Nocturnales 10/53

La force des choses
`La force des choses nous conduit peut-être à des résultats auxquels nous n’avont point pensé.’

Saint-Just, Discourse sur les personnes incarcerées.

Henriette si sentiva particolarmente bella quel giorno. Aveva insistito affinché il suo vestito da sposa fosse esattamente come desiderava. Evitando le pressioni di sua madre, che avrebbe voluto vederla in bianco con un corpetto stretto e un’ampia gonna e le insistenze di Mathilde, che aveva continuato per giorni a suggerirle un vestito à la Grecque. Alla fine aveva optato per un vestito più semplice e dalle forme morbide, una robe à l’anglaise con la gonna di cotone fino blu cobalto e la lunga giacca azzurra, tutto trattenuto da un unico dettaglio prezioso, una fascia -anch’essa blu- di satin che la cingeva da sotto il seno alla vita. Sapeva quanto quell’abbigliamento apparentemente semplice le donasse e le facesse risaltare il petto magro. Si era fatta acconciare i capelli in modo che fossero raccolti sul capo, adornati da un lungo nastro, quello sì con antichi motivi. Aveva studiato ogni dettaglio per giorni: non tanto perché voleva che suo marito la adorasse, ma perché voleva mostrare  a quei provinciali che così tanto continuavano a sparlarle dietro che lei non aveva paura dei loro pettegolezzi.

Quando raggiunse François davanti all’Hotel de Ville, lui le donò un mazzo di rosse rosso carminio.

Sentiva l’attenzione degli ospiti su di lei, dei parenti e dei rappresentanti della Comune e seppe di aver ottenuto l’effetto desiderato: donne che la invidiavano, uomini che pensavano di vedere la Patria che andava a sposarsi.

“Sei la creatura più splendida che io abbia mai visto.” Fu il complimento di suo marito, che mostrava in viso più emozione di lei. Non poteva negare di essere emozionata, insomma era pur sempre il giorno del suo matrimonio!, ma non abbastanza perché `le gambe le tremassero’, il `cuore volesse uscirsene dal petto’, insomma niente di quel lungo repertorio di convenzioni che si legge a proposito delle eroine nei romanzi d’amore. Provava tenerezza per François, l’amore forse sarebbe venuto in seguito; per il resto era felice di cominciare quella nuova avventura e anche, doveva ammettere, di liberarsi delle pressioni di sua madre e di poter finalmente ridere in faccia alla `società’.

La cerimonia sembrò ad Henriette passare in un tempo brevissimo; del resto i suoi pensieri erano rivolti altrove. François aveva scelto come testimone un uomo sulla sessantina, che Henriette conosceva come il vecchio dott. Troissain, il vecchio e burnero medico di Frévent. Proprio per via della loro professione, era sempre stata certa che lui e François si detestassero, adesso scopriva che invece avevano la complicità del maestro e dell’allievo. In più, come era stata informata, erano entrambi stati membri della dissolta Società reale di Medicina e adesso si frequentavano alla società locale. Per lei, non c’era stato modo di scegliere un testimone e i suoi genitori le avevano imposto suo cognato Marcel, dopo una lunga contrattazione. Nicolas, il fratello che le rimaneva, non sarebbe stato all’altezza perché doveva ancora rimettersi dalle `brutte esperienze passate’; in realtà Henriette sapeva bene che Nicolas era stato mandato in campagna, lontano da Frévent con dei cugini, per lo stesso motivo per il quale sua madre era tanto preoccupata della sua reputazione: anche Nicolas aveva vissuto nella capitale, chiamato dal fratello maggiore, ma lui, a differenza di Henriette, da uomo non si era limitato a farsi amicizie compromettenti: ben presto grazie a Philippe era entrato attivamente nei `complessi ingranaggi del governo nazionale’. Che poi, pensava la sposa con rabbia e sdegno per l’altrui ignoranza, significava semplicemente aver servito per un po’ alla Comune, per poi essere trasferito come capo della segreteria all’École du champ de Mars. Nicolas non era mai stato uomo d’arme, ma era sempre stato pronto con i conti e con una buona memoria. E che cosa ci poteva essere di infamante nel far sì che la scuola militare più grande di Francia avesse sempre le finanze necessarie per coprire i bisogni dei suoi allievi? Ordinare il pane, distribuire le coperte, assicurarsi che ci siano abbastanza ferri per i cavalli é forse più disonesto che fare il notaio come suo cognato e tenere in ordine i conti della gente ricca? Ma Nicolas era stato imprigionato, perché `cospiratore’, perché maschio con lo stesso cognome di un uomo dichiarato hors-la-loi, perciò pericoloso.

