Nocturnales 3/53

Survivre

 

Oh mon frére, tu ne prévojais pas … qu’un jour ta malheureuse soeur, victime du même préjugé serait persécutée et honnie parce qu’elle appartient à ce Robespierre, le plus vertueux des hommes, que la calomnie a défiguré et fait passer pour un coupable, pour un monstre.

Charlotte Robespierre, Mémoires sur mes frères.

Charlotte

Charlotte Robespierre (attribuito a David)
Paris, Aprile 1795/Germinal III

“Ti trovo bene, cittadina Carraut.” Joseph Fouché salutò Charlotte, offrendole il braccio. L’uomo, alto e robusto, era sempre una bella presenza, nonostante le ultimi vicissitudini gli avessero regalato vistose rughe attorno alla bocca e agli occhi. Il mitrailleur de Lyon si era trovato in meno di un anno da autore del colpo di stato di Termidoro a essere sotto accusa per la sua ferocia e adesso si vociferava che si fosse alleato con Babeuf a altri neo-giacobini, che costituivano la strenua, seppur minoritaria, opposizione al governo.

Joseph non si vergognò di squadrare attentamente la donna dalle mille identità: la zitella nipote di un povero birraio fiandrino, l’orgogliosa sorella di due convenzionali, l’innocente e patriottica sorella del Tiranno. Chissà quale identità aveva scelto oggi: con Charlotte non si trattava di veli o maschere, ma di identità diverse alle quali lei credeva allo stesso modo. Minuta di statura, ma formosa, aggraziata e composta come si addice ad una donna ben educata, i capelli rosso castano, folti, cotonati e incipriati secondo la moda di dieci anni prima, il naso leggermente aquilino, ad attirare l’attenzione di Joseph erano sempre stati quegli occhi verde chiaro, dalla forma leggermente allungata. Charlotte era sempre stata la somma dei suoi fratelli: del minore anticipava la rotondità del viso e la generosità della corporatura, dal maggiore aveva preso il sorriso felino e la rigidità dei movimenti.

“Preferirei che tu mi chiamassi col mio cognome.” Chiarì la donna, con un tono secco e perentorio. Prese il braccio di lui con riluttanza, quasi come se la manica della sua giacca cremisi fosse unta, ma poi vi si strinse forte. Joseph ripensò a tute le donne della Rivoluzione che aveva conosciuto, donne forti, che per amore -di un uomo, di un’idea o di entrambi- avevano affrontato la prigionia o la morte con estrema dignità, dimentiche di appartenere al sesso debole. Charlotte non era di quello stampo. Lei aveva preferito la vita alla memoria, non aveva esitato a rinnegare formalmente i suoi fratelli pur di uscire di prigione: forse questo la rendeva meno eroica, ma certamente molto più umana. In fondo avevano qualcosa in comune, loro due; per questo lui aveva pensato, due anni prima, che sarebbero stati un’ottima coppia.

“Cittadino Fouché, perché volevate vedermi?” gli chiese brusca, come se non avesse avuto tempo da perdere, accelerando il passo per il viale polveroso delle Tuileries. Si atteggiava come se quell’incontro a metà pomeriggio l’avesse distratta da ben più importanti occupazioni e solo per una gentile concessione si fosse presentata all’appuntamento.

“Cittadina Robespierre.” il deputato esitò nel pronunciare quel nome così deplorevole “Charlotte, non vedo perché il motivo di tanta formalità. Ci chiamavamo per nome una volta.” Prima che lei potesse rispondere con altre parole acide continuò:  “Ho qui con me la prima metà dello stipendio di tuo fratello maggiore. Sapevi che nell’ultimo anno non aveva mai ritirato quanto gli fosse dovuto?”

“Maximilien non ha mai avuto nessun attaccamento per il denaro. Né per le cose materiali in generale.” Rispose Charlotte, guardando il cielo chiaro. “Ma non voglio la carità della Convenzione.” Joseph non si stupì di quella risposta idealistica, ma conosceva abbastanza bene Charlotte da sapere che avrebbe potuto farle cambiare idea abbastanza facilmente.

“Questa é l’eredità di tuo fratello. Sono sicuro che la sua vedova sarà ben lieta di accettarla.” Le sussurrò l’uomo, sapendo perfettamente come scatenare la gelosia di Charlotte.

“Augustin e Maximilien sono morti celibi entrambi. Io sono la loro parente più stretta.” Le guance di lei si tinsero di rosso, la voce assunse toni acuti.

