Nocturnales 6/53

Des nouvelles surprises

Vouloir le bonheur de sa femme, n’est-ce pas l’avoir obtenu ?

La Nouvelle Héloise, J.J. Rousseau

Henriette entrò a passi svelti nell’abitazione luminosa di Francois. C’era stata soltanto una volta, tanti anni prima per un ricevimento in non si ricordava più quale occasione. Avrà avuto quattordici o quindici anni, i genitori di Franҫois erano ancora vivi, così come lo era suo fratello.

Henriette veniva da una famiglia numerosa e contava altri quattro tra fratelli e sorelle, tutti maggiori di lei. Eppure con tutti gli altri non aveva mai condiviso il rapporto speciale che aveva con Philippe. Forse perché lei era la minore e Philippe il maggiore e lui l’aveva sempre protetta e le aveva dato le attenzioni che il loro padre e la loro padre, forse ormai troppo abituati ai loro doveri genitoriali, non le avevano dato. Forse perché, in fondo, si assomigliavano molto: stessi capelli lisci e lucidi, stesso naso un po’ rotondo e soprattutto quell’aria allegra e posata. E condividevano, soprattutto, la stessa voglia di cambiare un mondo troppo ingiusto. Eppure lei e Philippe non avevano passato tantissimo tempo insieme, perché da ragazzo Philippe era stato mandato a studiare nella capitale, quando lei era ancora una bambinetta, ma ricordava l’attenzione particolare che lui le donava ogni qualvolta tornava per le vacanze. E quando la ragazzina aveva imparato a scrivere, quante lettere si erano scambiati! Philippe adorava scrivere in una maniera dolce e sentimentale anche delle più piccole cose ed Henriette lo ricambiava grata. Che giorno felice, quando lui, neo-eletto alla Convention National, le aveva chiesto di andare a Parigi con lui!

“Ma bien-aimée, vieni.” Franҫois aveva le mani fredde. La introdusse per il corto corridoio spoglio di ogni ornamento. Sul lato destro si apriva un salotto, nel quale il giovane medico la guidò.

“I tuoi genitori sono stati molto cortesi a farti venire da sola.”

“Non vedo cosa ci sia di male. Siamo fidanzati. Ed io non sono una donna come le altre.” Lo provocò Henriette. Lui le baciò le punte delle dita.

“Non ti avrei voluto, se non sapessi che sei eccezionale.” Il salotto non era troppo grande, ma molto luminoso e profumava dolcemente di tabacco. Tabacco, che ironia! Pensò la giovane. Vi era una credenza con qualche fine porcellana e un bel tavolo di mogano con quattro sedie in tondo. Vicino al camino due poltrone, il tessuto delle quali era ingiallito dal tempo.

“Voglio che ti senta a casa tua, perché questa é casa tua. Qualsiasi cambiamento tu desideri, cercherò di accontentarti, ma chérie. I soldi non sono un problema. Per esempio, se tu desiderassi rinnovare le tende o le poltrone…” Franҫois le parlava delicatamente, con una breve esitazione prima di ogni frase, come se stesse misurando le parole con la bilancia. La giovane non potè fare a meno di provare tenerezza per quell’uomo che aveva quasi il doppio dei suoi anni eppure era così soggiogato da lei.

“Voglio una stanza per me sola, dove custodire i miei libri e dove potermi ritirare a scrivere e qualche volta invitare un’amica per parlare con discrezione.” Aveva pronunciato la parola “amica” senza troppo pensare, ma l’immagine della sua cara Babet si era formata subito nella sua mente. Franҫois la guardò negli occhi chiari con un misto -lei credette- di sorpresa e di piacere.

“Ma certo, mon Ange. C’é una camera che non é usata al piano di sopra, la cui unica finestra dà sul giardino. Pensi che potrebbe piacerti? Compreremo una nuova libreria, magari un sécretaire.” Le propose lui.