Mon choux, domani, qualsiasi cosa succeda, allontanati da qui. E portati via tua cognata.

Si sentì una corda alla gola, le parve di soffocare, allontanò il fichu dal petto per respirare meglio e si sente immediatamente la mano premurosa di  François sorreggerla, lo sguardo caldo e lucido di lui rassicurarla che tutto andava bene, che lui l’avrebbe protetta. Henriette si morse le labbra: perché, nonostante tutti i suoi sforzi, nonostante tutte le sue maschere, riusciva sempre a far trasparire quella fragilità che lei stessa detestava?

Dopo il Sindaco, ogni membro del consiglio del Comune venne a congratularsi con i giovani sposi e a dar loro la sua civica benedizione. La sposa notò che sua madre, come da copione, aveva pianto tutto il tempo e che Mathilde raccontava a tutti di come conoscesse bene la sposa. Chissà, magari si stava prendendo pure il merito di averla aiutata nel decidere il vestito.

François l’aveva baciata subito dopo il rito e dall’inusuale ardore di quel bacio, aveva capito che anche lui avrebbe voluto poter uscire dalla sala addobbata a festa e magari stare un po’ da soli sotto il cielo azzurro di una magnifica giornata di primavera.

“Come siete splendente, Madame Carret” Henriette dovette fare uno sforzo per sorridere con grazia alla moglie del sindaco, nonostante quel `voi’ e peggio quel `madame’ le facessero contrarre la mascella. Doveva sorridere, mostrarsi felice come non lo era mai stata e far loro vedere che la `giacobina di Parigi’ si stava prendendo la propria rivincita.

I festeggiamenti in Comune si erano protratti fino a sera. François aveva voluto offrire un rinfresco direttamente all’Hotel de Ville, con vino, formaggio, pane e qualche delicatezza, come della frutta e della confettura. Henriette nel pieno della festa, non poté far altro che pensare al matrimonio di suo fratello, durato un’oretta, dove era sembrato un avvenimento eccezionale e lussuoso riuscire a riunire famiglia e amici per un brindisi di mezz’ora. Sull’ora di cena, quando la luce cominciava ormai a declinare, gli sposi, i parenti e pochi amici intimi si erano spostati a casa Le Bas, dove i genitori della sposa avevano allestito una cena.

“Ti piace, bambina mia?” le sussurrò sua madre, mostrandole il salone addobbato a festa, il servizio migliore di casa tirato fuori per l’occasione. Henriette cercò di non mostrare la sua stanchezza e sorrise alla madre: non l’aveva vista così felice da mesi!

”Prego, accomodatevi citoyen Troissan.” Disse la donna facendo accomodare il testimone e sua moglie. Henriette non riusciva a capire da dove sua madre pescasse quell’entusiasmo dopo una giornata così lunga.

“François, figlio mio, accomodati qui al centro della tavola, adesso recuperiamo anche la tua bellissima sposa.” La sposa si stupì a sentire la dolcezza di suo padre  nei confronti di suo marito. Si sistemò accanto a François, che le strinse la mano.

“I tuoi genitori sono davvero una bella coppia. Spero che saremo così anche noi dopo tanti anni.” Le sussurrò all’orecchio. Pensare che erano anni che lei non li vedeva così affiatati, sua madre così ospitale e sorridente, suo padre così affabile e allegro. Lo vide avvicinarsi a sua madre, sussurrarle qualcosa, vide lei ridere e per un attimo si sentì di nuovo bambina. Si ricordò che una volta aveva chiesto a suo padre perché solo sua madre era la sua `chérie’ e non anche lei o le sue sorelle e suo padre era scoppiato in una risata e le aveva accarezzato la testa.

