Nocturnales 8/53

De l’amitié républicaine

“Quant à Éléonore et Maximilien, impossible de donner consistance à leurs relations. Étroites, quotidiennes, mais sans attractions probablement. […] Éléonore […] entourait Robespierre d’une sollicitude constante, sans doute. Lui posait-elle des questions, s’inquiétait-elle de son silence croissant parmi la famille, et lui répondait-il par des propos lénifiants ou par la lecture des scènes de vendanges de la Nouvelle Héloïse, suggérant quíl y aurait un temps pour les idylles collectives?” 

Jean-Philippe Domecq, Robespierre, derniers temps.
De l’amitié républicaine.
Quella mattina Éléonore si era alzata di buon’ora, come ogni giorno, con lo scopo di dedicare tutta la giornata a rimettere a posto la casa dei suoi genitori. Quella era l’attività che aveva occupato ogni suo minuto da quando si era rimessa dalla malattia. Guardò il risultato delle fatiche degli ultimi tempi, rimettere in condizione di utilizzo le stanze al piano inferiore della casa. La cucina era quasi dignitosa e metà del salotto era nuovamente utilizzabile; nell’altra metà erano stati accatastati i mobili che avrebbero necessitato di qualche riparazione.

“Ti vedo stanca, Cornélie.” Non una domanda, ma un’affermazione perentoria. Éléonore volse lo sguardo in direzione di colei che aveva parlato, la sua valida aiutante in quell’opera di rinascita: Marianne. Éléonore non le rispose, si limitò a sorriderle.

Marianne Saintoine era un regalo dell’Être Supréme, ne era certa. Le era stata presentata dalla sua ex guardia, Pierre Chausel, che nei giorni seguiti alla sua liberazione era venuto più volte ad accertarsi delle condizioni di salute della veuve Robespierre e si era offerto di darle una mano a rimettere a posto la casa. In una delle sue visite, che, come aveva subito capito Éléonore non avevano più molto la scusa della sua salute, Pierre si era portato dietro sua cugina Marianne che, nelle parole entusiaste del ragazzo era `una fervida giacobina, desiderosa di conoscere Cornélie’. Marianne non amava parlare molto di sé e della sua famiglia, ma Pierre le aveva raccontato sufficienti informazioni: orfana di madre dall’infanzia, il padre era stato ghigliottinato l’undici Termidoro insieme a ottanta colleghi che avevano tentato di proteggere Robespierre ed i suoi alla Maison Commune. La ragazza aveva poi accennato ai suoi due fratelli partiti nell’anno I per l’Armé du Nord e alla zia vedova presso la quale adesso alloggiava. Marianne era rimasta sola con la zia vedova, proprietaria di un albergo, presso il quale la giovane lavorava. Éléonore aveva ascoltato e mentalmente registrato tutte quelle informazioni, anche se saperla figlia di una delle vittime di Termidoro era abbastanza per abbattere ogni sospetto. E poi Marianne si era meritata la sua fiducia e la sua benevolenza, nonostante i loro modi di fare fossero diametralmente opposti.

“Andiamo a prendere dell’acqua. E qualche minuto di sole.” Comandò Marianne, avvicinandosi ad Éléonore, con un sorriso appena accennato sulle labbra carnose.

Éléonore la guardò, ammirandone per l’ennesima volta la vivacità dell’altra, gli occhi grandi e scuri che la guardavano fissa, quasi a misurare il tempo che Éleonore avrebbe messo ad esaudire la sua richiesta, le mani grandi che fremevano, incapaci di riposo.  Al suo confronto, si sentiva così vecchia e priva di forze! Eppure fra loro non c’era poi così tanta differenza di età, in fondo Marianne aveva ventiquattro anni. Con gentilezza, la giovane uscì per prima, aprendo la porta mal ridotta e tenendola aperta affinché Éléonore passasse, poi, per lo stupore di Éléonore, si lanciò a corsa verso l’altro cortile.

Cos’erano quelle voci- quelle urla!- che sentiva provenire dal cortile? Non era forse quella la voce di Babet, forse addirittura, sommo orrore, il suono del suo pianto? La donna affrettò il passo verso la fonte di quei suoni.

“Cittadina Carrault, adesso ti metti anche a far piangere le patriote nella loro casa?” chiese con ironico disprezzo Marianne, abbracciando Babet e porgendole gentilmente il suo fazzoletto.

“Non so chi sei cittadina, a parte una gran maleducata. E comunque esigo che mi si chiami col mio nome.”

“Ah, sì? Adesso il nome della famiglia che hai disonorato ti piace?” l’aggredì nuovamente Marianne.

“Marianne.” Dalla bocca di Éléonore non era uscito un rimprovero, solo un richiamo. La donna prese il braccio dell’amica, poi accarezzò la testa di Babet.

“Effettivamente una zotica del genere non poteva che essere amica tua, Éléonore.” La provocò Charlotte. Éléonore la guardò con sommo disprezzo, senza proferire parola.

“Meglio zotica che traditrice e voltagabbana come te!” le rispose velenosa l’interessata, avvicinandosi con aria minacciosa. Louise si aggrappò alla gonna di Charlotte.

“Marianne, non perdere tempo con lei.” Le consigliò Cornélie perentoria. “Non ne vale la pena.”

“Peccato.” commentò ironicamente Marianne, dando un ultimo sdegnoso sguardo a Charlotte e arretrando nuovamente di qualche metro.

“Smettetela, smettetela tutte e tre, per favore.” Le pregò Babet, cercando di svincolarsi dall’abbraccio della sorella. ”Non abbiamo pianto anche troppo tutte noi?”

