Nocturnales 5/53

Le Gris Printemps

Robespierre croyait à l’Être suprême et à l’immortalité de l’âme. Que de fois il m’a grondée, de ce que je ne semblais pas y croire avec la même ferveur que lui ! Il me disait :
“Tu as grand tort ! Tu seras malheureuse de ne pas y croire ; tu es bien jeune encore, Élisabeth ! Pense bien que c’est la seule consolation sur la terre !”

Élisabeth Duplay, Mémoires

Il fiume scorreva implacabile riempito dalle piogge dell’Inverno. La Seine può essere crudele, come un’anziana signora dispotica e viziata, che col regime delle sue acque dispone della vita della città. Durante l’inverno può gonfiarsi a dismisura, diventare un impetuoso mostro che divora ogni cosa sieda sui suoi quais, d’estate il livello può abbassarsi tanto che ad ogni goccia di vapore, miasmi putridi e portatori di malattie esalano dal suo letto.

Élisabeth, Felicite ed i tre bambini guardarono le acque del fiume scorrere grigie, mentre in fila attendevano che la corpulenta donna che distribuiva il lavoro alle lavandaie distribuisse loro dei panni.

Élisabeth, dopo una lunga dormita su un letto vero e soprattutto con la prospettiva di alzarsi l’indomani e non vedere le sbarre della prigione, aveva ritrovato un po’ della sua naturale allegria. Aveva lasciato che Libertè tenesse in braccio il piccolo Philippe da subito, come la bambina aveva insistito, affinché i due si abituassero l’uno all’altro.

Libertè era una bambina magra (ma chi non lo era!) e longilinea, esattamente come lo era stata sua madre. Dimostrava più dei suoi sei anni, con quel cipiglio severo, le sopracciglia biondo cenere perennemente aggrottate. Élisabeth non era ancora riuscita a strapparle un sorriso. Suo fratellino, Camille, anche lui riccioli chiari e occhi castani, possedeva la vivacità comune a tutti i bambini della sua età, correndo continuamente tra le donne che facevano la fila.

Libertè.. Camille… i loro genitori non si erano prodigati a nascondere con i nomi dei figli le loro convinzioni politiche.

Elisabeth si trovò nuovamente intrappolata nelle sue memorie…in fondo anche il loro bambino aveva un nome rivoluzionario: Philippe.

“Felicite, mi sa che questa graziosa della tua amica ha sbagliato posto.” Rise la capo-lavandaia, una donna magra, ma muscolosa, il viso appuntito sfregiato da cicatrici rotonde.”Farebbe molti più soldi al Palais Royal.”

“Nella mia vita sono sempre stata onesta e ho intenzione di rimanerlo, cittadina.” Rispose Élisabeth con un cipiglio severo, che fece ammutolire la donna più anziana.

“E allora vediamo se sai lavare questi, cittadina.” Le rispose la donna truce, consegnandole alcuni capi sporchi di fango. Felicite, spiegale tu il resto, io non ho tempo.” Le due donne si accomodarono in un angolo dei lavatoi…fortuna che erano arrivate presto, altrimenti non avrebbero mai trovato posto.

“Libertè, va’ a prendere il pane.” Élisabeth sentì la nonna comandare alla bambina e la vide metterle una mano sulla testa.”E stai attenta ai due bambini.” La giovane madre provò una stretta al cuore. Doveva davvero separarsi dal suo piccino e non averlo sotto gli occhi per chissà quanto? Si sentì morire, ma non disse nulla: una madre repubblicana deve poter sostenere i sacrifici piccoli e grandi. Si concesse solo un lungo malinconico sospiro.

“Babette, hai mai lavato dei panni?” le sussurrò all’orecchio Felicite.

“Certamente. Io e Philippe non avevamo una domestica in casa.” Spiegò. In realtà, no, non aveva mai lavato panni così sporchi, ma aveva fiducia che sarebbe riuscita a lavarli. La lisciva le bruciava le mani, ma pensò che non avrebbe dovuto lamentarsi.

Si ricordò del trucco che le aveva insegnato Antoine, durante il loro viaggio in Alsace: se non pensi al dolore, lo sentirai così poco che potrai quasi dimenticartene. Il mondo non ti può inseguire se il tuo pensiero e la tua immaginazione sono forti. E se proprio non ce la fai… canta.

L’immaginazione in quel momento poteva essere pericolosa, c’erano memorie felici e tristi ad ogni angolo, non era sicura di poterle sostenere tutte.

Si distrasse, sentendo che alcune donne poco più in là avevano cominciato a cantare qualcosa.

