Settembre, un nuovo inizio.

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Questo blog si trasferisce.

Non è esattamente una chiusura, ma una nuova partenza. Un nuovo sito, un nuovo nome, ma sono sempre io a scrivere.

L’avventura di Organt finisce qui, si riparte da Rosso Arcobaleno.

Per chi mi segue tramite wordpress.com o tramite mail non dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) cambiare nulla, perché riceverete in automatico tutti gli aggiornamenti. In ogni caso il nuovo indirizzo che potrete aggiungere ai vostre feed è http://www.rossoarcobaleno.it

Questo blog rimarrà online ancora per una settimana, poi i contenuti saranno cancellati, ma non temete, potrete ritrovarli sul nuovo blog.

Non siamo il vostro trastullo.

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Io e la Piccina abbiamo passato il fine settimana al mare, in Maremma. Adoriamo il paesino dove c’è casa dei miei nonni, immerso nel verde, con le dune a tre passi. Il silenzio. Il mare bellissimo.

E i deficienti per cui io e la Piccina siamo uno spettacolo.

No, quelli non li adoro per niente. Ce n’è sempre un gruppetto, di solito coetanei e poco più grandi. Di solito in gruppo di tre o quattro (tutti uomini).

Quelli che si sentono in diritto di passarti ai raggi ics perché sei donna. Specie se hai un bel seno (vedi alla voce “Piccina”). Per non parlare dei baci, come se ce ne scambiassimo per il loro personale diletto, che ti piantano addosso gli occhi anche se ti stai scambiando semplicemente un bacio a fior di labbra. E magari ti apostrofano con un “continuate pure, eh”.

Non siamo un porno a vostro uso. Neppure bambole.

…e per dirla tutta, se proprio proprio devo essere un oggetto, mi piacerebbe essere uno dei quei pugni a molla dei cartoni animati. Guantone molla

Viva

Agro (3 of 1)
Non è che non vi pensi, è tanto che vorrei avere la forza di passare di qui e scrivere. Poi un po’ (tanta) la stanchezza, un po’ la procrastinazione, alla fine sono passati tre mesi.

Tre mesi in cui sono successe alcune cose molto belle, così piene che ho quasi paura che a raccontarle quell’uccellino fragile se ne scappi via dalle mie mani.

E anche eventi molto dolorosi, traumatici quasi, che ancora non ho la forza di articolare.

Però sono viva e si ricomincia.

L’ora che drizza le antenne

Metti di notte per strada

Quando rimane qualche faro

Uno giallo, uno verde

Nella strada quasi di campagna

Al buio, che se fosse giugno

Sarebbero fari spauriti e lucciole

Mentre tutto prende

Altra forma nel copertone

Delle ultime ore.

Sragionando d’amore

Stiamo insieme da sette anni, che fa quasi un quarto della vita dell’una e più di un quarto della vita dell’altra.

L’amore è come un figlio, un po’ dipende al destino, parecchio alle cure, alla voglia di mettersi in gioco, all’impegno. Alla fatica, a volte.

Come avviene che due persone con uno sguardo si prendano per mano e decidano di percorrere insieme un un tratto di strada, lastricata da sanpietroni e sanpietrini, asfalto rotto, sabbia umida, scogli, terra battuta… ?

“amore” è un corrimano consunto perché ci si appoggiano tutti: il poeta e l’operaia, la casalinga e il medico, l’imbrattacarte, la professoressa, la bambina e il nonno.

È amarebene velle, che vanno insieme sulla piciancola, erosagape dalle oscure sorgenti, inesprimibili.

È “mi mancherai” prima di partire anche se ci vediamo tra due giorni, il “se ti vesti così finisce che ti spoglio contro il muro prima che usciamo”. È “ti ho preparato cena” e “sono le tre di notte, dove cazzo sei?”,  “hai comprato il cibo per la gatta?” e “dobbiamo fare il bucato”. Sono i baci, gli abbracci e le carezze, l’interno delle cosce, le lenzuola umide, la carta igienica nascosta, i litigi, i viaggi, le piccole sorprese inaspettate, i fastidi, le piccole manie.