“Le lacrime di coccodrillo non valgono.” Sussurrò Marianne all’amica.

“Esigo di portare queste” comandò inamovibile Charlotte, dopo essersi passata una mano sul volto e riavviata i capelli. ”In camera di mio fratello. Non me lo potete negare, nessuna di voi due ne ha diritto.”

“Non é possibile, Charlotte.” Éléonore trovo la propria voce calma, come non lo era mai stata. “La stanza é ancora sotto sigilli, non é stata riaperta. Li vedi i miei vestiti impolverati, le mie mani rovinate?” mentre parlava, con le palme aperte rivolte verso se stessa si lisciò la camicia, quasi a spazzare la polvere, poi tese le mani verso la donna.”Temo che per adesso dovremmo portare entrambe il nostro dolore da un’altra parte; immagino quanto ciò possa essere doloroso per te, quanto lo é per me.” Le parole fluivano via, naturalmente, senza pensarci più di tanto, come se quello fosse stato il suo modo di parlare da sempre. Non si curò né dello sguardo spaventato di sua sorella, né dello stupore sul volto della piccola Louise. Era concentrata su Charlotte e Charlotte soltanto, voleva verificare l’effetto che le sue parole avrebbero avuto su di lei. Si sentì compiaciuta quando la donna chinò il capo per nascondere gli occhi lucidi.

Tu as raison.” La sentì mormorare affranta. Fu allora che la giovane fece un gesto inconsueto, del quale lei stessa si sarebbe stupita qualche minuto dopo. Si avvicinò con passo lento alla donna più anziana, colmando la distanza fra loro due e le toccò una spalla, senza appoggiarvi il palmo, solo posando le dita della mano destra sullo scialle nero di Charlotte.

“Non piangere, non sono le lacrime ad onorare gli uomini virtuosi. Sii forte, Charlotte.” La donna la guardò in viso, poi lanciò uno sguardo interrogativo alla sorella più giovane.

“Sarà meglio che ce ne andiamo adesso.” Annunciò, ricomponendosi. Baciò cinque delle sei rose, senza dire niente e le consegnò a Babet.

“Charlotte, aspetta!”tentò di fermarla la giovane madre, senza riuscirci. Così com’era entrata, Charlotte lasciò il cortile, trascinandosi dietro la piccola Louise.

“Sei stata troppo generosa con lei.” Si sentì commentare Éléonore. Si voltò per vedere Marianne, rimasta tutto il tempo dietro di lei, le braccia conserti al seno, un’espressione di calma freddezza sul viso.

“Cornélie…”Babet le si precipitò addosso, ma la sorella la respinse con una mano:

“Non adesso, Babet. Noi abbiamo del lavoro da sbrigare.” Éléonore si incamminò nuovamente verso casa a passo spedito, persa nelle proprie riflessioni.

“Marianne?” solo quando fu di nuovo rientrata nel salotto si accorse che l’amica non era più accanto a lei. Si lasciò andare su una sedia e si prese la testa tra le mani. Si sentiva così esausta. Perché aveva avuto bisogno di dimostrare affetto a Charlotte? Perché era stata `troppo generosa’? Quella donna orribile, che negava tutto di lei, che la considerava una pazza, che aveva sempre avuto in odio la sua famiglia tutta, perché l’aveva trattata a quel modo? A volte non si riconosceva, che cosa le stava succedendo? Ma era ovvio che con tutto quello che aveva passato, il suo animo stesse cambiando. Come doveva reagire il suo cuore a trovarsi isolato come non lo era mai stato a difesa della Virtù derisa e massacrata? Anche Babet, la sua dolce sorella, sembrava non riuscire più a capirla. Come si sentiva sola! Eppure non doveva disperarsi, perché si dispera soltanto chi pensa di aver qualcosa da perdere: cos’aveva da perdere lei? La sua vita come individuo non contava niente, se non come missione, come testimonianza. Eppure se l’Essere degli esseri l’aveva lasciata in vita doveva esserci una ragione e quale altra poteva essere se non l’adempimento della sua missione? Ed era per quello, ne era sicura, che Marianne le si era accostata, perché lei sola fra tutti sembrava essere la persona in grado di comprenderla. Non sapeva bene come, ma era certa che si capissero anche senza discorrere di grandi principi, come se all’improvviso le loro anime avessero ripreso una trama interrotta, ma che già conoscevano a memoria.

Un rumore di qualcosa sbattuto sul legno la fece trasalire: Marianne era tornata e aveva appoggiato con energia due bicchieri sul tavolo.

“Grazie…” Mormorò Éléonore, cercando gli occhi dell’altra. Marianne si avvicinò all’amica senza rompere il contatto, si piegò di fronte a lei e le strinse le mani.

“Io ti ammiro, come si ammirano le donne della Repubblica Romana e come loro sei un’effige, immagine che ammonisce e che consola. Guida della tua famiglia, sei l’onore delle donne della Terra.”

Note:

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere e commentare fino ad adesso, mi rendete molto felice.

Marianne é un personaggio misterioso, si capirà meglio di lei e della sua storia nei prossimi capitoli (anche se qualche indizio é stato disseminato qua e là nel capitolo, ma non voglio fare spoiler; a proposito che indovina dov’é nascosto il riferimento letterario più evidente nel capitolo?).

La Maison Commune é il nome rivoluzionario dell’Hotel de Ville (municipio), dove si svolsero gli atti finali del colpo di stato di Termidoro.

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