“… Le sommet de l’Olympe a vu réduire en poudre /Les superbes géants par la terre enfantés ; /Au sénat de la France, ainsi tombait la foudre/Sur les tyrans épouvantés..“ cantava un gruppetto di donne, all’altro estremo del lavatoio. Élisabeth divenne rossa in volto, avrebbe voluto andare là e dir loro di smetterla, che erano delle stolte, che non sapevano neppure loro cosa stavano blaterando.

“Lasciale perdere.” La esortò Felicite. Ormai quelle canzonette sulla caduta del `crudele tiranno’ erano entrate nella mentalità popolare come il Ҫa Ira e La Carmagnole e la donna più anziana ci era abituata.

“Ehi, voi quattro! Belle canzoni che cantate! Quei signori in giacca bianca che vanno bastonando i vostri mariti sarebbero proprio fieri di voi.” La capa-lavandaia tuonò. “Vi ho già detto che al mio lavatoio certe sconcerie non ci devono stare.”

“Se no che mi fai” chiese una di loro.”Mi tagli la testa?” disse ridendo.

“Ti posso sempre affogare nella lisciva. É più doloroso.” Rispose la capa-lavandaia, minacciando la donna che aveva parlato con il pugno serrato. La donna continuò il suo giro di ispezione e si fermò dietro Élisabeth.

“Te la cavi bene, novellina.” Le disse, dandole una pacca sulle spalle.”Felicite mi ha detto che il bambino che Libertè sta portando a giro per il Quai é tuo figlio.”

“Sì, cittadina.”

“Chiamami Manon, cittadina. E tu come ti chiami?”

“Élisabeth.”

“Élisabeth, visto che mi sembri una persona ragionevole, vediamo se ci sai cantare qualche canzone un po’ più degna.” Elisabeth tremò, non aveva mai avuto il dono di una bella voce, ma almeno non era stonata.

De nos yeux maternels /Ne craignez point les larmes /Loin de nous de lâches douleurs! ..” Cominciò ad intonare, la voce che acquisiva sicurezza mano a mano che le parole le tornavano in mente. Manon le batté una mano sulla spalla.

“Queste sono le canzoni che mi piace sentire!” esclamò e cominciò a cantare il ritornello di quella canzone patriottica.

Per mezzodì il lavoro era praticamente finito ed un pallido sole malato era spuntato tra le nuvole. Élisabeth si strusciò le mani, cercando di far passare l’irritazione.

“Philippe sembra una bambola.” Le disse Libertè, mettendosi a sedere addosso al muro. Élisabeth prese il bambino, che si divertiva a giocare con le dita di Liberté, dalle braccia della bambina. Separarsene per tutto quel tempo, anche se Liberté si era dimostrata più che affidabile, era stata un’esperienza lancinante, adesso poteva anche ammetterlo.

“Ehi, Élisabeth.”L’apostrofò Manon, venendole vicina.”Tornerai anche domani, vero? Mi stai simpatica, cittadina.”Élisabeth sorrise quando la donna accarezzò Philippe e poi la prese sottobraccio.

“Sì, tornerò.”Sorrise Élisabeth.

“Dove ti ha trovata Felicite? Non mi sembra di averti mai visto prima.”

“Sono stata in prigione.”

“É accaduto a molte.” Sospirò Manon.”Giacobina?”

“Con tutto il mio cuore.” Manon la baciò su entrambe le guance. “Felicite, mi sai sempre portare le donne giuste!” gridò alla donna, che nel frattempo stava parlando con un gruppetto di altre donne. L’anziana si avvicinò con passo deciso.

“Sapevo che Élisabeth ti sarebbe piaciuta.”Sorrise con aria furba.  “D’altronde ormai fra di noi ci conosciamo bene.”

“Come vi siete conosciute voi due? Eravate alla stessa Sezione?”

“Lei é la figlia del mio vicino di casa.” Rispose Felicite, con un sorriso che lasciava intendere tutto. Élisabeth sorrise.

“Élisabeth … Duplay?” esclamò Manon, incredula.

“Élisabeth Le Bas Duplay.” Precisò la giovane, sorridendo orgogliosa.
***

“Sono contenta che Manon ti abbia presa in simpatia.” Commentò Felicite, una volta che si furono allontanate dai lavatoi. “Metteremo da parte un po’ dei soldi che abbiamo guadagnato, così forse verso decadì potremmo permetterci qualche uovo. Tu hai bisogno di rimetterti in forze per sostenere il piccino.” Il tono dell’anziana donna era quello di un comando. La giovane, che appena aveva potuto aveva preso Philippe dalle braccia di Libertè, lo coccolava stretto, accarezzandone il viso roseo.

“Com’é buono, Philippe, sembra quasi una bambola.” Le disse Liberté, con un’aria troppo seria, tirandole la gonna. “Camille invece é sempre stato un frignone.”

“Non é vero che sono un frignocoso!” protestò il bambino, rubando la cuffia logora alla sorella.