È soprattutto ridere per nulla, lasciandosi per un lampo il buio dietro.

La felicità in amore un po’ capita, un po’ la devi costruire, coi mattoncini delle piccole cose, come coi Lego.

In spregio a chi dice che un amore “non regolare” (chi ha stabilito le regole?) non possa durare, sia destinato “naturalmente” (secondo quale natura?) all’infelicità. O che la differenza di età (di maturità) è troppa, che gli opposti si attraggono, ma poi si annoiano. E che i “diversi”, i gay e le lesbiche, possono solo spiare la felicità dei “normali”.

E invece noi continuiamo il nostro viaggio, come il primo giorno, abbracciate.

[Vita lesbica]. Scene da una torta

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(Non scrivo quale torta, perché è una sorpresa per l’ospite che viene a cena). Io e Piccina ci mettiamo a fare una torta (o meglio, nel mezzo della pastiera di domani e della cena di stasera).

«Piccina, mi aiuti?»

«Prendi il latte dal microonde.»

«E che fai?» Verso la bustina del lievito nella tazza… e ovviamente la riprendo a pelo, dopo che i bordi si sono inzuffati nel latte.

«Si vede che ho imburrato la teglia.»

«È ‘na scusa per non dire che sei cack-handed.»

«Non è che ti meriti. La torta devi mangiarla anche tu.»

«Giro?» si riferisce al lievito.

«Umh-mh.» Guardando con crescente eccitazione il lievito che si gonfia.

«No, ma che figata! Si monta! Come le chiare a neve! Che figata!» Mio sguardo molto perplesso.

«Eddai…»

«Òh, a me da piccola non me l’ha mai fatto fare nessuno! Che bello! Secondo me è bbóno! È una figata!»

«… un’infanzia rovinata la tua, eh?»

Questa potente lobby lgbti…

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… a cui evidentemente piace farsi picchiare.

Mentre sono tutti impegnati a dar ragione o torto a Dolce e Gabbana e alla loro sparata sui ‘figli sintetici’, questo è quello che succede qua, nel mondo delle persone comuni.

Ma cosa me ne dovrebbe importare di quello che dicono i due stilisti? Da quando sono portavoce del movimento lgbti? E soprattutto l’opinione di due persone iperprivilegiate -eh sì, i soldi e la classe fanno sempre la differenza, ma quando i diritti sulla carta non li hai, ancora di più- come può rappresentare quella di tutta una comunità piuttosto variegata?

Mentre quello che è successo a Torino mi importa. Mi importa e mi fa paura. Perché le aggressioni e le micro-aggressioni fanno parte del nostro quotidiano e mostrano quanto il nostro paese sia omofobo, intollerante e sessuofobo (basti pensare a tutte le polemiche sul Gioco del Rispetto, che sono culminate in questa lampante dimostrazione di democrazia e apertura da parte dei soliti Fascisti).

La relazione Panzeri (qui il testo integrale) sui diritti umani approvata al Parlamento Europeo dice, fra le altre cose:

art. 44
esprime inquietudine per il recente aumento del numero di leggi e pratiche discriminatorie e di atti di violenza nei confronti delle persone sulla base del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere; invita a un attento monitoraggio della situazione delle persone LGBTI, anche in Nigeria e in Gambia, dove le leggi anti-LGBTI recentemente introdotte costituiscono una minaccia per la vita delle minoranze sessuali; esprime forte preoccupazione per le cosiddette leggi “anti-propaganda” che limitano la libertà di  espressione e di riunione, vigenti anche in paesi del continente europeo; si compiace della risoluzione del CDU sulla lotta contro la violenza e la discriminazione fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, adottata il 26 settembre 2014; ribadisce il suo sostegno all’incessante lavoro dell’Alto commissario per i diritti umani volto a promuovere e tutelare l’esercizio di tutti i diritti umani da parte delle persone LGBTI, in particolare mediante dichiarazioni, relazioni e la campagna “Liberi e uguali”; incoraggia l’Alto commissario per i diritti umani a continuare la sua lotta contro le leggi e le pratiche discriminatorie;

La relazione (che ha provocato i consueti malumori all’interno di quel partito-mischione che è il PD, come spiega bene Simona Sforza) non basta: da quanto tempo l’Europa chiede all’Italia di adeguarsi anche nel garantire i diritti fondamentali a noi persone lgbti?

