Nocturnales 4/53

La femme d’un dieu.

”ÉLÉONORE: É inevitabile, amore mio: ero felice grazie alla tua sofferenza. Ti contorcevi nel dolore tra gli spasmi della malaria, ma io ti ho avuto qui con me per intere ore, addirittura per interi giorni ed intere notti. La malattia non ti ha affatto reso più brutto: quell’espressione di tragica passività ti rende magnifico. Mi sono seduta accanto e ho imparato i tuoi lineamenti a memoria”

The Danton Case, S. Przybyszewska.

 

 

“Ecco la cittadina Robespierre, che si aggira anche quest’oggi in cerca di sangue.” Due detenute schernirono Éléonore mentre passeggiava per il cortile della prigione per la sua ora d’aria.

Il cortile del carcere femminile era stretto fra alte mura di pietra nuda, che avevano un’aria lurida e dismessa, come se fossero state sul punto di soccombere da un momento all’altro alla furia delle intemperie. Le pareti portavano ancora delle chiazze rossastre, ultima memoria dei prigionieri massacrati nel settembre 1792 della vecchia era. Nessuno si era curato di rimuoverle, lasciando che l’umido e la pioggia facessero il loro corso e d’altronde, non erano forse un monito della fine che molti prigionieri avevano fatto, massacrati dal popolo o giustamente consegnati alla giustizia?

Il pensiero di quei massacri, della forza violenta della massa che uccide rabbiosa e cieca, provocò un fremito di indignazione nella giovane donna. Certo, coloro che avevano guardato in silenzio e favorito quei massacri, avevano poi avuto il coraggio di dirsi Indulgents, gli Indulgenti, coloro capaci di perdono, ma soltanto quando avevano percepito il sibilo della lama troppo vicino al loro collo.

Ed invece chi aveva l’ideale di operare per il meglio della Rivoluzione, per la felicità dei Francesi, era stato condannato come beuveur de sang.

Éléonore sospirò, cercando di dominare la rabbia e continuò la sua passeggiata a passi larghi, ripetendo nuovamente il giro del cortile. Anche lì a la Pétite Force, dove viveva da quando l’avevano imprigionata, aveva cercato di mantenere per quanto le fosse possibile, gli stessi orari che aveva a casa. Si alzava la mattina verso le otto, com’era solita fare nei giorni felici nei quali aiutava sua madre nel mantenere la casa in ordine, si dedicava, per quanto possibile, alla cura della sua persona, poi ingannava il tempo leggendo i pochi libri che era riuscita ad avere là dentro -regalo di altri detenuti o della benevolenza di qualche guardia-, recitava qualche preghiera all’Être suprême, poi consumava lentamente la sua fetta di pane (quando ve n’era) e nel pomeriggio usciva nella corte delle donne a respirare un po’ d’aria. Quando rientrava, metteva in ordine la sua cella e passava il resto del tempo a pensare e a dialogare con le anime immortali. Certo, finché sua sorella e suo nipote erano stati nella sua stessa prigione, aveva dedicato ore alla cura del nipote, a rendere la vita più facile e possibilmente meno pesante per la sorella, ma poi qualcuno le aveva volute separare, forse pensando che insieme potessero essere troppo pericolose.

Adesso, invece, la sua routine era rotta soltanto dalle sporadiche chiacchiere di qualche guardia che l’aveva in simpatia e le chiedeva qualche aneddoto.

“Guardatela, com’é superba. Scommetto che nella sua cella gioca con una ghigliottina immaginaria.” Lo sputo di una detenuta le colpì un lembo del vestito, ma lei, impassibile, si limitò a rivolgerle uno sguardo glaciale.

“Ehi, voi!” una guardia urlò al gruppetto donne.”Lasciate in pace la veuve. Cittadina, é meglio che rientriate nella vostra cella.” Le si rivolse, offrendole aiuto nel risalire le scale. Éléonore lo guardò con occhi impietosi, senza mostrare riconoscenza alcuna. Cosa pensava, che lei da sola non ce l’avrebbe fatta a difendersi da quelle femmes de mauvaise vie? Chausel le faceva quasi un po’ pena. La guardia, alta e magrissima, vestiva una giacca della Guarde Nationale evidentemente tagliata per qualcuno molto più muscoloso di lui. Il viso roseo, contornato da corti riccioli biondo-rosso, era coperto da piccole bolle rosse ed efelidi, che ne denunciavano la giovanissima età. Quanti anni poteva avere? Diciassette, diciotto?