“A me risulta una cosa diversa.” La aizzò ancora una volta Joseph, sapendo di suscitare in lei un’antica gelosia. Charlotte era stato uno dei pettegolezzi più gustosi dell’anno II, tutta la Convenzione sapeva bene dei suoi clamorosi dissapori con Marie Duplay, presso la cui famiglia Maximilien alloggiava. Più volte i vicini avevano sentito le due donne litigare a voce così alta che dalla strada si potevano sentire le urla e le recriminazioni. E che cosa potevano mai contendersi le due megere se non l’onore di ospitare e prendersi cura dell’Incorruttibile? Joseph ebbe quasi un moto di pietà al pensiero del collega così carismatico e determinato nella vita politica eppure in balia degli altri nella vita privata. Come se non fosse bastato già quel dongiovanni di Augustin Robespierre con le sue avventure romantiche a dargli motivo di preoccupazione.

“Éléonore Duplay può sostenere quello che vuole, ma sono solo le fantasie di una povera ragazza. Non c’é mai stato alcun fidanzamento, figuriamoci un matrimonio, poi!” esclamò infervorata. Donne, pensò Joseph, non ti lasciano in pace neppure da morto.

“É tutta colpa di quell’intrigante di Marie Duplay che andava in giro a diffondere queste calunnie e a metter strane idee in testa alla sua povera figlia.” Continuò Charlotte con la ferocia di chi infierisce sul nemico ormai prostrato a terra.

“Cercherò di farti ottenere il resto il prima possibile.” Le sussurrò Joseph quasi con affetto, allungandole una busta sgualcita. “Non mi dimenticherò di te, Charlotte, stanne certa.”

“Grazie, Joseph.” L’uomo le strinse la mano in segno di affetto e gliel’avrebbe quasi baciata, se non fosse stato intimorito dalla possibile reazione della donna: forse nella sua scala di valori verginali il baciamano di un vecchio amico era un atto troppo ardito.

“Devo andare. Abbi cura di te.” Le disse, mentre già si allontanava verso l’assemblea.

Charlotte si avviò a grandi passi verso il fiume, cercando riparo in una delle vie laterali dei giardini, come per sfuggire ad una folla immaginaria.

Si sentiva osservata, spiata, aveva paura di qualunque faccia le venisse incontro. Quella sensazione non l’aveva abbandonata più da quella notte di Termidoro, aveva paura che qualcuno la riconoscesse e l’aggredisse. Aveva paura che qualcuno si scagliasse contro di lei con sputi e con insulti, che una folla inferocita le venisse incontro e la facesse a pezzi. In fondo non era quello che era successo alla sua vecchia nemica Marie Duplay? Trucidata in carcere dalle altre detenute perché amica del Tiranno. Svestita, oltraggiata, picchiata e graffiata finché non aveva respirato. E poi, per sommo spregio, il cadavere impiccato ad una corda di stracci appesa alle inferriate, lasciato lì in bella mostra per due giorni finché le guardie non l’avevano tirato giù e buttato in una fossa comune.

Perché lei avrebbe dovuto aspettarsi un destino diverso? É per quello che aveva deciso di rinnegare, per uscire fuori da quell’inferno prima di uscire da lì cadavere. E certo quella scelta infelice, adesso lo capiva, l’aveva esposta ad un nuovo pericolo. Adesso non solo i nemici dei suoi fratelli la volevano morta, ma anche i pochi amici rimasti. Per ora si poteva ritenere fortunata che, a quanto riportavano le voci di quartiere, sempre ben informate su tutto, quella Furia di Éléonore era ancora in carcere perché sicuramente, se si fossero incrociate per strada, la giovane sarebbe stata la prima a cavarle gli occhi.

Infine Charlotte trovò riparo su una panchina all’ombra e si lasciò andare pesantemente, senza più forze. Tolse da sotto lo scialle nero la busta, stringendola in mano, senza il coraggio di aprirla. Il respiro le mancava, sentiva la gola stringersi in un nodo. Quando la notte era assalita da quegli attacchi, recitava le preghiere che aveva imparato da bambina finché non si addormentava, ma adesso era così confusa che non riusciva a cominciarne nessuna. Era come se potesse sentire i rimproveri duri di Maxime, con la voce sciupata che aveva suo fratello nelle ultime settimane di vita, dirle: “Charlotte, mi hai deluso anche stavolta, non riesci mai a imparare niente.” La stessa frase che lui le rivolgeva anni fa, quando le correggeva i compiti o la rimbrottava per aver sbagliato a coniugare un verbo.