Io sono arrabbiata. Perché la verità è che poi nella pratica politica di tutte le discriminazioni e dei nostri diritti negati importa pochissimo. Perché c’è sempre altro acui pensare, no? E forse importa poco anche alle persone, anche a quelli che ‘beh, ma son ragazzi’, ‘beh, ma questi gay sempre su tutti i giornali’, ‘beh, ma io non ho nulla contro i froci, ma’.

Perché tanto non siamo i vostri amici figli nipoti fratelli sorelle insegnanti medici autisti spazzini giornalisti impiegati professionisti dipendenti…

No, noi siamo solo una lobby di masochisti stupra bambini e rovina società.

 

p.s. E adesso mi rivolgo alla suddetta potentissima lobby: abbiamo intenzione di darci seriamente una svegliata o vogliamo aspettare che il diritto a vivere in sicurezza e in dignità ci piova dal cielo? No, perché ho la vaga impressione che siamo sempre i soliti cento lodevoli ma mal coordinati idealisti a sbatterci perché le cose cambino.

 

 

Urlar squittendo (e altre amenità)


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Più di un mese che non aggiorno. Che tristezza. No, che rabbia.

Sì, ok, chi mi ama può seguirmi altrove (su Pasionaria, su Macchiato Inchiostro). Stanno accadendo un bel po’ di cose fuori dalla mia comoda casetta internettiana, alcune belle, altre decisamente meno belle, tutte molto pressanti.

Avete presente quando vi svegliate nel cuore della notte con la voglia di urlare scaraventando fuori tutta l’aria dei polmoni, dello stomaco e persino quella dei piedi (!)?

Ecco. Quella sensazione lì.

Dice ‘vai a correre’. Sì, ciao, così mi viene l’asma dopo trecento metri (e poi corro abbastanza in giro, dato che mi manca il donod dell’ubiquità. Ho proprio voglia di urlare, solo che non mi irecse (devo avere dei freni, no, anzi, delle vere e proprie ganasce da psicopolizia che me lo impediscono).

Al massimo squittisco, tipo topo preso in trappola e… niente, mi era venuta un’immagine, ma non era tanto bella, quindi meglio che mi zittisca (ah, i freni! i FRENI!).

Sono arrabbiata. Parecchio arrabbiata. Ci vorrebbe un bell’urlo da tastiera, quei così ineleganti post passivo-aggressivi (macché, aggressivi proprio) e un po’ isterici dove te la prendi con qualcuno senza nominarlo. No, non è il mio stile, suvvia, siamo adulti, noi (ecco, l’ho fatto. Mezzo fatto. Piace? No, scusate, la parola ‘adulto’ mi suscita sempre ilarità, c’è una certa tendenza a usarla come uno spadone a due mani).

Smetto di ridere.

Forse.

Torniamo seri. E insomma, se non mi vedete tanto spesso in questi lidi, sappiate che è perché ho talmente tante pentole a bollire che faccio un po’ fatica a starci dietro. E devo dire che ho anche problemi col nuovo WordPress (pare che non sia l’unica) e sto quasi meditando di farmi un piccolo monolocale virtuale tutto mio.

Risto-Tecnologia

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Sera. Locale medio-affollato, ma con musica a volume umano, come al solito scoordinata alle immagini che ti bombardano gli occhi dagli schermi al plasma. Si aspetta la cena, fame moderata, voglia di schifezze. Insomma, il tipico sabato sera di una settimana che farebbe finire al manicomio anche un monaco tibetano.

“La sai una cosa bizzarra di quando taggo su (segue nome di app che non ricordo)?”

“No.”

“Che mi chiede che sto facendo in quel posto. Anche quando c’è scritto ‘ristorante’.”

“Beh, magari potresti pitturare le unghie ai camerieri mentre servono ai tavoli.”

“…”

“Oppure usare il ketchup come ombretto sul cuoco.” e in effetti l’arcata sopraciliare del giovane che armeggia con la griglia al di là del vetro è spaziosa abbastanza.