“Grazie, cittadino Chausel.” Ringraziò lei, elargendo un sorriso bonario. “Ci sono notizie per me?”

“Tua sorella, cittadina, é stata liberata qualche giorno fa.”

“Che fortunata notizia!”esclamò, lasciandosi andare ad uno slancio di commozione. “E dimmi cittadino, hai per caso notizie anche di mio padre, mio fratello e mio cugino?”

“Un mio amico lo ha visto al processo di Foquier, lo stanno ancora ascoltando, ma solo come testimone. Gli abbiamo fatto arrivare tue notizie cittadina.”

“Grazie, sei un vero patriota, Chausel.” Il giovane la accompagnò con deferenza alla sua cella, con la stessa dignità che si riserva ad un’anziana matrona.

“Cittadina, posso chiederti ancora una cosa?” le chiese timido. Lei scosse il capo con inaudita gravità. “É vero che ti chiamano Cornelia come la matrona romana? É vero che quel soprannome ve lo ha dato proprio Lui?”

“É tutto vero, Chausel. Ed i miei gioielli sono tutti i veri patrioti di Francia.” Chausel arrossì per l’onore, si scusò di dover continuare il proprio turno di guardia e scomparì alla vista. Quando fu finalmente sola, la donna si lasciò andare pesantemente sul letto. Si guardò le mani bianche e affusolate e si lasciò sfuggire un sospiro.

Si sentiva vecchia, vecchia quanto il mondo, una matrona nata veramente al tempo della Repubblica romana. Adesso capiva davvero cosa fosse quella spossatezza che sempre a periodi affaticava Maxime, forzandolo con gran rimorso, a star lontano dalla guida degli affari pubblici. “É qualcosa che mi divora dall’interno, Cornélie, che si attacca non solo alle mie spoglie mortali, ma alla mia Razionalità, l’attanaglia, la confonde e così mi addolora sempre più.” Così le ripeteva sempre lui, quando quella malattia senza nome, alla quale neppure la Scienza aveva saputo trovar rimedio, lo stritolava nella sua morsa. E lei, che all’epoca era felice ed ignara del mondo, non lo aveva mai compreso interamente, pensava che quel suo lamentarsi dei mesi che parevano anni, fosse un’esagerazione del suo animo così sensibile. Invece, doveva ammettere adesso, era la realtà: il secolo la conosceva ancora come una donna di ventisette anni, ma lei sapeva bene di essere una creatura millenaria.

Ventisette, ventisette, numero ingrato, il numero in cui, secondo il vecchio calendario, tutto era finito, l’ultimo giorno in cui aveva guardato son Amour lasciare la sua stanza per mai più farvi ritorno.

Ventisette, gli anni del petit monstre quando era salito sul patibolo, il più dignitoso di tutti, così le avevano raccontato. Sorrise al ricordo del nomignolo col quale era solita riferirsi al suo coetaneo: petit monstre, bricconcello, qualcuno estremamente fastidioso, ma, in fondo, da non prendere troppo sul serio. Gli aveva affibbiato quel nome prima ancora di conoscerlo, perché la sua fama lo aveva preceduto.

Non soltanto Maximilien, durante le elezioni, non faceva altro che parlare, con un tono che prima di allora aveva sempre riservato soltanto a Camille- di quel giovane e talentuoso provinciale che ben presto la avrebbe raggiunto a Paris, ma anche Lucille Desmoulins, che all’epoca accompagnava spesso il marito a casa Duplay, non si era fatta sfuggire l’occasione di istruire Cornelia sul petit Antoine, quello scolaretto presuntuoso e alquanto indisciplinato. Da allora la giovane aveva deciso di affibbiare allo sconosciuto, per il quale già covava una strana gelosia, il nomignolo di petit monstre.

In breve nei due anni di frequentazione, Éléonore e Antoine avevano continuato a stuzzicarsi a vicenda, lei a chiamarlo con quel nomignolo dietro le spalle, ben sicura che una delle sue sorelle glielo avrebbe subitamente riportato (e non c’era cosa più fastidiosa per Antoine che non essere preso sul serio!), lui che insisteva nel chiamarla col proprio nome Éléonore davanti a tutti, quando tutti gli amici e familiari la chiamavano solo e soltanto Cornélie.