“Ridammela!” urlò Libertè, cominciando a corrergli dietro lungo la riva.

“Bambini, fate piano!” li sgridò la nonna. Élisabeth osservò la scena con gusto, sollevata di vedere che nonostante i tempi crudeli, i bambini avessero ancora voglia di comportarsi come si addiceva alla loro età. Baciò Philippe sulla testa, poi madre e figlio si guardarono negli occhi, il piccolino che articolava suoni di attenzione e forse d’amore. Non avrebbe mai impedito al suo piccolo di giocare, di divertirsi e di studiare, avrebbe lottato perché avesse quell’infanzia felice che aveva avuto lei.

“Possiamo fare una corsa nei giardini?” chiese Camille, gli occhi che riflettevano il verde delle Tuileries.

“Andate.” Rispose loro Élisabeth, con un largo sorriso.”Ma aspettateci all’altro cancello, ché dobbiamo tornare a casa.” I due piccoli non se lo fecero ripetere due volte e cominciarono a correre spensierati per i viali. Alla giovane sembrò di notare un sorriso compiaciuto sulle labbra di Felicite.

“Visto che abbiamo ancora un po’ di luce oggi, che ne dici se cerchiamo di aprire casa tua? Sono sicura che mio marito non avrà difficoltà ad aprire la porta a colpi d’ascia.”

“É una buona idea.” Sospirò Elisabeth.”Quantomeno potrò recuperare qualche oggetto per Philippe. Mia madre e mia sorella avevano preparato tante cose, non penso si siano portati via anche quelle!” esclamò. Il pensiero di riavere le sue cose, le loro cose, le era di conforto e le dava pure un po’di buon umore. “Magari potremmo vendere quello che non mi serve più e comprare qualcosa da mangiare, o riutilizzare le stoffe per qualcos’altro.” Felicite le sorrise contenta e le mise una mano sulle spalle. “Magari nel tempo libero potrei insegnare a Liberté e Camille a leggere e scrivere, per ripagarvi dell’ospitalità.” Felicite si mise a ridere, accelerando il passo.

“Non devi pagarci. Ma sì, se sapessero almeno scrivere i loro nomi sarebbe una bella cosa. L’ho chiesto tante volte al loro nonno…ma quel testone non ha pazienza e non ci vede più bene.” Elisabeth percorse il resto del tragitto quasi in uno stato di tenero sogno, non notò neppure che i due bambini, obbedienti, le avevano aspettate al cancello e adesso procedevano calmi davanti a Felicite, che la ragazza non si era neppur accorta di aver superato. Era troppo immersa a immaginare come avrebbe migliorato la situazione di suo figlio, la propria e quella di Felicite e dei suoi, era talmente piena di buoni propositi che, se non avesse avuto la stanchezza del lavoro e della pancia vuota, si sarebbe messa a cantare a squarciagola.

“Babet.” I sogni della giovane si dileguarono repentinamente al suono di quella voce cara.

“Cornélie!” Élisabeth si avvicinò con commozione alla sua amatissima sorella, strinse forte Philippe tra la spalla ed il braccio destro e protese l’altro ad abbracciare quella figura tanto cara. Sua sorella! Libera! Quello non poteva che essere un giorno fortunato! Sì voltò commossa, facendo cenno agli altri che la seguivano di affrettarsi, senza riuscire a proferire parola… sua sorella! L’avevano lasciata andare, finalmente!

Felicite ed i bambini accorsero, facendo rumore, dando voce anche loro alla contentezza. Fu solo guardando l’anziana donna abbracciare Éléonore che la giovane si accorse di qualcosa di strano: perché sua sorella sembrava essere refrattaria ad ogni affetto? Perché non aveva ancora parlato?

“Via andiamo dentro, mes fils.” Esortò Felicite, riferendo quella parola a tutti quanti. “Quel nullafacente di mio marito deve essere ancora in giro.” Brontolò subito dopo. “Éléonore, vuoi qualcosa da mangiare? Un po’ d’acqua?” l’interessata oppose un gentile rifiuto, accompagnato da un gesto morbido della mano che allontanava da sé l’aria. Felicite la guardò con sospetto e si accostò a Elisabeth.

“Ci penso io a Philippe per un po’, credo che tu e tua sorella abbiate bisogno di stare un po’ da sole.” Le suggerì, andandole vicina e prendendole il bambino dalle braccia. Élisabeth lasciò passare la sorella nella camera da letto: c’era qualcosa in lei che la metteva profondamente a disagio. Si sedettero fianco a fianco sul saccone di paglia.

“Come stai?” chiese la più piccola, cercando di intavolare una conversazione: sua sorella era sempre stata la meno loquace tra loro quattro ragazze, ma non aveva mai avuto problemi a parlarle. Si avvicinò a lei e le prese alcune ciocche tra le dita. Com’erano diventati ispidi i suoi capelli lunghi!

