, guardandola negli occhi. ”Maman!” ripeté il bimbo con più confidenza, cercando di toccare il viso di Elisabeth. La donna strinse il suo Philippe al petto e gli regalò uno dei sempre più rari sorrisi.
Note:
Grazie mille a chi sta continuando a seguire la storia e a commentare!
L’insurrezione di Prairale fu l’ultimo tentativo di insurrezione popolare, la cui sconfitta decretò la fine dei movimenti popolari che avevano caratterizzato la Rivoluzione. Dopo questo avvenimento la Rivoluzione torna definitivamente in mano alla borghesia. Fu la sconfitta definitiva del Giacobinismo: gli ultimi deputati Giacobini rimasti alla Convenzione furono espulsi e arrestati (per ironia della sorte molti di loro erano stati gli stessi a determinare la caduta dei Robespierristi).
Il parloir é uno studio/salotto, generalmente di dimensioni ridotte, che veniva usato per ricevere visitatori e avere conversazioni in un ambiente più privato del salotto.
La ricostruzione di casa Duplay é basata su svariate fonti, anche se sulla pianta generale vi é disaccordo tra gli studiosi; mi sono attenuta perlopiù alla (confusa) descrizione di Elisabeth nelle sue mémoirs e alla descrizione di Michelet in Les femmes de la Révolution. Vari testimonianze, infine, rammentano come Robespierre fosse solito ricevere nel parloir di casa Duplay, che la proprietaria di casa aveva adornato con vari ritratti dell’Incorruttibile (questo elemento é stato ripreso in praticamente tutti i film sulla Rivoluzione).
La collezione di ritratti dei `morti di Termidoro’ accompagnò Elisabeth Duplay per tutta la vita.

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