“Sì, mi piacerebbe essere come loro, hai ragione.” Sorrise Henriette. Forse davvero quello che serviva a spazzare via la tristezza era un po’ di normalità.

 

 

***

Il bel tempo era durato poco oltre il giorno del matrimonio ed il cielo azzurro aveva lasciato il posto a nuvole grigie che correvano incessantemente, portate da un vento marino fortissimo. Adesso grandi gocce di pioggia si abbattevano sui finestrini della carrozza. Henriette guardava malinconica quel che si poteva scorgere della campagna sfilare velocemente. François mise una mano sulla gamba di Henriette.
“Sei stanca, mia adorata?” chiese premuroso. Dal giorno in cui si erano sposati avevano raramente passato una sera a casa o una giornata senza che degli ospiti si presentassero per il tè. Anche molti dei pazienti si erano trattenuti più del dovuto o erano venuti soltanto per porgere le proprie congratulazioni alla felice coppia. Henriette fece un piccolo cenno con la testa: sì, era stanca. Le mancava avere un momento tutto per sé, da quando non si era più concessa un’ora nella propria stanza per scrivere il suo diario?
“Spero che d’ora in poi le giornate siano più tranquille. Non ho avuto tempo per le mie ricerche.” Osservò lui affranto.
“Saresti potuto rimanere a casa, potevo andare da sola a trovare mio fratello.” Gli disse lei, gentilmente. Davvero sarebbe potuta andare da sola, risparmiando al marito quella fatica.
“Mi sembra giusto essere venuto a conoscerlo. Lo sai che ho trovato la decisione dei tuoi genitori sbagliata.” François le toccò delicatamente i capelli. “Non capisco di cosa avessero paura: la mia reputazione bastava a sufficienza per garantire che nessuno turbasse la festa. E se la gente ha voglia di perdersi in pettegolezzi, lo farà comunque, indipendentemente da qualsiasi cosa facciamo.”
“Io non capisco cosa ci sia da chiacchierare.” Rispose Henriette. “Gli abitanti di Frévent dovrebbero essere fieri di poter annoverare mio fratello Philippe tra i suoi concittadini. Dovrebbero portare rispetto alla mia famiglia.”
“Sai come sono le persone, cambiano come il vento. Finché sei potente ti stanno addosso, quando non lo sei più ti voltano le spalle, anche da morto. E poi devi ammettere che le idee di tuo fratello non sono sempre state le più popolari.” François le prese la mano tra le sue.
“Non è facile fare del bene alle persone, specialmente quando loro per prime non sanno cosa vogliono. E a volte si corre il rischio di perdere la strada, basta una distrazione, un momento di stanchezza. Mio fratello lo sapeva. Lo sapevano tutti, che un solo errore si sarebbe potuto rivelare fatale.” Il viso della giovane aveva assunto un’espressione triste. “A ripensarci adesso, sapevano bene che sarebbe stata questione di giorni. Di mesi forse.” Lui si strinse di più a lei, quasi a proteggerla dai quei ricordi dolorosi, quasi cingendole le spalle potesse sollevare quel peso e farlo suo. “Mia madre va ripetendo che mio fratello Philippe è stato uno stolto, che si sarebbe potuto salvare. Che è stupido sacrificarsi così per i propri ideali, per le proprie amicizie. False illusioni. Lo avrebbero preso comunque, il giorno dopo, due giorni dopo… che importa? E poi cosa resta quando il mondo che hai sognato e costruito ti si sgretola davanti?”
“Parigi deve mancarti molto. Devono mancarti molto quei giorni.” Gli sussurrò lui, improvvisamente partecipe della sua tristezza.