“Non ti preoccupare per me, ma soeurette.” Élisabeth fu scossa da un brivido a sentirsi chiamare come mai Éléonore l’aveva chiamata. Sua sorella l’aveva guardata in volto, con uno sguardo paterno, dolce e severo allo stesso tempo.”Perché non sei tornata a casa tua?”

“Non ne ho avuto il tempo.” Borbottò, prostrando lo sguardo a terra, frustrata da tanta durezza. Si era veramente comportata in modo tanto disonorevole? Solo il tocco di sua sorella sulla spalla le impedì di perdersi nella tristezza.

“Ci penserò io. Riaprirò casa nostra e poi anche casa tua. E quest’abito non é più adatto a me, é troppo chiaro.” Dichiarò con voce lenta e solenne, prendendo un lembo della lisa gonna blu tra le mani. Élisabeth si sentì colpevole, guardandola di non indossare niente di nero, come se il lutto che portava nel cuore non fosse stato abbastanza.

“Porterò il lutto per entrambe. Tu hai ragione a non vestirti di nero, spaventerebbe il bambino e né tu né io vogliamo che cresca senza la spensieratezza che si addice alla sua età.” Le spiegò ancora la maggiore. “E dovremo dare una sepoltura decente a nostra madre, magari dedicarle una lapide in giardino.”

“Mi basterebbe riuscire a nutrirlo decentemente.” Affermò Élisabeth, reprimendo a stento un singhiozzo. Come poteva curarsi della casa, del lutto e della tomba della loro mamma quando non era sicura che domani avrebbe potuto comprare il pane per suo figlio? L’allegria ritrovata solo qualche ora prima sembrava essere completamente svanita per lasciare il posto allo sconforto e alla disperazione. Le gambe le tremavano, le mani irritate dall’acqua e dalla lisciva bruciavano tremendamente e una generale debolezza si era impadronita del suo essere. E adesso anche Cornélie, la sua dolce sorella che tanto le era stata di aiuto e di conforto nei primi giorni della loro prigionia non sembrava più in grado di darle alcuna rassicurazione. Valeva la pena di essere rimaste in vita per vivere a quel modo? Non sarebbe forse stato meglio che le avessero ghigliottinate in un torrido pomeriggio di luglio? La giovane si prese la testa fra le mani e si lasciò andare alle lacrime e ai singhiozzi.

“Non disperare, ma soeurette, abbi fede. L’Être Suprême non ci abbandonerà, perché non abbandona coloro che credono e lottano per il trionfo della Vertu. Forse possiamo non capire bene il suo disegno, ma sono sicura che l’Essere degli Esseri ci guarda e ci protegge, così come ci proteggono i nostri cari. Non dobbiamo scoraggiarci, perché scoraggiarsi sarebbe tradire gli ideali nei quali crediamo e rinnegare la memoria dei nostri cari. Sta a noi, piene di virtù in un mondo corrotto, far sì che la memoria dei giusti che troppo presto sono rientrati nel seno della Natura sia conservata e sia d’esempio di Virtù per le generazioni a venire.” Elisabeth ebbe un fremito: non riconosceva più le parole di sua sorella.

Note:

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere e commentare fin qui!

 

Le sommet de l’Olympe a vu réduire en poudre /Les superbes géants par la terre enfantés ; /Au sénat de la France, ainsi tombait la foudre /Sur les tyrans épouvantés.. (La cima dell’Olimpo ha visto ridurre a polvere/i superbi titani generati dalla Terra/ Al Senato di Francia così piombava la folgore/ sui tiranni spaventati)

Sono i versi di una delle tante canzoni termidoriane, l’Hymne du 9 Thermidor.

De nos yeux maternels /Ne craignez point les larmes /Loin de nous de lâches douleurs! (dei nostri occhi di madri/ non raccontate le lacrime/ lontani da noi e dagli spregevoli dolori). Élisabeth , invece, canta il celebre Chant du départ di André Chénier (potete leggerne di più qui: http://fr.wikipedia.org/wiki/Chant_du_d%C3%A9part).

Il Ҫa Ira e La Carmagnole sono forse due delle canzoni rivoluzionarie più famose.

I nomi dei bambini: Libertè si spiega da solo; Camille si chiama così in onore del Procureur de la Lanterne (Camille Desmoulins, 1760-1794).
Per quanto riguarda quello che sta succedendo a Cornélie/Éléonore, dovrete aspettare i prossimi capitoli :), per ora vi basti sapere che i termini usati da Éléonore sono ripresi direttamente dai due discorsi sull’Essere Supremo (http://it.wikipedia.org/wiki/Culto_della_Ragione#Culto_dell.27Essere_supremo)pronunciati da Robespierre.

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