La donna raccolse le mani e chiuse gli occhi, scossa dai tremiti e giunse le mani al petto. Pregò che l’Essere Supremo, qualunque che fosse il suo nome, riservasse il miglior trattamento alle anime dei suoi giusti defunti, che desse loro la serenità e la felicità che non avevano avuto rispetto e li sollevasse dalle angosce che li avevano dominati da vivi.

Le sembrò di rivedere la sua buona madre raccomandarle Babette, il piccino e tutte i familiari ancora vivi.

Che bel posto che le sembrò quello dove le anime immortali si ritrovavano, come un giardino fatto di nuvole e luce, come i quadri di quel Rinascimento che Éléonore, quando era ancora una studentessa di pittura, ammirava così tanto. E come sembrava bella e giovane sua madre, sollevata dalla fatica degli anni! E là in quel mondo senza tempo poteva abbracciarla e lei le accarezzava i capelli e le dimostrava tutto l’affetto che le aveva dimostrato in vita, ma ancora più caloroso, più entusiasta.

Un attimo dopo Antoine, i capelli scarmigliati a coprire parzialmente gli occhi, la prese per mano con un sorriso disteso che lei in vita non gli aveva mai conosciuto, e le sussurrò:

“Ti aspetta.”

“Ti stai prendendo cura di lui come farei io?” le chiese ansiosa, perché Maxime ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui, di qualcuno che gli prepari da mangiare e gli ricordi di nutrirsi e di dormire, qualcuno che gli stia accanto e in qualche modo lo rassicuri.

Non fece in tempo a sentire la risposta che lo vide. Era splendente, magnifico nel vestito azzurro che…

 

“Cittadina Robespierre!” si ritrovò le mani sudate di Chausel sulle spalle, trasalendo. Aprì gli occhi, pesanti come fossero stati sigillati con la cera. Le ci volle ancora qualche minuto per realizzare che giaceva sul pavimento.”Sono venuto due volte a portarti la cena e non mi hai risposto. E adesso ti ho trovato svenuta in terra e bruci di febbre, cittadina!” Il giovane la aiutò a rialzarsi, ma le gambe non sembravano voler collaborare. A stento trovò il pagliericcio e si mise pesantemente a sedere.

“Cerca di riposare cittadina e poi mangia qualcosa.” Le raccomandò Chausel, prima di andarsene per il suo giro notturno.

Éléonore non riusciva a prendere sonno, gli annebbiati ricordi della visione che aveva avuto poco prima continuavano a tormentarla. Non era la prima volta che sogna quei Campi Elisi, dove le anime, con le stesse sembianze dei loro corpi, ma più splendenti, trascorrevano la loro nuova vita e tutte le volte riusciva ad interagire con alcune di loro, ma Maxime le sfuggiva sempre. Perché lui non le parlava? Perché non riusciva mai ad abbracciarlo? Era forse arrabbiato con lei per qualche motivo? Éléonore si portò la mano al collo e da sotto la veste tirò fuori il medaglione che da più di due anni portava al collo. All’interno, il volto del suo amato che la guardava con i suoi luminosi occhi verdi: anche nell’oscurità della prigione riconosceva il suo sguardo, tante volte aveva contemplato quell’immagine, accarezzandola delicatamente col mignolo per paura di rovinarla. Si passò la mano sinistra tra i lunghi capelli mogano, immaginando che fosse la mano del suo amato a toccarli, sussurrandole all’orecchio quanto fossero morbidi e lucidi.

“Cornélie” la chiamava con voce dolce “Ma Cornélie…”

Si addormentò di un sonno tormentato, coricandosi su un fianco, il medaglione ancora stretto nella mano destra. Doveva proteggere la sua sorellina ed il suo nipotino, resistere al carcere e uscirne fortificata per poterli proteggere entrambi. Che avrebbero fatto altrimenti Babette ed il piccolo Philippe senza di lei? Eppure a volte si sentiva così stanca che voleva solo morire… ma non poteva cedere adesso, non doveva.

Chi avrebbe ricordato Maximilien come meritava? Chi avrebbe testimoniato con la propria stessa vita la verità dell’uomo più giusto del mondo, la cui memoria uomini senza virtù cercavano di infangare?

Una donna in bianco le si avvicinò, con grave serietà, il passo lento ed inesorabile, scandito dal fruscio del peplo. I capelli e la testa, portata fieramente in alto, era coperto da un velo di colore scuro, quasi una matrona romana che portasse un lutto moderno. Così decisa, così fiera di una bellezza che incuteva rispetto: Éléonore riconobbe in lei Cornelia. La donna la guardò con sufficienza, quasi senza vederla. Lei pregò che le parlasse, spiegandole il motivo di quella subitanea venuta, ma niente, la donna rimaneva impassibile a guardarla.