Lasciò andare la testa in basso, respirando forte. Guardò le ombre delle foglie sul selciato muoversi al ritmo del vento, come una moltitudine silenziosa, cercando di calmarsi.

Nelle domeniche di gioco quando era bambina amava stare seduta sotto il grande albero davanti alla casa del nonno, respirando il profumo di resina e guardando la danza delle ombre. Erano principi e principesse ad una corte immaginaria, animali fantastici, donne e uomini dell’antichità che festeggiavano insieme qualche avvenimento felice. Oppure a volte era la riunione di una famiglia felice che si stringeva di volta in volta attorno al figlio maggiore che si laureava, alla figlia maggiore che si sposava o alla nascita del primo nipote. Passava ore felici, inventando tutti i dettagli per quelle storie che avrebbe più tardi raccontato con voce soffusa e dolce ai suoi fratellini, Bonbon ed Henriette, aspettando l’ora di cena. Non si deve fare confusione, Maxime deve finire i suoi compiti, non va disturbato.

Le sembrò che i suoi trentacinque anni le ricadessero improvvisamente sulle spalle, si appoggiò all’albero e cominciò a piangere le lacrime che tratteneva da quasi un anno.

 

***

“Charlotte!” Louise le corse incontro e la abbracciò forte. “Avevo paura che ti fosse successo qualcosa.” La ragazzina notò che la donna doveva aver pianto, anche se aveva fatto del suo meglio per rimuovere ogni traccia.

“Tuo padre é tornato?”le chiese, accarezzandole i lunghi capelli biondo cenere.

“Non ancora.” Rispose Louise, per niente rassicurata. Prese Charlotte per mano e la condusse in camera, facendola sedere. Charlotte si lasciò andare sul materasso, togliendosi lo scialle e ripiegandolo con cura. Estrasse la busta dal suo giustacuore e lo allungò alla ragazzina. Louise guardò la busta.

“Posso aprirla?”Charlotte le fece cenno di sì con la testa. “É una parte dello stipendio di mio fratello.” Le spiegò, chiudendo gli occhi.

Tatie…” Louise la abbracciò forte, cercando di scacciare il dolore che sapeva la consumava dentro. Charlotte era stata sfortunata, più sfortunata ancora di lei.

Louise aveva perso la madre e un fratellino, che non aveva fatto in tempo a venire al mondo, ma era così piccola quando era accaduto che di sua madre non ricordava quasi nulla e suo padre aveva rimosso ogni immagine della moglie. Per i primi nove anni della sua vita era cresciuta senza una figura femminile accanto: certo, le vicine a volte si erano occupate di lei e le suore le avevano insegnato a leggere e a scrivere, ma soprattutto era stato suo padre a starle sempre vicino. Finché non era arrivata quella provinciale dall’aspetto austero, ma dal cuore tanto buono, la sua Tatie, che veniva dallo stesso posto della mamma e che della mamma era stata amica. Tatie che, le aveva raccontato suo padre, era orfana di padre e di madre, Tatie che a più di trent’anni non si era ancora sposata. Louise aveva subito provato simpatia per lei, nonostante i suoi modi a volte scostanti. Quando era venuta ad abitare sotto il loro tetto, Louise ne era stata più che felice: finalmente qualcuno col quale parlare e andare al mercato! Charlotte si era rivelata ben presto più di questo, Charlotte si prendeva cura di lei e di suo padre, preparava loro la cena, teneva la casa in ordine, la viziava come nessuno l’aveva mai viziata.

E parlava, amava il suono della propria voce Charlotte. Le aveva raccontato storie della sua infanzia, di un passato bucolico -le piaceva ripetere quella parola “bucolico”, era stata proprio Charlotte a spiegargliene il significato- e felice, nonostante i poveri mezzi. E parlava sempre dei suoi due fratelli, entrambi uomini di legge, entrambi patrioti importanti. Louise aveva presto capito come la donna li amasse entrambi e, nella sua mente ancora bambina, era stata gelosa quando Charlotte se n’era partita insieme a Bonbon per Nice o quando, per un breve periodo, aveva lasciato la loro casa per andare a vivere col fratello minore. Aveva segnato nel suo diario il giorno in cui era tornata da loro per rimanere.

Charlotte con uno scatto raddrizzò la testa e guardò Louise con tenerezza e determinazione.