“O magari potrei chiedere ai miei genitori di lasciarmi prendere il mio. Ci tengo moltissimo.” Suggerì lei. Il promesso sposo le fece strada in quello che sarebbe diventato il suo studio. La stanza era una camera da letto che, a giudicare dall’odore di polvere, era rimasta inutilizzata per diversi anni, non molto spaziosa, ma con con moltissima luce e una bella vista per il giardino. Henriette si accostò alla finestra per ammirare meglio la veduta sulle aiuole di rose e poi sulla campagna a perdita d’occhio.

“Mi piace molto, Franҫois.” Gli disse lei, con un sorriso che lo fece illuminare. Bastava veramente così poco a farlo felice?

“Posso vedere la tua libreria?” gli chiese poi, andandogli nuovamente vicino. Il medico arrossì.

“Temo che non vi troverai troppe cose adatte a te.” Rispose. La condusse nello studio: le assi che fungevano da libreria erano più numerose e ricolme di quanto Henriette si fosse aspettata: quella era forse la più piacevole sorpresa che il futuro marito le aveva riservato fino ad allora. Sugli scaffali riposavano volumi di medicina, tavole anatomiche, tomi di scienze varie e qualche volume dell’Encyclopedie.

“Sono libri che troverai noiosissimi.” Si scusò nuovamente. “Purtroppo non sono portato per le lettere, ma per la scienza.”

“Anche la scienza é un’arte, mon chér.” Henriette accompagnò l’affermazione con un lieve ancheggiare.

“Sicuramente la medicina può fare del bene. É qualche anno ormai che mi diletto nello studiare le ultime tecniche di inoculazione contro le malattie che affliggono la nostra popolazione. Pensa, se un giorno potessimo evitare tutte quelle malattie che colpiscono i bambini dei meno abbienti! Non sarebbe una vera forma di uguaglianza sapere che il bambino del povero e del ricco hanno la stessa possibilità di vivere?” Gli occhi di Franҫois brillavano mentre la voce si infervorava in quel discorso pieno di passione, che si irradiava per tutto il suo corpo rendendolo teso e agitato come una foglia al vento. Henriette lo contemplò a lungo, ammirando quella trasfigurazione dalla quale si sentì improvvisamente attratta e anche quando lui smise di parlare, tornando l’uomo timido e riservato di sempre, lei continuò a guardarlo. Era come se il medico di provincia avesse assunto una nuova tonalità, non più grigiastra ma a colori tenui.

“Ti ho annoiata con i miei stupidi discorsi.” Asserì lui, voltandole le spalle. “Penserai che sono un illuso.”

“Niente affatto.” Rispose lei, cercando le sue braccia. “Penso che tu abbia fatto un’affermazione virtuosa.” Il viso di lui si illuminò di un sorriso quasi esagerato. Con un gesto nervoso e troppo rapido Franҫois si girò verso l’amata, le prese il volto tra le mani e le diede il loro primo bacio.
***
Franҫois riaccompagnò Henriette a casa poco prima dell’ora di cena e la ragazza fu stupita dalla fredda accoglienza dei suoi genitori. Suo padre salutò il fidanzato con deferenza, sua madre non si presentò proprio.

“Che sta succedendo?”chiese in modo brusco. Sapeva che, se voleva essere trattata dai propri genitori come una donna e non come la loro bambina, doveva usare toni forti e quasi maleducati.

“É arrivata la posta, ce l’ha portata tuo cognato un’ora fa. Ci sono notizie da Parigi.” L’uomo le consegnò tremando una lettera. “Questa é per te.” La carta era ingiallita e spiegazzata.

“Ci sono notizie?” chiese ancora la giovane, stanca di quei giri di parole.