Cornelia degli Scipioni era rimasta vedova di un grande uomo, Tiberio Sempronio Gracco, che le aveva lasciato due figli, Tiberio e Gaio Gracco. La madre li aveva educati alla Virtù, alla Libertà, alla Giustizia e alla Difesa degli oppressi.

Haec ornamenta mea era solita rispondere alle altre matrone che si pavoneggiavano dei propri averi e rimproveravano a lei la sua austerità, i miei figli sono i miei gioielli.

Divenuti adulti e rappresentanti del Popolo, in nome di quei giusti ideali, i Gracchi per primi avevano tentato una rivoluzione a favore del Popolo oppresso, ed erano stati i primi ad essere martiri dell’Uguaglianza.

L’austera Cornelia, dopo aver perduto i suoi due figli, sola in un mondo di uomini, aveva dedicato la propria vita al loro eroico ricordo, facendo dell’orgoglio l’unico lusso di una vita frugale.

Cornelia e Cornélie, non erano forse legate da uno stesso destino?

Che importava se lei non aveva mai avuto un anello al dito o una cerimonia in comune? Quella mancanza di formalità rendeva tutto più forte, legato soltanto all’intensità del sentimento. Poteva essere madre e moglie allo stesso tempo. Non era forse stata proprio questo negli ultimi tre anni della sua vita? Si era occupata di lui con tutta la dedizione della quale era capace, cercando il modo per rendere la sua vita più libera possibile da tutte le cure materiali, preoccupandosi di mantenere i suoi vestiti in ordine, stirando i colletti delle camicie immacolate, profumando le lenzuola con la lavanda. E come si preoccupava, sapendo perfettamente il momento in cui lui avrebbe lasciato la propria camera, di entrarvi e rimuovere la più piccola traccia di sporco o di polvere, qualsiasi minuscola imperfezione che potesse danneggiare il suo delicato respiro. Voleva che non gli mancasse nulla, che sul tavolo di legno ci fosse sempre un vaso di fiori freschi, che il camino, a cui lui non badava, stesse acceso durante i giorni crudi dell’inverno, che ci fossero sempre arance e dolcetti per quando sarebbe rientrato.

Come una tenera madre gli era rimasta accanto nei giorni di malattia, sorvegliando ogni variazione e tenendosi l’ansia nel cuore, mostrandogli solo un sorriso rassicurante, dolcemente assecondandolo nei deliri della febbre.

Moglie, gli aveva tenuto compagnia nelle notti solitarie, si era prestata volentieri ad ascoltare in anteprima i suoi discorsi, una, due o dieci volte, con paziente solennità, senza adulare, ma dandogli tutto il supporto del quale lei era capace.

Non rimpiangeva che il tempo per loro fosse stato breve, non rimpiangeva di avere segretamente goduto dei suoi momenti di forzato riposo, aveva volentieri sacrificato una vita ordinaria, un galante corteggiamento e un matrimonio affrettato in vista dell’eccezionalità del suo promesso sposo. Perché sapeva che quando tempi migliori sarebbero venuti lui l’avrebbe sposata e gli avrebbe dato una casa e dei figli, era iscritto nella natura delle cose, così come all’Inverno segue immancabile la Primavera. In cambio lui le aveva regalato accesso alla sua più profonda umanità e le aveva dato il privilegio dei segreti che solo una moglie conosce.

La perversione e la malvagità dei traitres, dei nemici contro i quali son Amour aveva tanto combattuto, l’avevano precipitata nel ruolo di veuve e quello avrebbe adempiuto con la stessa gioia e la stessa devozione, fino alla ricongiunzione finale delle loro anime immortali

Cornelia, Cornelia. Doveva fare onore al nome che portava, forse negli ultimi mesi si era troppo scoraggiata, non aveva combattuto abbastanza. Aveva lasciato -orrore!- che la Virtù in lei fosse indebolita dal dolore e dalla disperazione.

Sì, quello era il suo destino: vivere la memoria di suo marito e renderle omaggio col suo esempio, essere perfetta come lui l’avrebbe voluta.

Finalmente era sicura che Maximilien sarebbe tornato in sogno da lei e finalmente si sarebbero ritrovati sotto lo sguardo benevolo e incoraggiante dell’Essere Supremo.

 

 

Note:

Innanzitutto grazie a tutti coloro che hanno letto e commentato!