“Dobbiamo preparare la cena per tuo padre, Louise. Hai fatto le commissioni che ti avevo chiesto, mon choux?” le poggiò delicatamente una mano sulla testa.

OuiTatie.” Charlotte le fece un piccolo sorriso, si alzò lentamente dal letto e si sciacquò il viso, per lavare ogni traccia di sconforto.

“Bene, ma chérie. Prepareremo una zuppa calda per tuo padre.” Dispose, riprendendo piena padronanza di sé e dirigendosi con passo deciso verso la cucina.

Casa Mathon non era troppo grande, ma più che decente per gli standard parigini. La famiglia viveva al primo piano di un palazzo nel faubourg Michel, poco distante dalla Senna. Il quartiere -che era stato una volta il quartiere dei Cordeliers- era molto elegante e Charlotte lo amava. La casa aveva una grande cucina, due camere ed un salotto. Sul salotto si apriva un piccolo balcone che dava su una corte fiorita. Quando era sola in casa Charlotte amava aprire le finestre e far entrare il profumo del giardino nella stanza.

Tatie, vanno bene le carote tagliate a questo modo?” le chiese Louise, cercando di attirare la sua attenzione.

“C’est bon.” Le rispose lei. “Hai fatto le tue letture questo pomeriggio?” Adesso che non c’erano più istituzioni monastiche ad occuparsi dell’istruzione femminile e le scuole repubblicane, tranne rare eccezioni, giacevano come lettera morta nelle carte del Comitato per l’Istruzione Pubblica, Charlotte si era presa l’incarico di aiutare la piccola Louise nel completare la sua istruzione, spronandola a leggere autori adatti alla sua formazione e ad esercitare un po’ la scrittura.

Oui, Tatie.” Rispose ubbidiente, Louise. Quanto amava che Charlotte si interessasse alle sue attività! La faceva sentire così importante e ben voluta!

“Che cos’hai letto questo pomeriggio?” le domandò ancora, finendo di versare le patate nella pentola.

“Alcune storie dalla Histoire de Rome che mi hai regalato. Ho letto la storia di Lucrezia, che mi é piaciuta tantissimo. Le donne romane erano proprio delle eroine!” esclamò con entusiasmo. Louise adorava quel libro, rilegato in rosso, che Charlotte le aveva regalato quando era tornata da Nice. Louise lo custodiva con gelosia sotto il proprio cuscino e ogni volta che si sentiva un po’ triste o demotivata ne rileggeva la dedica, scritta in una calligrafia rotonda che le sembrava graziosa ed elegante “À ma petite Louise.”. Leggere quelle parole la rincuorava sempre, perché una cosa é sentirselo dire che qualcuno ti vuole bene, un’altra é vederlo scritto: la scrittura si conserva, non può svanire come un sogno.

“La mia preferita però é Cornelia, la mamma dei Gracchi.” Continuò la ragazzina. Charlotte sospirò, Cornelia continuava a perseguitarla ovunque quel giorno. “Doveva essere proprio una mamma buonissima.” Il rumore dello scrocco ed il cigolio del legno sospese la loro conversazione: Mathieu Mathon era rientrato.

Note:
Charlotte Robespierre lasciò delle memorie, dalle quali é tratta la citazione in calce al capitolo. Furono scritte in vecchiaia, per incitamento di un giovane neo-robespierrista, Albert Laponneraye. Le sue memorie sono classificate unanimamente come scarsamente attendibili (vedi per esempio S. Luzzatto, Il Terrore ricordato, Torino 2000.
Per chi ne avesse la curiosità l’edizione originale (edizione Laponneraye) di queste memorie é disponibile nel dominio libero su Googlebooks. Ne esiste anche una traduzione italiana (che esclude la prefazione di Laponneraye) Memorie sui miei fratelli, Palermo, 1989.
Carraut era il cognome da nubile della madre dei fratelli Robespierre, figlia, appunto, di un birraio delle fiandre francesi. Della famiglia Mathon, invece, sappiamo poco o nulla.
Per saperne di più su Joseph Fouché, responsabile con Collot d’Herbois dei massacri di Lione, termidoriano, poi bonapartista vi consiglio di partire da Stefan Zweig, Fouché, Como, 1991.

Il capitolo esce in anticipo, rinnovando una tradizione del lj, come piccolo omaggio per la data di nascita di uno dei protagonisti, Saint-Just (25/08/1767-28/07/1794). Spero di riuscire a fare la stessa cosa per tutti i protagonisti (quelli almeno dei quali la data di nascita é conosciuta).

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