“Tua cognata Elisabeth ci ha scritto una lettera, molto calorosa, quasi commovente. Ha detto che nostro nipote sta bene, sta crescendo. Ma tu sai che sentir parlare di lei e del bambino affligge ancora di più la tua povera madre…” Henriette pose poca attenzione a quell’ultima frase. Se Babet le scriveva, voleva dire che era libera! Non riuscì a nascondere un sorriso e cosa gliene importava dell’evidente disapprovazione che sua madre le mostrava! Senza ulteriore indugio corse nella propria camera, senza sprecare una parola di più. Chiuse la porta a chiave, aprì le tende fiorite per far entrare gli ultimi scampoli di luce ed accese il suo lume, per essere sicura di non mancare neppure una parola. Si accomodò davanti al suo sécretaire, ben seduta sulla sua poltrona preferita e cominciò a leggere.

“Ma chére belle-soeur, ma bien aimée,

Finalmente ho l’occasione di scriverti! Spero che non ce l’avrai con me perché non ti ho scritto il giorno stesso della mia liberazione, ma spero che quanto segue ti darà una spiegazione e ti aiuterà nell’essere più indulgente nel tuo giudizio.”

La giovane ebbe un moto di tenerezza e sorrise. Come poteva pensare la sua più cara amica che potesse anche solo sfiorarla l’idea di pensar male di lei? E poi il solo pensiero di saperla libera, senza il pericolo che un giorno qualcuno la volesse condannare a… no, non c’era neppure motivo di pensare a quell’orrenda parola adesso.

Henriette, mia Henriette! Non sai quante cose sono passate. Tre settimane or sono io e il tuo nipotino siamo stati liberati, costoro -sai bene a chi mi riferisca- hanno pensato di non aver più bisogno di tenerci sotto custodia. In che condizioni mi sono ritrovata, mia amica carissima! Senza una casa, senza un soldo, senza neppure un tozzo di pane per sfamare il mio bambino! Per fortuna i nostri vicini di casa, te li ricorderai sicuramente, una coppia ormai in là con gli anni, hanno preso a cuore la mia situazione e ci hanno accolto nella loro casa.

Che pena..come poteva lei non essere là per aiutare la sua amica? Per fortuna era certa che, nonostante quanto i traites avevano fatto per infangare la memoria di suo fratello e dei suoi amici, la gente che li aveva veramente conosciuti e che aveva conosciuto le loro famiglie fosse pronta ad aiutarla. Chi nel faubourg poteva non ricordarsi della disponibilità di suo fratello e sua cognata, sempre disponibili con chiunque.

“Come ho passato queste settimane, amica mia? Lavando i panni ai lavatoi pubblici per avere un misero guadagno che mi permettesse di comprare del pane. E ancora mi reco là ogni mattina, per aver qualcosa da mettere nel piatto per noi e per la mia dolce sorella.” 

Lavare i panni? Doveva trovare il modo di aiutare la sua amica, magari avrebbe potuto chiedere ai propri genitori di inviare qualcosa, in fondo facevano parte della stessa famiglia!

“Devo parlarti un po’ di lei: senza il suo coraggio e la sua dedizione non avrei superato le prime settimane di prigionia, si é occupata di tutto e mi ha dato la forza che non avevo per andare avanti. Un angelo sceso dal cielo, mia sorella! E poi, poi ci hanno separate. Purtroppo adesso quell’angelo sembra essere sceso all’Inferno: non la riconosco più, non la capisco più. Parla in modo strano con discorsi che mi ricordano così tanto il nostro Bel-Ami e che nel mio cuore accrescono la nostalgia dei nostri giorni felici. Ogni volta che la sento parlare così, mi immagino di tornare a casa da Philippe e da te, sedermi alla nostra tavola e stare tutti felici insieme, come nel futuro che avevo immaginato!”