“…”

“Poi puoi portare fuori la griglia per raffreddarla, così mentre la agiti riscalda l’entrata del locale.”

“Ma che, vuoi fare il creativo? Visto che tutti ne hanno uno.”

Almeno dopo giorni di amarezza, brutte sorprese e umor nero mi rimane la fantasia per tingere i giorni di un altro colore.

Sgorbi che danno dipendenza

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Quando ero bambina scrivevo i miei sgorbi su fogli colorati di carta riciclata, quelli coi buchi, formato quadernino piccolo, senza rigatura. Poi li inserivo nei raccoglitori e sopra ogni foglio appiccicavo disegni o collage. La mia parola mi sembrava troppo piccolina per sprecare un foglio intero, però ho sempre avuto la mania di dedicare una facciata (o due o tre, a seconda della lunghezza), per una poesia sola. Perché nei libri si fa così. Ho passato anni a scrivere solo e soltanto in blu. Urlavo se per caso prendevo una penna nera. Oddio, ‘urlavo’. Urlavo nella mia testa, non sono mai stata capace di urlare, devo aver le corde vocali troppo corte. Ma che ne so. Non è che mi manchi il fiato. Però, ecco, l’inchiostro nero mi terrorizzava, non mi ricordo più neppure perché.

Fino ai ventitre-ventiquattro anni scrivevo tutte le sere, anche solo qualche verso, riempivo pagine su pagine. Poi mi sono imposta di smettere, perché tanto era inutile e il mondo ne può fare pure a meno delle mie poesie che non legge nessuno. Al mondo la poesia è inutile.

Sono arrivata a convincermi di non sentirla proprio più la poesia.

Mi raccontavo che ero diventata sorda, che il mondo aveva finalmente smesso di parlarmi. Ero anche un po’ sollevata, quasi una liberazione! “Rimango matta,” mi dicevo contenta “ma un po’ meno matta. Nel senso che si vede un po’ meno. Ci se ne accorge al secondo sguardo e non al primo.” Mi dicevo che se proprio non volevo togliermi il vizio, dovevo concentrarmi solo e soltanto sulla prosa, che almeno forse qualche buon’anima se la legge.

È durata meno di un anno, la mia disintossicazione. Non stavo bene. Avete qualche amico che ha tentato di smettere di fumare? Quello che è ingrassato, che magari si è dedicato alle gomme allo xilitolo,  si mangia le unghie oppure si mangia voi per una frase mezza storta. Ecco. Uguale.

E allora ho ricominciato a scrivere, sempre, almeno un verso. Poi magari ne butto via mille e mi vergogno pure di averli scritti, ma tanto mi consolo col fatto che stanno fra me e il mio quaderno. È che se te la tieni dentro, la metrica, la poesia, che ne so cos’è, poi ti fa infezione agli occhi e il mondo ti bombarda. Davvero, eh.

Non uso più fogli colorati e penne blu. Scrivo dove capita, con quello che capita. E ora preferisco l’inchiostro nero: forse è l’unica cosa che è cambiata.

Cavalloni

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Mi è sempre piaciuto il mare, ho imparato a nuotare prima che a camminare. L’acqua salata è sempre stata un rifugio sicuro, dove sentirmi a mio agio, dove poter ascoltare le mie voci interiori con più tranquillità. Amo il mare, anche quando è in tempesta. Mi diverto a nuotare contro corrente, a cavalcare le onde. Forse in una vita passata ero un delfino, un buffo delfino col sorriso stampato in faccia. Se al mare vuoi bene per davvero, allora gli porti rispetto, sai che non devi provocarlo, non devi metterti in situazioni di rischio. Stare per mare significa dosare bene le tue forze, conoscere i tuoi limiti e fermarti sempre un po’ prima. Però che soddisfazione potersi godere la forza delle onde sulla pelle, andare su e giù meglio che sulle montagne russe, sentire la pressione dell’acqua sulle orecchie. Quando il mare non è che sia proprio in tempesta, semplicemente coi cavalloni.

Come questo 2015.