“Non quei giorni: gli ultimi mesi sono stati terribili. Un inferno, un lungo supplizio verso la catastrofe. Non è che non abbia più avuto momenti di felicità, ma non c’era più la serenità del mio primo anno a Parigi. Le belle serate passate a chiacchierare e a cantare. Vedere mio fratello sorridere alla sua sposa. Sentire di far parte di una grande famiglia. E poi Saverne e l’Alsazia; è stata un’esperienza dura ma bella.” Henriette si perse in sospiri. Evitava di pensare a Paris il più possibile.
“Ho come l’impressione che questo posto ti stia davvero troppo stretto.”
“Intendi Frévent?” François annuì.
“Credo sia naturale. A te non pesa aver vissuto sempre qui?” domandò lei. Frévent così piccola che puoi attraversarla in lungo e largo in venti minuti, Frévent immobile, Frévent dove la gente muore per rinascere sempre uguale.
“Non so, forse. A volte ho pensato di andarmene, di tentar fortuna a Parigi. Michel mi ha spesso consigliato di andarmene, che la capitale sarebbe stato un posto perfetto per me. Ma poi ho sempre pensato che nella capitale sarei solo stato uno dei tanti a cercare fortuna, mentre in una cittadina come la nostra non è stato facile ritagliarsi uno spazio.”
“Ma Paris ha dato molte occasioni a tanti, specialmente durante la rivoluzione, anche a persone che forse non avevano un talento così particolare.”
“Io non sono un’opportunista.”
“Non si tratta di essere opportunisti, è la forza delle cose.” Rispose Henriette.
“Ma che prezzo questa `forza’ ti costringe poi a pagare?” la domanda di François rimase sospesa nell’aria umida della carrozza. Rimasero in silenzio per tutto il resto del viaggio, finché la vettura si arrestò nell’aia di una fattoria. Una donna sui trent’anni, dalle guance coperte di efelidi e dal largo sorriso uscì dalla casa, incurante della pioggia e accolse i due sposi.
“Cugina, che piacere rivederti!” la donna abbracciò Henriette con forza. “Sei sempre più bella. E questo é il tuo fortunato marito! Venite dentro, venite.” François diede disposizione al cocchiere perché scaricasse la cesta di cose che Henriette aveva voluto portare in dono agli ospiti e li seguisse. Dietro la porta si apriva un grande ambiente, che faceva da cucina e da salotto, con un grande camino nel quale ardeva ancora un fuoco, poveri mobili di cucina e un lungo tavolo al lato del quale sotto un canovaccio riposava della pasta.
“Dov’é Nicolas?” chiese, ansiosa. La cugina, il cui nome era Anne, la guardò con benevolenza.
“Tuo fratello é in camera sua. Sai com’é, da quando é arrivato non passa molto tempo in compagnia. Tua madre sperava che la vita di campagna gli avrebbe giovato, ma non gli piace stare all’aria aperta nelle belle giornate di sole. Tutti cittadini siete. Con rispetto parlando Messieur.” Disse, rivolgendosi a François.
“Tuo marito non c’é?” le chiese gentilmente Henriette.
“No, é andato in paese con il piccolo Luc, spero sia di ritorno abbastanza presto. Vi fermate qualche giorno da noi?”
“Purtroppo no.” Rispose con voce autoritaria François. “Il mio lavoro non mi permette di assentarmi a lungo.”
“Siete dottore, vero? Me l’ha detto tuo fratello, Henriette, che ti eri trovata un bel partito. Anche a me avrebbe fatto comodo sposare un uomo di città, ma ognuno fa quel che può.” Sorrise la donna. “Posso offrirvi qualcosa?”
“Ti abbiamo portato anche noi qualcosa cugina. Mia madre ti manda della stoffa per fare un vestito buono a Luc.” Disse Henriette.
“Come se avessimo tante occasioni di mettere vestiti buoni!”rise Anne. “Soprattutto con questo tempo. Ma grazie, ringrazia molto la tua mamma.”
“Credo che Henriette voglia salire in camera da suo fratello.” Asserì François.
“Ma sì, sì certo, vai pure.” Le concesse la donna, gentilmente. “Vai sempre dritta per il corridoio, la sua é l’ultima stanza in fondo.”

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