Mi rendo conto che con questo capitolo, che conclude la presentazione delle nostre protagoniste, entriamo già nel vivo della trama e della Storia, perdonatemi quindi la serie di note.

 

La Pétite Force era l’ala femminile della prigione della Force, una delle prigioni più famose della Rivoluzione, dedicata specialmente ai prigionieri politici. É qui che avvennero alcuni degli episodi più sanguinosi dei Massacri di Settembre (2-4 settembre 1792).

Gli accenni agli avvenimenti storici dell’anno I e II verranno spiegati in dettaglio nei prossimi capitoli, quindi se per ora vi restano un po’ oscuri, abbiate pazienza!

 

Cornelia e i Gracchi: La citazione latina viene da Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX ,4.4.4. I Gracchi, eletti tribuni della plebe, tentarono una riforma agraria di redistribuzione delle terre Per saperne di più: i Gracchi: http://it.wikipedia.org/wiki/Gracchi Cornelia: http://it.wikipedia.org/wiki/Cornelia#cite_note-0

Per gli Illuministi prima, per i Rivoluzionari poi , l’operato dei Gracchi (perlopiù conosciuto attraverso la narrazione di Plutarco) fu assunto a simbolo della giustizia sociale e dell’uguaglianza. In particolare la riforma agraria da loro promossa fu fonte di ispirazione per la politica economica dei Giacobini nell’anno II (i due decreti di Ventoso presentati da Saint-Just, che prevedevano la ridistribuzione dei beni -specialmente della proprietà terriera- dei condannati ai patrioti indigenti). Si comprende bene come secondo questa lettura i Gracchi siano stati considerati gli antenati del Socialismo.

 

Éléonore `Cornélie’ Duplay (1768-26/07/1832):  Éléonore non lascia nessuno scritto, ma tutte le fonti sono concordi nel dire che dopo il 9 Termidoro non cessò mai di portare il lutto per il suo “promesso sposo” e ne conservò con orgoglio la memoria fino alla sua morte. Sappiamo poco della sua biografia e molto dobbiamo alle memorie della sorella. Studentessa d’arte, prima nell’atélier di Regniault, poi di David, era molto colta e di carattere grave. Abbiamo due tradizioni discordanti sulla sua storia dopo il 9 Termidoro: alcune fonti dicono che fu lasciata libera, ma decise spontaneamente di farsi incarcerare per assistere la sorella, altre fonti parlano di un suo incarceramento perché ritenuta politicamente pericolosa, insieme al resto della famiglia (questa é la versione di Elisabeth nelle sue memorie e quella che seguo nel racconto). Fu sepolta nel cimitero del Pére Lachaise, dove la sua tomba é ancora visibile.

Le fonti non sono concordi su chi effettivamente le attribuì il soprannome `Cornélie’.

La natura del suo rapporto con Robespierre resta fumosa: se dopo la morte di lui, fu riconosciuta da parte dell’opinione pubblica come la sua vedova o come la sua amante, dall’altra nessuno dei due protagonisti ha lasciato nessuna testimonianza di questa relazione. Charlotte Robespierre nelle sue mémoires nega in maniera assoluta che ci fosse alcun legame, mentre Elisabeth Duplay, al contrario sostiene che i due fossero promessi sposi.

Letteratura, cinema, teatro: La figura di Éléonore é spesso citata nei romanzi sulla RF.

In The Jacobin Daughter é disperatamente innamorata di Robespierre, ben sapendo che questi non la ricambia e non la sposerà mai, in A place of greater safety di Hilary Mantel, la ragazza é spinta dal padre Maurice a soddisfare i bisogni carnali di Maximilien, il quale é tutt’altro che contento di trovarsela nuda a letto.

Nella pièce teatrale The Danton case di Stanislawa Przybyszewska, Éléonore é ritratta in maniera simpatetica, come una donna devota alla causa rivoluzionaria, che ha accettato il compromesso di immolare se stessa e la propria femminilità all’Incorruttibile (a sua volta Robespierre, per esorcizzare i propri sentimenti d’amore, la relega a status di oggetto sessuale).

Éléonore ha trovato la sua più famosa rappresentazione cinematografica nel Danton di Wajda (1983), come la governante/megera/amante dell’Incorruttibile. Per quanto il personaggio sia funzionale alla trama e al simbolismo del film, é completamente antistorico; non sorprendetevi se il mio ritratto del personaggio sarà molto diverso.

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