Henriette sospirò e senza rendersene conto cominciò a piangere. Aprì il cassettino in alto a sinistra del suo sécretaire, quello che teneva sempre chiuso con la chiave che portava sempre con sé: era lì che custodiva i suoi ricordi più intimi e preziosi. Frugò tra le lettere che conservava con gelosia e tirò fuori un medaglione ovale di legno. Ne avevano uno per ciascuna lei, Babet e Cornélie: Marie Duplay aveva concesso loro quella frivolezza sentimentale. Henriette lo aprì con le dita tremanti, senza il coraggio di guardare la miniatura che vi era incisa dentro, come presa da un’inspiegabile vergogna. Ne tirò fuori, però, una sottile ciocca di capelli scuri, che non avevano ancora perso la loro lucentezza. Si ricordava ancora quella sera in Alsazia quando Antoine aveva finalmente acconsentito a regalarle quel piccolo feticcio. Sollevò quel ricordo tra pollice ed indice, accarezzandolo con le dita dell’altra mano. Come le piaceva accarezzare i capelli voluminosi del suo amico: era uno dei rari momenti in cui lui sembrava allentare un po’ quella spasmodica tensione che lo percorreva solitamente. Erano i rari momenti nei quali lei sapeva di potergli parlare di qualsiasi cosa e persino strappargli qualche confidenza.

“Ma basta con queste divagazioni, ti dicevo di mia sorella. La poverina é caduta in preda ad una febbre, una specie di consunzione e per diversi giorni abbiamo temuto grandemente per la sua vita. Per fortuna adesso sembra stare meglio, anche se ha questa fissazione di riaprire la casa dei nostri genitori. Per il momento io sono solo stata capace di rientrare nell’appartamento mio e di Philippe per prendere quanto necessario, ma non ho cuore di tornarci a dormire perché ogni volta che ci entro mi assale una grande malinconia e mi sembra di non avere più voglia di vivere.”

Cornélie, che donna infelice. Questo aveva sempre pensato di lei, sempre così seria, così rigida in una maniera che era prossima all’acidità. Tutta la sua vita di giovane adulta era stata per la rivoluzione e per colui che, secondo lei, ne era l’Incarnazione più perfetta e più pura. Tutta la sua giovinezza aveva dedicato a Maximilien Robespierre. Che fosse amore romantico, Henriette ne dubitava: da quello che le sembrava, l’Incorruttibile aveva sempre trattato Cornélie con grande rispetto e deferenza, molto più di quanto Antoine si fosse mai concesso con lei. Diversamente, però, non c’era mai stato un chiarimento ufficiale della loro posizione. Forse a Maximilien conveniva -per dovere verso i suoi ospiti- non dire chiaramente alla giovane che non si sarebbero mai sposati. O forse, chissà, Maximilien l’avrebbe magari sposata… i matrimoni non si concludono solo per amore.

O, più probabilmente, l’oratore non reputava la loro situazione così urgente da catturare la sua attenzione. Antoine le aveva più volte fatto intendere che Maximilien non solo non amasse la sua amica, ma ritenesse l’affetto di lei quasi imbarazzante e innaturale. Henriette, tuttavia, sapeva bene che le parole dell’amico erano dettate da un’antipatia gelosa che il giovane provava verso Cornélie.

L’unica cosa sicura é che Cornélie amava Maximilien non nel modo affettuoso e carnale col quale Julie ama Saint-Preux. Non era amour de passionquello che la consumava, ma amour de raison, un amore platonico ed intellettuale, forte quanto quello di un fedele verso il proprio dio. E adesso, non poteva immaginare quale terremoto la perdita del suo dio avesse fatto subire al suo povero cuore.

“O sorella mia! Spero che la vita sia stata per te più tranquilla, se non felice. Mi manchi grandemente. Scrivimi, scrivimi di te nell’attesa, un giorno, di poterti riabbracciare dal vivo.

Je t’embrasse avec tout mon coeur,

Elisabeth Le Bas.”

Henriette strinse al petto quella lettera e l’accarezzò, immaginando di accarezzare la testa e le spalle della sua cara Babet. Baciò la lettera più volte e vi sparse qualche lacrima. Poi, presa dalla voglia di confessarle tutte quello che le era accaduto, recuperò carta da lettere, penna e calamaio e si mise a scrivere una lunga confidenza.

Note:
Ringrazio tantissimo tutti coloro che stanno leggendo questa storia e ancora di più chi abbia occupato un po’del suo tempo lasciando un commento. Grazie di cuore.
Ci sentiamo col prossimo aggiornamento, più o meno la prossima settimana.

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